SCHAAN\ aise\ - Un lettore, dopo aver letto l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 13 maggio scorso, mi scrive una lettera assai critica, nella quale lo definisce “nazionalista antipadano…troppo filoamericano… tipico di chi ha sempre l’America nella testa”.

Aggiunge che... l’editorialista “ignora il modello renano… ossia un’economia di mercato… Ignora che gli americani che vengono in ferie in Italia, almeno una parte consistente, lo fanno con il denaro chiesto in prestito in banca, mentre gli odiati tedeschi vengono con i propri risparmi. Ignora che il capitalismo americano …genera ingiustizie, mentre in Germania i problemi sociali non si risolvono con licenziamenti rapidi, bensì con riduzioni di orario di lavoro”. Convinto che in Germania “si vive più tranquillamente senza la violenza che c’è negli Usa”, conclude affermando che preferisce “vivere alla tedesca con un certo margine di sicurezza”. Non condivide quindi la teoria di Galli della Loggia che, nei risultati delle recenti elezioni in Francia, Grecia ed Italia, vede la reazione ad “un problema con il quale il nostro Continente è alle prese da un secolo e più: il ruolo della Germania e la natura della sua supremazia” che hanno portato, negli ultimi venti anni, alla “germanizzazione di fatto della costruzione europea”, praticamente imponendo all'Unione “la sua politica economica di fondo, il suo impianto ideologico, i suoi paradigmi sociali e culturali”. Ciò fa sì che “la macchina di Bruxelles è sostanzialmente una macchina tedesca”. Non mette in dubbio, il Galli della Loggia, “il carattere assolutamente pacifico della Germania odierna, ma non riesce a fare… ciò che invece riuscì agli Stati Uniti dopo il 1945: federare e dominare, ma insieme convincere e sedurre”.

Il giornalista forse non ha del tutto torto, se perfino Joschka Fischer, Ministro tedesco degli Affari Esteri e Vice-Cancelliere nel Governo di Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera del 26 Maggio, si dichiara “preoccupato” della situazione “seria, molto seria” per l’Europa. Teme che “la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni”, possa causare “la distruzione dell'ordine europeo una terza volta… in cent'anni” dopo aver demolito, con mezzi militari, “se stessa e l'ordine europeo”, per quella “volontà di potenza” che fa parte dello spirito tedesco, anche quando appare sopita. Preoccupazione, la sua, alimentata anche dalla constatazione che non ci sono, negli altri Paesi, “forze e leader disposti a fare i passi necessari” per bloccare quella strategia che “va contro la democrazia e contro la realtà”. E che fa “dell’Unione Europea” un’Istituzione in cui abbondano burocrazia, convegni, vertici e tenuta in ordine dei conti. Ma in cui manca l’organizzazione politica, il che mostra la debolezza di una diplomazia fatta di molta apparenza e di poca sostanza.

Pure Magdi Cristiano Allam ritiene che “dopo il diktat della Merkel alla Grecia ormai siamo in guerra. Non con i carri armati ma con la finanza, che è pur sempre “un’arma di distruzione di massa” che costa enormemente e “miete milioni di vittime”, anche perché, come si suol dire, “di solo rigore si crepa”. L’Unione Europea rischia così di andare “verso la costituzione di un super-Stato dove verrà meno la sovranità nazionale dei singoli Paesi aderenti”. Tra l’altro, a detta di Luciano Gulli, giornalista de il Giornale, la Germania ha bisogno dei Greci, Spagnoli, Portoghesi ed Italiani, cioè dei terroni, “per far marciare le sue fabbriche, per dare nuovo impulso alla sua infernale macchina produttiva, per tenere alto il clangore delle sue officine”.

Certo, ciascuno è libero di pensarla come vuole, ma a temere le velleità della Germania, le sue mire espansioniste, ieri militari, oggi economiche, ma ugualmente pericolose, sono in tanti. Il che non significa preferire il modello Usa, la sua democrazia, la cultura americana, positiva o negativa che sia, quel presidenzialismo che accentra in un’unica persona le funzioni di Capo dello Stato e Capo del Governo, il mantenimento della pena di morte, nonché la diffusa delinquenza. Vero, abbiamo importato dall’America pessime abitudini e comportamenti immorali. Ma non c’ispiriamo ad essa per la politica. Non a caso Berlusconi ed Alfano suggeriscono una modifica della nostra Costituzione, ormai obsoleta, su modello francese, non statunitense. L’Italia, come spiega il segretario del Pdl con una lettera al Corriere della Sera, necessita di un semipresidenzialismo con elezione popolare del Capo dello Stato. Ha bisogno anche di un Capo del Governo con più poteri; di una maggioranza governativa, di qualunque colore politico, che possa guidare il Paese nella direzione voluta dai cittadini, senza essere paralizzata da veti e da trasformismi. Ma pure di ordinamenti che assicurino continuità, cioè di “istituzioni forti e stabili, e strumenti efficaci e controllabili per l'azione di governo, che deve essere espressione di una forte legittimazione popolare”.

Anche le recenti elezioni amministrative hanno reso evidente “il rischio di sfarinamento del tessuto politico, di una frammentazione partitica, di un blocco delle nostre Istituzioni”. Da qui l’auspicio a trovare “il coraggio per uno scatto di reni ad esclusivo vantaggio dell'Italia ... Le proposte ci sono, i tempi anche”. Si potrà essere d’accordo o meno, su tale idea. Ma è evidente che sia necessario, in Italia, recuperare l’uso della ragione e mettere un freno alla proliferazione di partiti, ai tradimenti dei voltagabbana e alle lungaggini legislative. E alla sudditanza alla Germania. (egidio todeschini\aise)

 

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