“I AM A NATIVE FOREIGNER”, LO STEDELIJK RIFLETTE SUL MONDO PARALLELO DI CHI EMIGRA - DI CATERINA CERIO

“I AM A NATIVE FOREIGNER”, LO STEDELIJK RIFLETTE SUL MONDO PARALLELO DI CHI EMIGRA - di Caterina Cerio

Bertien van Manen, Turkse meisjes tijdens feest Schiedam, 1977, ontwikkelgelatinedruk. Collectie Stedelijk Museum Amsterdam

AMSTERDAM\ aise\ - ““Iam a native foreigner” è una mostra focalizzata su opere di artisti immigrati in Olanda durante il ‘900, e deve il nome ad una citazione dell’artista concettuale messicano Ulises Cárrion. Trasferitosi ad Amsterdam all’inizio degli anni ’70, non si è mai sentito completamente ‘a casa’ in nessun luogo. Lo Stedelijk apre l’esposizione con una sala dedicata al tema attuale dei rifugiati che giungono sulle coste europee. Spiccano immediatamente le fotografie di Barbara Visser, che sceglie non solo come soggetti gli immigrati straziati dal viaggio in mare, ma si spinge oltre”. A scriverne è Caterina Cerio su “31mag.nl”, quotidiano online diretto ad Amsterdam da Massimiliano Sfregola.
“L’artista scatta simbolicamente una foto ad un uomo mentre sta leggendo sul giornale le notizie riguardo l’ondata di migrazioni sulle coste italiane. Egli è sdraiato sulla spiaggia e talmente concentrato nella lettura che non si accorge nemmeno dell’arrivo degli stranieri a due passi da lui.
Nella stessa sala è presente, inoltre, il video di una canzone rap dal titolo “Homeland”, cantata nel 2016 da Hail Altindere. Il cantante mette in luce un mondo occidentale visto dagli occhi dei richiedenti asilo come un pianeta di “serie A”, in cui loro sono trattati da individui di “serie B” o addirittura di “serie C”.
C’è un gap culturale e sociale netto tra questi mondi: sulla stessa spiaggia in cui i “bianchi” fanno yoga o prendono il sole, gli immigrati sopravvissuti al viaggio approdano senza forze.
In ogni sala vengono trattati i vari aspetti delle migrazioni passate e presenti attraverso molteplici forme artistiche, dal 1900 fino ai nostri giorni.
Ed Hart, ad esempio, tramite le sue opere dà voce agli schiavi che dall’Africa giungevano nella colonia olandese del Suriname per lavorare nelle piantagioni. Il Suriname infatti è stato territorio olandese fino al 1975 e durante il 20esimo secolo 40.000 abitanti di questa ex colonia sono giunti in Olanda per lavorare e studiare.
Alcuni artisti, come Nola Hatterman, vogliono rivelare tramite l’arte la bellezza degli ideali di libertà di questi ‘neri del Nord Europa’.
Migrare per necessità politiche o per libera decisione comporta dei rischi, è come approdare in un’altra dimensione.
Gli artisti che si susseguono nella mostra sono molteplici e differenti tra loro, ma sono legati dal filo conduttore della migrazione che ha cambiato la loro vita e quella del loro popolo d’origine. Marlene Dumas, per esempio, è nata in Sud Africa ma risiede ad Amsterdam dal 1976. Ha improntato una serie di ritratti di uomini del Nord Africa, distinguendo tra realtà e stereotipi.
Rossella Biscotti, invece, espone un’opera di design tessile particolare: ha creato una sorta di tappeto decorato e colorato sulla base dei dati statistici riguardanti la composizione della popolazione di Bruxelles, città in cui vive e lavora.
Nella sala seguente, è possibile vedere l’installazione “In Pursuit of Bling” realizzata da Otobong Nkanga, nata in Nigeria. Quest’opera mostra lo sfruttamento delle risorse minerarie della Terra, le quali a loro volta migrano in tutto il pianeta, proprio come gli uomini.
La varietà artistica dei contenuti e delle modalità di espressione cattura l’attenzione dell’osservatore di ogni età. Il filo conduttore che lega le opere esposte è la migrazione, un tema mai superato. Il suo impatto sulla società è veicolato dall’arte, il linguaggio universale per eccellenza”. (aise) 

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