L'ITALIA AL CENTRO DEL MONDO: I MEDIA E IL NUOVO IMMAGINARIO COLLETTIVO – DI GIANGI CRETTI

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ZURIGO\ aise\ - “L’obiettivo è ambizioso. L’Italia, parafrasando Jovanotti, vero ombelico del mondo. Sulla scorta di una semplice convinzione: l’Italia è il più bel Paese al mondo. Chi insinuasse, va da sé subdolamente, che si tratti di un retaggio, forte di un luminoso passato indebolito da un traballante presente, sarebbe prontamente smentito dai numeri. Che puntellano l’impalcatura che sostiene la motivazione che presiede alla nascita di un progetto, la cui bellezza, senza esitazione, chi lo ha pensato e, alla fine, realizzato l’ha intenzionalmente sottolineata chiamandolo FICO”. È dedicato alla inaugurazione della Fabbrica Italiana Contadina l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il numero di dicembre de “La Rivista”, mensile che dirige a Zurigo.
“Estrapolando, due sono i numeri che, comunque sia, (prescindendo da ragionevoli divagazioni sullo stato di conservazione) ciclicamente fanno capolino nell’attualità:
• 53, come i patrimoni dell’umanità Unesco. L’Italia è la nazione che ne ha il numero maggiore al mondo;
• 70, come la quota percentuale (ma qui la relatività del calcolo è data dalla vaghezza del 100% preso a parametro) del patrimonio artistico planetario. Una cifra mostruosa, soprattutto se rapportata alle dimensioni della Penisola: lo 0,20% delle terre emerse.
A ciò si aggiunga, sempre in proporzione alle dimensioni, che l’Italia è il Paese più ‘biodiverso’ al mondo: lo sono le sue varietà vegetali e le specie animali; lo sono i suoi contadini che nei millenni hanno concorso, fra l’altro, a disegnare i paesaggi più belli.
Una biodiversità che, figlia di una felice configurazione geografica, è stata alimentata con competenza, saggezza e volontà. A suo merito va ascritta anche un’enogastronomia talmente composita, colorata e gustosa da non temere confronti.
È per raccontare di questa unicità, rappresentata, quasi per paradosso, dalla biodiversità, che è nato FICO (eatalyWorld). Non solo perché, come dice, Barrico “un fatto non narrato non esiste”. Senza, di converso, che valga il contrario, come erroneamente talvolta accade: che un fatto venga narrato non presuppone che quel fatto esista. Quella che intende raccontare FICO è la storia di un territorio, privilegiato per natura, curato con dedizione, fatica e intelligenza. E lo fa da un luogo, Bologna, non a caso al contempo ritenuta “la dotta e la grassa”, dov’è possibile vivere in prima persona l’esperienza della coltivazione, della produzione, della cultura e del consumo: perché FICO, ecco spiegato l’acronimo, è la Fabbrica Italiana Contadina.
Il più grande parco agroalimentare del mondo, che racchiude la meraviglia della biodiversità italiana, in 2 ettari di campi e stalle all’aria aperta con più di 200 animali e 2000 cultivar, per capire l’agricoltura italiana; a cui se ne aggiungono altri 8 coperti, con:
• 40 fabbriche, per vedere la produzione di carni, pesce, formaggi, pasta, olio, dolci, birra e capire la trasformazione alimentare;
• oltre 45 luoghi di ristoro, botteghe e mercato per degustare e acquistare;
• aree dedicate allo sport, ai bimbi, alla lettura e ai servizi, con un cinema, un teatro e 6
aule didattiche, per divertirsi e imparare;
• 6 grandi “giostre” educative dedicate al fuoco, alla terra, al mare, agli animali, al vino e al futuro;
• un centro congressi modulabile da 50 a 1000 persone e una Fondazione con 4 università.
Concepito come la naturale evoluzione di EXPO 2015, di cui intercetta l’eredità, conservando l'attenzione ai temi dell'agricoltura, dell'allevamento e della sostenibilità, Fico si configura come un grande intreccio di imprenditorialità diffusa. Di cui Eatalyworld è il regista (e Oscar Farinetti l’ideatore), e 120 imprese sono i protagonisti, capaci di creare circa mille posti di lavoro diretti e altri 3mila nell’indotto. Consegnata alle cronache l’inaugurazione, inizia a scorrere il tempo delle verifiche. Se il progetto resterà fedele alla sua missione, interessando 6 milioni di visitatori all’anno, senza snaturare l’identità di una città che non è solo cibo, raggiungendo i target di redditività per tutti gli operatori, trascinando il turismo della regione, proponendosi come buona pratica per l’intero Paese (che mira a raddoppiare, da 50 a 100 milioni, il numero annuo di turisti) e offrendo opportunità educative a bambini e ragazzi. allora si affermerà come un caso di successo che arricchirà la narrazione economica, sociale, pertanto politica dentro e fuori i patri confini.
Insomma una sfida ambiziosa e altrettanto ambiziosi obiettivi, condizione necessaria per ottenere risultati significativi. Ricominciare a pensare in grande in settori dal riconosciuto potenziale, in un Paese che non si nasconde le difficoltà, può rivelarsi la più concreta possibilità di rilancio”. (aise) 

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