30 AGOSTO 2019: 54 ANNI DA MATTMARK

30 AGOSTO 2019: 54 ANNI DA MATTMARK

ROMA\ aise\ - Erano circa le 17.15 del 30 agosto 1965, quando un’enorme massa di ghiaccio e roccia si staccò all’improvviso dal ghiacciaio Allalin, franando rovinosamente sulle sottostanti baracche del cantiere allestito per la costruzione della diga di Mattmark in Svizzera. "I morti sono quasi cento" riportarono il giorno successivo i principali quotidiani svizzeri e italiani, "i soccorritori scavano minacciati dal pericolo di nuove valanghe, ma non c’è più nessuna speranza".
Sono passati ormai cinquantaquattro anni da quella sciagura che, nelle fredde montagne del Vallese, troncò la vita di 88 lavoratori – la maggior parte dei quali italiani – e sconvolse quella di centinaia di loro famigliari, colleghi e amici, costretti a convivere con il dolore e la sofferenza che una perdita così insensata e tragica provoca.
Da questo punto di vista, è importante il monito di Mario Rigoni Stern "La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare", che come tante altre tragedie del lavoro ci pone ancora di fronte, in maniera così netta, a tanti interrogativi, non va dimenticato.
Non va dimenticato perché racchiude in sé tante cose. L’assurdità, sempre e comunque, della morte sul lavoro, la sofferenza dell’emigrazione, il sacrificio degli immigrati in terra straniera, così spesso indispensabili eppure troppo spesso maltrattati, ieri come oggi. Ma anche l’orgoglio degli umili, di coloro che, nel silenzio, con la loro fatica, con la loro forza di volontà, hanno saputo realizzare grandi cose e pertanto meritano di non essere lasciati cadere nell’oblio. Non va dimenticato perché le sue vicende, anche rispetto a quanto accaduto dopo la tragedia, ci devono far pensare all’attualità, ad una situazione in cui sul lavoro si muore ancora. Dimenticare significherebbe non voler comprendere, quindi rassegnarsi e non voler agire affinché catastrofi come quella di Mattmark non accadano più.
Oltre a tutto ciò, ricordare è soprattutto giusto. Giusto per quanti senza colpe, cercando migliori condizioni di vita, hanno trovato la morte. Giusto perché è doveroso commemorare le tante storie di vita di cui Mattmark brulicava, tutte diverse, ma accomunate da progetti, desideri, speranze, difficoltà, nostalgia e fatica, e rendere loro onore. E giusto anche perché quanto accaduto non venga cancellato e nascosto dietro a una sentenza (tutti gli imputati assolti e i famigliari delle vittime costretti a sostenere metà delle spese processuali) che ha voluto seppellire, oltre ai morti, anche la verità. (aise)


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