D’ARELLI: “FACCIAMO CULTURA SUL WEB” – DI VITTORIO GIORDANO

D’Arelli: “Facciamo cultura sul web” – di Vittorio Giordano

MONTRÉAL\ aise\ - ““L’Italia è un modo di essere, un valore assoluto, una visione che affonda le sue radici nella sua cultura, nella sua storia, nel suo stile”. Si è presentato così Francesco D’Arelli, lucano di Sant’Arcangelo (PZ), sposato con 2 figli, nel marzo 2016, quando è diventato Direttore dell’Istituto italiano di Cultura (IIC) di Montréal. Intellettuale dalla vasta e variegata cultura, soprattutto di matrice orientale, D’Arelli si è distinto per umanità, semplicità e propensione al dialogo”. Ad intervistarlo è stato Vittorio Giordano per il “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal di cui è caporedattore. L’intervista è stata pubblicata anche sul numero di febbraio del “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero”.
““Andrò via con una profondissima malinconia, anche se sono felice di andare a Shanghai, dove assumerò le funzioni entro l’estate 2021”, ci ha confidato.
Montréal, però, gli è rimasta nel cuore: “Sono entrato alla Farnesina nel 2012 e questa è stata la mia prima vera esperienza di promozione della civiltà italiana all’estero”.
Come è cambiata l’offerta dell’IIC con l’avvento della pandemia. “A Montréal siamo entrati in lockdown a metà marzo 2020: eravamo nel pieno delle nostre attività didattiche e, in una settimana, siamo passati all’offerta digitale. Una promozione totalmente diversa, che però ha il vantaggio di poter essere fruita anche da chi non vive a Montréal. Ed abbiamo restituito nobiltà alla voce: con l’on-line è come se fossimo tornati ai primordi della radio, puntando sull’elemento animante e dialogico della voce. I corsi di lingua italiana sono passati dalle lezioni in classe a quelle on-line e moltissimi studenti mi chiedono se ci sarà, anche dopo, la possibilità di continuare col digitale. A dimostrazione che questo modo di ‘fare cultura’ è destinato a restare. Tra corsi di base e monografici, sono almeno una quindicina quelli che offriamo. Prima del covid, avevamo fino a 600 studenti iscritti. Con la pandemia la perdita è stata solo del 15-20% ed ora abbiamo sui 450 studenti iscritti ai corsi on line”.
Spazi e tempi dilatati. “Molti eventi, soprattutto quelli con ospiti italiani, li abbiamo programmati alle 15, ora di Montréal, e non più alle 18. Così teniamo insieme due mondi. È un piccolo miracolo. Adesso, sulla nostra pagina Facebook, i nostri webinar restano disponibili anche dopo l’evento, fruibili a qualsiasi ora e da qualsiasi parte nel mondo”.
Verso una nuova normalità. “La nuova normalità sarà riprendere il sentiero, per ora abbandonato con l’eruzione della pandemia, ma porterà con sè anche ciò che questa esperienza tragica ci ha insegnato. La tecnologia non è fine a se stessa: le piattaforme già esistevano, ma venivano utilizzate in situazioni estreme, o in certi contesti; oggi c’è stata una specie di alfabetizzazione. Sappiamo che esiste una nuova modalità, una nuova soluzione, già praticata ed esperita. Non ce ne rendiamo conto, ma, come diceva Eraclìto, ‘non siamo mai uguali a noi stessi. Se pensiamo alla storia della civiltà umana, è normale che ciclicamente ci sia un’alluvione o una pandemia, ma l’uomo non è mai stato annientato, ha sempre ricominciato, forte di un’altra esperienza”.
Come culture diverse, Oriente e Occidente, hanno reagito alla pandemia. “Fermo restando la ricerca scientifica come minimo comune denominatore per tutti i Paesi, cambia l’organizzazione della società. In Asia, se penso alla Cina, lo stato è intervenuto in maniera predominante e la popolazione, con un’educazione millenaria, ha eseguito. Basti pensare che in Cina la quarantena è forzata e non fiduciaria, come in Occidente. Certo, ci sono delle evidenti violazioni, però anche nelle nostre società ci sono molti eccessi. In Cina, lo Stato è sempre stato protagonista, con i cittadini che sono le membra di questo grande soggetto. Un arto isolato non ha nessun valore, ma, all’interno di un’architettura corporea, ha un ruolo insostituibile. È questa l’idea della loro società. Non esistono civiltà uguali. Come diceva l’orientalista Tucci, ‘le civiltà vivono, percepiscono e si muovono come le persone”.
L’attività di promozione da Montréal a Shanghai. Cosa cambia. “I Cinesi hanno sempre avuto una profonda consapevolezza dell’esistenza della civiltà italiana. Basti considerare che, nelle fonti storiche cinesi, sono menzionati due soli occidentali: Marco Polo e Matteo Ricci. La Cina ed i Cinesi hanno una vocazione amichevole, innata, nei confronti dell’Italia e della sua antichissima civiltà. Nelle fonti cinesi, trova posto soltanto chi è degno, chi ha fatto la Storia. E poi i Cinesi sono incantati dal nostro Paese, dai nostri monumenti. Per loro l’Italia è una fucina di creatività. Nel ‘600 i più grandi pittori e musicisti alla corte degli Imperatori erano italiani. Noi non siamo nuovi, ci siamo sempre stati in Cina””. (aise) 

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