LA SCOMPARSA DI LUCIO CAPUTO: L'”ARABA FENICE” DEL MADE IN ITALY A NEW YORK – DI MASSIMO JAUS

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NEW YORK\ aise\ - “Lucio Caputo, nato a Palermo, aveva 84 anni. Era da tempo malato, si è spento in un ospedale di Manhattan con accanto il figlio e la moglie. Non ci saranno funerali pubblici, ma la famiglia ha fatto sapere che in autunno si terrà una messa a New York”. A scriverne per La Voce di New York, quotidiano diretto da Stefano Vaccara, è Massimo Jaus.
“Era un grande promotore dell’Italia e dell’italianità a New York. Un public relation man che ha ottenuto risultati eccezionali sia negli Stati Uniti che in Italia. Dinamico, elegante e… fortunato. Era sopravvissuto a due attentati terroristici al World Trade Center: il primo nel febbraio del 1993, il secondo l’11 settembre, ma su questo ci tornerò.
Da 19 anni era il president del GEI, il Gruppo Esponenti Italiani, l’associazione che raggruppa i rappresentanti delle maggiori aziende italiane che operano negli Stati Uniti. Ed era anche il presidente dell’American Society of Italian Legion, la sezione americana dell’UNCI, l’Unione Nazionale dei Cavalieri d’Italia.
Lo conobbi all’inizio degli anni Settanta quando Lucio era stato nominato direttore a New York dell’ICE, l’Istituto del Commercio Estero, i cui uffici, allora, erano al World Trade Center. Siciliano, pieno di idee, apolitico, instancabile, mal si confaceva con la farraginosità del sistema Italia in un Paese come gli Stati Uniti dove le idee, e la loro attuazione, sono velocissime. Voleva dare molto più spazio al vino italiano che in quegli anni era relegato nelle esportazioni verso gli Stati Uniti e quando terminò il suo mandato all’ICE fondò l’Italian Wine and Food Institute all’inizio degli Anni Ottanta. Erano altri anni, l’Italia era piagata dagli attentati delle Brigate Rosse e dagli omicidi di mafia e camorra, inevitabile quindi i reportage giornalistici su questi eventi e Lucio ci soffriva perché vedeva “sporcata” l’immagine di un Paese al quale tanto teneva. Nelle innumerevoli cene insieme era assillato dalla negatività che i media americani davano a questi fatti di cronaca e voleva in qualche modo bilanciare l’informazione e l’opinione pubblica americana con la positività dell’Italia. “L’esportazione principale dell’Italia negli Stati Uniti – mi diceva – sono i macchinari, la robotica. Ma cosa vuoi che glie ne freghi alla massa di americani di un pezzo di metallo in fabbrica. Bisogna puntare di più sui gusti. La moda è stra rappresentata. Meglio l’alimentare”. E così nacque l’Italian Wine and Food Institute con cui promuoveva i prodotti enogastronomici italiani con mostre, degustazione di vini e prodotti alimentari. Ma non solo.
Dal 2000, poi, prese in mano il GEI, il Gruppo Esponenti Italiani, che, dopo un lungo periodo di splendore con Renato Pachetti, ex storico rappresentante della Rai a New York e di Furio Colombo, aveva accusato il colpo della crisi in Italia: molte banche avevano passato la mano, e molte aziende, Alitalia, Cirio, Parmalat, navigavano in pessime acque. E Lucio rilanciò con forza il Gruppo sempre con l’idea di migliorare l’ottica americana dell’Italia. Industriali di fama mondiale, economisti, politici, imprenditori ebbero nel corso degli anni il riconoscimento del GEI: da Claudio Del Vecchio a Umberto Agnelli, dal presidente Giorgio Napolitano al presidente Carlo Azeglio Ciampi, da Emma Marcegaglia ai fratelli Benetton, da Vittorio Merloni ad Alessandro Profumo, da Carlo Cottarelli ad Alessia Antinori. E poi i premi speciali a David Rockefeller, a Gary Hart, all’ambasciatore Richard Garner.
Ed era proprio per una colazione che l’11 settembre del 2001 ci saremmo dovuti vedere. Lucio aveva mantenuto sempre l’ufficio al World Trade Center. Erano poco prima delle 9 del mattino. Il primo aereo aveva centrato la prima torre. Si pensava ad un incidente. Le notizie erano frammentarie. Chiamo Lucio. Era di pessimo umore perché era andato a fare colazione al ristorante in cima al grattacielo, il Windows of the World, ma non c’era posto perché la banca di investimento Cantor and Fitzgerald aveva organizzato una colazione di lavoro. E lui era risceso nel suo ufficio al settantesimo piano. “Ho sentito un tremendo botto e l’edificio ha ondulato” mi dice al telefono. “Chissà che è successo?” Mentre Lucio parlava io guardavo la tv e vedo in diretta che un secondo aereo si schianta contro l’altro grattacielo. “Oh Dio”, grido alla cornetta. “Scappa Lucio, scappa. New York è sotto gli attentati terroristici. Un altro aereo si è schiantato sull’altro grattacielo. Scappa”. E Lucio scappa, per sua fortuna. Ce la fa. Poi, giorni dopo, mi racconterà che saltava i gradini mentre poliziotti e vigili del fuoco salivano a piedi per portare i soccorsi nei piani alti. Ma Lucio non si ferma. Lo vogliono bloccare al ventesimo piano, ma lui non sente nessuno e continua a saltare i gradini due alla volta. “Mi avevi terrorizzato” mi racconterà alcuni giorni più tardi.
Siamo sempre rimasti amici. Ogni tanto andavamo a cena insieme e scherzavamo sulle due automobili che lui aveva parcheggiato sotto il WTC. La prima gli venne distrutta nel 1993. La seconda 9/11.
Lo avevo soprannominato “l’araba fenice” perché nonostante le disavventure si rigenerava. Così, fino alla fine, ha continuato la sua battaglia per cercare di dare agli Stati Uniti un’immagine positiva dell’Italia”. (aise) 

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