LE SFUMATURE DELL’EMIGRAZIONE

LE SFUMATURE DELL’EMIGRAZIONE

ROMA – focus/ aise – È andato in scena da venerdì scorso fino a ieri alla Casa d’Italia a Montreal “La dolce vita en exil, lo parto per l’America”, il musical in lingua italiana e napoletana che celebra il viaggio dell'immigrante italiano in Canada.
A darne notizia è stato il Corriere italiano di Fabrizio Intravaia. Dopo due spettacoli da tutto esaurito durante la Settimana italiana di Montréal, Tina Mancini (che è anche la regista) è tornata sul palco, a grande richiesta, con il musical incentrato sulla figura di Maria Giannina Valicetta, una donna italiana che sogna l'avventura.
Nel 1956 lascia la sua terra natale, Sorrento, nella speranza di trovare una vita migliore a Montréal.
Durante il musical, lo spettatore rivive il momento della partenza, l’attraversata e la nuova vita in Canada. Raccontato attraverso canzoni popolari italiane e napoletane e incontri con diversi personaggi, il musical è una vera e propria celebrazione della donna, una storia universale, senza tempo, di tradizioni, speranze, amore e nostalgia.
Sulla stessa linea si pone la storia di Edgardo Contini, della famiglia Finzi-Contini, che era nato a Ferrara il 22 aprile del 1914 e si era laureato in ingegneria a Roma il 2 novembre del 1937. A causa delle leggi razziali emanate nel 1938 fu costretto a scappare come tanti nelle terre oltreoceano e a trovare così rifugio in Paesi più includenti e che sapevano guardare al futuro. A trent’anni dalla sua scomparsa, esce la prima monografia a lui dedicata, scritta da Olimpia Niglio e Fausto Giovannardi e pubblicata dalla Aracne editrice di Roma.
"Edgardo Contini (1914-1990) Ingegnere italiano sulla West Coast. Tra Early Modernism e International Style" (pp.176, 18 euro) è il titolo del volume che analizza tutte le opere realizzate dall’ingegnere Contini negli Stati Uniti e in particolare tra Chicago, San Francisco e Los Angeles dove aveva stabilito la sua residenza e la sede dell’attività professionale.
La vita di Edgardo Contini, così come tantissime altre importanti storie di italiani all’estero per nulla noti nelle pagine di storia italiana, rappresenta un esempio significativo e su cui riflettere per conoscere e valorizzare quanto realizzato dall’emigrazione italiana all’estero, di cui purtroppo si conosce davvero molto poco se non i soliti luoghi comuni.
Il progetto di questo volume rientra nell’ambito della ricerca internazionale sulla "Diaspora Italiana" al fine di valorizzare il genio e la creatività dell’arte, dell’architettura e dell’ingegneria italiana all’estero.
Seppure per nulla considerato nelle pagine della storia dell’architettura italiana, Edgardo Contini è stato un grande protagonista negli Stati Uniti, dove ha saputo far dialogare le esigenze di un popolo multiculturale con la bellezza e l’eleganza dello stile italiano. A lui si deve la capacità di aver contribuito a orientare i cambiamenti dei processi produttivi attraverso un linguaggio per nulla convenzionale, ma fondato sulla creatività e sulla spontaneità progettuale. Le pagine del volume, presentando un tema che senz’altro non intende esaurirsi qui, hanno lo scopo di evidenziare il prestigio di progetti di ricerca in grado di valorizzare la storia dell’architettura e dell’ingegneria italiana oltre i confini nazionali e quindi realizzata dagli italiani all’estero.
Il libro è un omaggio alla comunità ebraica, alla memoria e a quanti, come Edgardo Contini, hanno contribuito a costruire nuovi orizzonti attraverso il dialogo e la condivisione di paradigmi culturali differenti e il cui incontro ha determinato la nascita di nuove prospettive. Un omaggio a coloro che hanno lasciato le loro terre di origine per andare incontro a nuove opportunità determinando la trasmissione e lo sviluppo di nuove conoscenze. Un omaggio a coloro che sono emigrati o che emigrano, perché solo guardando oltre è possibile sperare in un mondo migliore e inclusivo.
La parola razza gode di una popolarità sorprendente, anche tra i colti e i liberali; ma si riferisce a qualche realtà biologica identificabile nella nostra specie? Di questo parlerà il genetista Guido Barbujani, professore all'Università di Ferrara, nella conferenza “Us, the Africans. Race, genes and human migration” in programma il prossimo 16 gennaio nella Sala da tè “Sofia Future Farm” (Sofiankatu 4 C) ad Helsinki. Organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con “Tieteiden yö - The Night of Science”, la conferenza - in lingua inglese - inizierà alle 17.
Lo studio di ossa fossili, reperti archeologici e, recentemente, il nostro genoma ci sta permettendo di ricostruire aspetti altrimenti sfuggenti della nostra storia remota. Ora sappiamo che tutta l'umanità discende da antenati africani, che hanno iniziato a disperdersi negli altri continenti oltre 2 milioni di anni fa, e si stanno ancora muovendo. "Radici" è diventata una parola cruciale nel discorso sociale e politico, spesso con l'ulteriore implicazione che averli in luoghi diversi potrebbe implicare un diverso accesso a diritti e risorse. Tuttavia, prove biologiche supportano l'idea che gli umani non hanno radici, ma piuttosto gambe e piedi, e li usano da millenni per migrare, esplorare nuovi territori e incontrare altre persone.
Guido Barbujani ha lavorato presso le Università di Padova, nello Stato di New York presso Stony Brook, a Londra, a Bologna, ed è ora professore di genetica a Ferrara. I suoi principali campi di interesse sono la genetica delle popolazioni, l'evoluzione umana e la consapevolezza pubblica della scienza. (focus\ aise) 

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