"LEWIS W. HINE. AMERICAN KIDS" ALLA CASA DI VETRO DI MILANO

"LEWIS W. HINE. AMERICAN KIDS" ALLA CASA DI VETRO DI MILANO

Giovanissimi strilloni stanno fumando in un momento di pausa. 9 maggio 1910, St. Louis, Missouri, USA. Foto di Lewis Wickes Hine (1874-1940) © Courtesy Library of Congress, Prints & Photographs Division, National Child Labor Committee Collection

MILANO\ aise\ - Come nel film di Sergio Leone "C’era una volta in America": sino al 25 gennaio 2020 in anteprima nazionale a La Casa di Vetro di Milano è allestita l’esposizione "Lewis W. Hine. American Kids", dedicata alle condizioni di vita e di lavoro dei figli delle classi sociali più povere e degli immigrati (per lo più europei, tra cui tantissimi italiani) negli Stati Uniti dei primi del ‘900.
Curata da Alessandro Luigi Perna e prodotta da Eff&Ci – Facciamo Cose di Federica Candela, la mostra si compone di circa 60 riproduzioni digitali da stampe originali selezionate tra le più belle immagini (tra cui molte poco conosciute) della collezione della National Child Labour Committee, la principale organizzazione privata senza fini di lucro protagonista del movimento nazionale di riforma del lavoro minorile negli Stati Uniti a cavallo tra il XIX e il XX secolo. La sua missione era quella di promuovere "i diritti, la consapevolezza, la dignità, il benessere e l'educazione dei bambini e dei giovani in relazione al lavoro".
A scattare le foto, oggi conservate alla Library of Congress, Lewis Wickes Hine, il celebre maestro americano della fotografia sociale, di ritratto e di reportage che ha ispirato i grandi autori americani degli anni ‘30 (in primis Dorothea Lange) che hanno raccontato la Grande Depressione e il New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt.
Lewis W. Hine realizza le immagini come fotografo investigativo per la NCLC (National Child Labour Committee) tra il 1908 e il 1924. Un lavoro pericoloso che spesso lo rende vittima di minacce di violenza o addirittura di morte da parte di vigilantes, capisquadra delle fabbriche e datori di lavoro della manodopera agricola. Per entrare in miniere e fabbriche, Hine spesso si spacciava per un vigile del fuoco, un venditore di cartoline o fotografo industriale che ritraeva macchinari. Le sue ricerche ci conducono attraverso un universo a sé stante composto da giovani e giovanissimi impegnati nella lotta quotidiana per sopravvivere e continuare a inseguire il sogno americano. Un sogno che sembra essersi avvitato su sé stesso. Il lavoro minorile infatti, sottopagato e perciò molto richiesto (il 18% della forza lavoro americana ai primi del ‘900 è composto da minori sotto i 16 anni), toglie opportunità ai padri che si ritrovano disoccupati e dipendenti dagli stipendi dei loro figli. Avviliti, frustrati, con la convinzione di essere dei falliti incapaci di mantenere le loro famiglie, quegli stessi padri abbandonano spesso il loro nucleo familiare, costringendo a nuovi sforzi proprio i loro figli, sempre più condannati a una dimensione lavorativa da adulti. Con una logica da fotoreporter, ma con un’estetica da ritrattista, Hine ci racconta la vita sul lavoro e in strada di milioni di ragazzini figli di immigrati e delle classi sociali più povere. Ci mostra infatti il lavoro nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere, in strada, nelle case. Li segue mentre recuperano dalle discariche tutto ciò che può essere utile, da rivendere o da bruciare per riscaldarsi. Li riprende nelle scuole, quando hanno la fortuna di poterle frequentare. Indaga sui loro passatempi – i giochi sui marciapiedi, il cinema, il biliardo... E ce li fa infine vedere mentre rubano o stanno agli angoli delle strade in bande violente che si contendono i quartieri o si misurano tra loro quando le squadre di baseball preferite si ritrovano negli stadi, dando vita alla forma moderna di violenza tra tifoserie.
In quell’America di inizio ‘900 presa d’assalto dai migranti europei, malvisti dalle classi sociali più povere di meno recente immigrazione, a essere protagonisti della criminalità sono proprio i ragazzi italiani. Dal 1876 al 1900 arrivano negli Stati Uniti circa 800.000 compatrioti. Ma nei primi quindici anni del nuovo secolo la loro presenza si intensifica fino ad arrivare a 3.500.000. Gli Italiani sono solo il 6,5 % della popolazione ma il 30% delle bande giovanili di quartiere, spesso molto violente, è composto proprio da nostri connazionali. Anche nei riformatori i nostri ragazzi raggiungono percentuali simili. Secondo un’inchiesta del 1904, tra i detenuti minorenni nati negli Stati Uniti, i ragazzi italiani rappresentano oltre il 28%, seguiti poi da Russi, Tedeschi e Canadesi. In maggioranza sono condannati per reati di lieve entità: ubriachezza, vagabondaggio e piccoli furti. A spingerli a trasgredire la legge è l’estrema povertà e le paghe spesso misere di lavori duri e precari. Molti poi sono i ragazzi giunti senza famiglia in America alla ricerca di opportunità che spesso non si presentano. Pochi poi sono i minori italiani che frequentano le scuole. A essere penalizzate sono soprattutto le bambine che rimangono a casa per aiutare le madri nei lavori a cottimo (per esempio il confezionamento di abiti). Ma anche i maschi disertano le scuole, spesso per la difficoltà a inserirsi e per le discriminazioni che subiscono – per il modo di parlare, di vestire... Secondo alcune ricerche dell’epoca, il 77% dei ragazzi italiani ha un ritardo scolastico di almeno un paio d’anni rispetto ai coetanei di altra provenienza – è la percentuale più grande tra gli immigrati europei. A subire maggiormente il razzismo della scuola americana verso i nuovi arrivati sono però i figli dei meridionali, considerati diversi da quelli provenienti da famiglie dell’Italia settentrionale e descritti come incapaci perché “mentalmente inferiori”. Altissima, secondo alcune ricerche, è poi tra gli Italiani immigrati la mortalità infantile sotto i 5 anni: si arriva a punte del 92,2 % contro una media cittadina del 51,5%. A uccidere di più sono morbillo e tubercolosi. E in particolare a essere colpite da quest’ultima malattia sono bambine e ragazze.
Sociologo e fotografo, Lewis Wickes Hine (26 settembre 1874 - 3 novembre 1940) usa la macchina fotografica come strumento di riforma sociale. Le sue fotografie sono risultate fondamentali per cambiare le leggi sul lavoro minorile negli Stati Uniti. A indirizzare il suo talento per le immagini è forse la storia personale: rimasto orfano del padre, riesce a frequentare l’Università solo perché lavora sin dall’adolescenza risparmiando i soldi per la sua formazione. Laureato in Sociologia, diventa insegnante a New York City presso la Ethical Culture School, dove incoraggia i suoi studenti a usare la fotografia come mezzo educativo. Conduce le sue lezioni utilizzando le fotografie che ritraggono le migliaia di immigrati che arrivavano ogni giorno nel porto di Ellis Island a New York. Giunto alla conclusione che la fotografia documentaria può essere uno strumento di cambiamento, nel 1907 diventa fotografo dello staff della Russell Sage Foundation, per la quale ritrae la vita nei distretti siderurgici di Pittsburgh, in Pennsylvania. Le sue immagini sono utilizzate per il famoso studio sociologico intitolato The Pittsburgh Survey. Nel 1908 Hine abbandona l’attività di insegnante e diventa il fotografo di punta della National Child Labour Committee (NCLC). Per quasi due decenni (interrompe la collaborazione nel 1924) contribuisce così alla lotta contro il lavoro minorile attraverso immagini che entrano nella Storia delle società contemporanee e della Fotografia. Negli anni della Prima Guerra Mondiale e del primo dopoguerra ritrae anche l’attività di assistenza in Europa della Croce Rossa americana. Dalla seconda metà degli anni '20 fino ai primi anni '30, realizza una serie di ritratti con l’obiettivo di mettere in risalto il contributo umano all'industria moderna. Nel 1930, il fotografo è incaricato di documentare la costruzione dell'Empire State Building. Un’impresa che prende molto sul serio assumendosi spesso, per realizzare le sue immagini, gli stessi rischi dei lavoratori che deve ritrarre. Anche in questo caso molte delle sue immagini sono passate alla storia e sono entrate nelle case di milioni di persone per generazioni sottoforma di poster. Durante la Grande Depressione, Hine ha lavorato di nuovo per la Croce Rossa, fotografando per la Tennessee Valley Authority (TVA) e documentando la vita sulle montagne del Tennessee orientale.
L’iniziativa fa parte di "History & Photography – La storia raccontata dalla fotografia", un progetto rivolto al grande pubblico e a scuole e università che ha per obiettivi valorizzare gli archivi fotografici storici (e i relativi autori) rendendoli fruibili a tutti e utilizzare le loro immagini per supportare l’insegnamento della storia contemporanea sia dal vivo che via Internet. Per la prima volta la mostra è "visitabile" via internet anche ai privati: è infatti possibile vedere in slideshow manuale la selezione di immagini esposte sugli schermi di casa propria, pagando in base al numero di spettatori. Un nuovo modo di godere dell’arte della fotografia grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia digitale. (aise)


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