LO SFOGO DI SALAMÉ ALL’ONU: CERTI PAESI DEVONO SMETTERLA, “GIÙ LE MANI DALLA LIBIA” – DI STEFANO VACCARA

LO SFOGO DI SALAMÉ ALL’ONU: CERTI PAESI DEVONO SMETTERLA, “GIÙ LE MANI DALLA LIBIA” – di Stefano Vaccara

NEW YORK\ aise\ - “Mentre il mondo, come ha appena ribadito oggi il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, teme e trema per l’avvicinarsi della guerra tra Stati Uniti e Iran, in Libia si spara già da tempo e a partecipare, direttamente o indirettamente, sono in tanti. Il governo di Tripoli – Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez Mustafa al-Sarraj e riconosciuto dall’ONU – è per ora appoggiato da Turchia – che annuncia l’invio di truppe – dal Qatar e dall’Italia. L’Esercito di liberazione libico (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar, è sostenuto da Egitto, Emirati Arabi, Russia, Giordania, Francia. E gli Stati Uniti? Stanno a guardare…”. Così scrive Stefano Vaccara, direttore del quotidiano online “La voce di New York”.
“Sabato, in un bombardamento durante la cerimonia di laurea di una scuola di cadetti, sono morti vicino Tripoli trenta giovani libici. Secondo le accuse mosse dal governo tripolino, sono state le forze di Haftar a compiere il massacro, anche se LNA ha smentito.
Così lunedì all’ONU, c’è stata una riunione di emergenza a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla Libia in cui ha partecipato Ghassan Salamé, l’inviato speciale in Libia del SG Guterres e capo della missione UNSMIL. Quando Salamè è uscito fuori per parlare con i giornalisti, ha detto più volte che la Libia soffre soprattutto per l’invio di mercenari e armi da parte di altri paesi e che il processo di pace (ci dovrebbe essere un incontro a Berlino presto) è messo in pericolo dalle continue interferenze che bloccano ogni tentativo di pacificazione tra i libici.
Noi de “La Voce” gli abbiamo fatto delle domande cercando di capire come l’inviato speciale dell’ONU avesse reagito e presentato al Consiglio di Sicurezza la notizia dell’invio di truppe turche da parte del presidente Erdogan. Queste non sono certo “mercenarie” e anzi il diritto internazionale consente ad un paese di inviare un contingente militare se richiesto dal governo riconosciuto dall’ONU. Il Parlamento turco ha appena acconsentito al presidente Erdogan di inviare in Libia i soldati richiesti dal governo di Tripoli.
Salamé, che ha un certo punto ha alzato il tono della voce, si è appellato a tutti i paesi a “tener fuori le mani dalla Libia”, che sta soffrendo di troppe interferenze straniere da quando, sempre sotto l’ombrello di una risoluzione della Nazioni Unite, il dittatore Muammar Gheddafi è stato nel 2011 prima spodestato e poi ucciso.
Salamé ha detto a giornalisti:
“Quello che ho chiesto al Consiglio di Sicurezza, e quello che chiedo a molti paesi, è molto chiaro: tenetevi fuori dalla Libia. Ci sono già troppe armi in Libia. Non ne hanno bisogno di altre. Ci sono abbastanza mercenari in Libia, quindi smettetela di mandarli, come sta succedendo proprio ora, in centinaia, probabilmente migliaia, come stanno arrivando adesso”.
“C’è una risoluzione che ordina un embargo di armi verso la Libia. Coloro che hanno votato questa risoluzione sono obbligati a farla rispettare. Se tutti violano l’embargo delle armi, è un problema. Ma se la violano anche coloro che l’hanno votata la risoluzione, diventa un problema ancora più grande”.
L’inviato speciale dell’ONU ha descritto la situazione in Libia come “particolarmente difficile e triste”.
Le persone comuni in Libia stanno pagando un prezzo altissimo, con dozzine di scuole chiuse, ospedali che vengono attaccati, e migliaia di sfollati. Ai giornalisti Salamé ha ripetuto che non c’è una soluzione militare al conflitto, che potrebbe avere un impatto anche nei fragili paesi vicini.
Ad un certo punto Salamé, dopo una nostra ulteriore domanda che gli chiedeva cosa avesse chiesto al Consiglio di Sicurezza e cosa gli fosse stato risposto, ha cominciato a rialzare il tono della voce: “la Libia non è una storia solo di petrolio. Non è una storia solo di gas. La Libia non è solo una storia di geopolitica: è anche una storia umana. E le persone stanno soffrendo, e per nessuna altra ragione che per il fatto che non c’è un messaggio internazionale chiaro, quando è troppo è troppo!”.
Salamé ha anche cercato di infondere un minimo di speranza, che non tutto è perduto in Libia e che le Nazioni Unite continuano a lavorare per la pace. UNSMIL ha lanciato un processo in tre fasi parallele per avvicinare le due parti prima nell’affrontare la situazione economica e finanziaria, poi militare e di sicurezza, e il dialogo politico.
Salamé ha detto che la prima fase è iniziata lunedì, con rappresentanti dei partiti che si sono incontrati a Tunisi per discutere dei problemi economici e finanziari. Per poi aggiungere: “Io spero che nelle prossime due settimane sarò in grado di lanciare la seconda fase, quella sui problemi militari e di sicurezza: cioè il cessate il fuoco, l’embargo delle armi, DDR (disarmo, demobilitazione e integrazione) processi, terrorismo e contro terrorismo, e questo tipo di problemi” ha aggiunto. Salamé ha quindi detto che spera “che prima della fine di questo mese, saremo in grado di lanciare il dialogo politico, probabilmente a Ginevra”.
Salamé alla fine ha espresso la speranza che una conferenza sarà tenuta a Berlino nelle prossime settimane per dare una “spinta” internazionale agli sforzi che si stanno tenendo sul terreno.
Alla fine dello “stake out” con i giornalisti di Salamé, si è poi presentato l’ambasciatore russo Vassily Nebenzia che, quando gli è stato chiesto cosa pensasse di quello che aveva appena detto ai giornalisti l’inviato di Guterres in Libia, con quel tono polemico verso i paesi del Consiglio di Sicurezza che discuterebbero di Libia senza occuparsi dei problemi del popolo libico, l’ambasciatore ha risposto: “Veramente a noi non ha parlato così””. (aise) 

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