LOS ANGELES COMMEMORA AUSCHWITZ CON IL DOCUMENTARIO DI UN REGISTA ITALIANO - DI SILVIA GIUDICI

Los Angeles commemora Auschwitz con il documentario di un regista italiano - di Silvia Giudici

credit Nazareno Migliaccio Spina

LOS ANGELES\ aise\ - “Nove cittadini italiani, tutti sopravvissuti ad Auschwitz, hanno condiviso le loro storie che, alternate a fotografie personali e storiche e immagini d’archivio del 1945, hanno dato vita a un documentario dedicato alla prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz. Andra Bucci, Esterina, Calò Di Veroli, Nedo Fiano, Luciana Nissim Momigliano, Liliana Segre, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia, Arminio Wachsberger; sono questi i nomi dei sopravvissuti che appaiono in Volevo Solo Vivere, firmato dalla regia di Mimmo Calopresti”. Come scrive Silvia Giudici in un articolo-intervista pubblicato sulla versione on line de L’Italoamericano di Los Angeles, “In occasione della Giornata della Memoria, il documentario, che ha come produttore esecutivo Steven Spielberg ed è stato realizzato nell’ambito delle iniziative dello Shoah Foundation Institute, è stato promosso sulle piattaforme online per ricordare, in tutto il mondo, i sei milioni di ebrei sterminati dalle barbarie naziste.
L’Istituto Italiano di Cultura e il Consolato Generale d’Italia di Los Angeles hanno commemorato la ricorrenza con un evento online organizzato in collaborazione con Holocaust Museum LA, Museum of Tolerance Los Angeles, USC Shoah Foundation, American Jewish Committee Los Angeles, ADL Los Angeles e Milken Community School.
Il documentario racconta come è stato vissuto l’Olocausto in Italia, dalle leggi razziali emanate da Mussolini nel 1938 all’invasione tedesca nel 1943 fino alla liberazione di Auschwitz nel 1945.
D. Mimmo Calopresti, come è nato il progetto di questo documentario?
R. Volevo Solo Vivere ė nato dopo che Shoah Foundation ha finito di raccogliere le interviste di tutti i sopravvissuti della Shoah italiana. Un lavoro approfondito e meticoloso che ha raccolto attorno a sé un gruppo d’intervistatori preparati per l’occasione, e un gruppo di ricercatori e archivisti preparato per organizzare le lunghe interviste in una vera e propria enciclopedia della memoria estesa in tutti i continenti. Un lavoro imponente in cui il documentario si occupa di una parte di storie che riguarda un gruppo d’italiani che sono sopravvissuti al campo di Auschwitz-Birkenau.
D. Per poterle scegliere, ha visionato centinaia di testimonianze. Che approccio ha usato per la selezione?
R. Ho avuto a disposizione un materiale immenso e ho cominciato a guardarlo in maniera caotica e soprattutto emotiva. Era molto difficile continuare a farsi carico tutti i giorni dell’incredibile dolore che trasmettevano i racconti, soprattutto nella parte che riguardava la permanenza dentro il campo. Alleggerivo questi momenti soffermandomi sulla leggerezza del racconto del vissuto familiare e di vita di questi testimoni prima di essere perseguitati, catturati e deportati nell’inferno dei campi. Dopo una lunga riflessione e dopo aver pensato che mai avrei potuto farcela, ho trasformato questo rifiuto nella necessità di raccogliere queste testimonianze e continuare a farle vivere e rivivere per tutto il tempo necessario, soprattutto pensando a quanto era stato difficile per molti di loro raccontare quello che avevano vissuto. Avevano paura di non essere creduti.
D. C’è qualche aspetto della questione che secondo lei non viene considerato come dovrebbe?
R. Ancora oggi nel mondo esistono schiere di negazionisti, ci sono gruppi politici che si richiamano al fascismo e al nazismo e gruppi di persone che vorrebbero continuare a perseguitare ebrei, avversari politici, omosessuali, zingari. Accettare questo lavoro, per me è stato decidere di diventare una persona migliore, ascoltando e stando vicino alle persone che così tanto avevano sofferto ed aiutarle a farle sopravvivere attraverso il racconto della loro storia.
D. Quale era il suo obiettivo nel dare forma al documentario?
R. Ho dato forma al documentario scegliendo il campo Auschwitz Birkenau che avevo visitato insieme alle scuole di Roma ed alcuni sopravvissuti le cui testimonianze sono poi nel documentario. E poi ho costruito una linea storica partendo dalla promulgazione delle leggi contro la razza, momento in cui il fascismo comincia la persecuzione feroce contro gli ebrei, e con cura ho cominciato a mettere in fila le varie storie, cercando di ricostruire il periodo storico, il clima sociale e politico. Infine mi sono concentrato sulle fasi chiave dell’odissea vissuta da quegli uomini e da quelle donne: la cattura, il viaggio, l’arrivo e il ritorno dal campo. Praticamente con le interviste e le immagini ho cercato di rivivere quel terribile momento che aveva colpito l’umanità intera.
D. Che tipo di decisioni ha preso rispetto all’utilizzo di immagini d’archivio, sicuramente spesso molto disturbanti?
R. Ci sono immagini molto forti che ogni volta che vedo mi fanno venire i brividi, ma ho scelto di usare solo quelle necessarie, perché nessuno di noi si deve scordare le cifre impressionanti di quel momento terribile. L’aver permesso che in Europa si potessero concepire sei milioni di morti è un monito terribile ed incancellabile per tutta l’umanità.
D. Quanto è importante il discorso di Mussolini inserito in apertura?
R. Il discorso di Mussolini a Trieste che promulga il bisogno delle leggi razziali in Italia è terribile non solo per le parole del Duce ma anche per l’inquietante ed oceanica presenza degli italiani che le acclama; quelle immagini certificano che la maggioranza degli italiani era d’accordo con il delirio del suo leader. Certo ci fu chi si oppose, per primi un gruppo di professori universitari e poi altri coraggiosi che cercarono d’impedire la deportazione degli ebrei nei campi ma la maggioranza applaudì e quella piazza lo conferma. È stato difficile recuperare quelle immagini che sembravano dimenticate e perse nell’archivio dell’Istituto Luce, e per lungo tempo ho lavorato su una versione monca di alcune parti. Solo dopo una lunga ricerca si è arrivati alla sua versione integrale necessaria per ripristinare quella scomoda verità per il nostro Paese.
D. C’è un aspetto dell’Olocausto del quale non era a conoscenza e che ha scoperto durante la creazione del documentario (e che l’ha particolarmente colpita)?
R. L’immagine che più mi ha colpito nel lavoro di ricerca in quelle di repertorio che ho visto e selezionato, è quella dell’esercito americano che si avvicina al campo da poco liberato dai russi, dove si vedono delle abitazioni che si presentano in tutta la loro normalità, e che indicano che per molto tempo le persone normali avevano convissuto accanto all’inferno nell’indifferenza totale. Un’altra immagine è presa dall’album di Auschwitz, le uniche fotografie scattate all’interno del campo, dove un ufficiale nazista con un semplice gesto della mano indirizza, con un’indifferenza mostruosa, le povere vite che si presentano davanti a lui, mandandoli o nella fila della morte cioè di chi verrà inviato direttamente nelle camere a gas, oppure nella direzione delle baracche dove sarebbe cominciata la terribile prigionia.
D. Cosa l’ha colpita di più delle testimonianze dei sopravvissuti?
R. Ciò che mi ha veramente impressionato nelle testimonianze dei sopravvissuti e che non mi sarei mai aspettato è la difficoltà nel rientrare in una vita normale, la paura di non essere creduti e il senso di colpa senza aver mai fatto niente di male. La paura di non essere accettati e soprattutto la consapevolezza che quel numero tatuato sulle loro braccia sarebbe rimasto inciso in maniera indelebile nelle loro anime. A noi, a me, non resta che il compito di ritrasmettere quella testimonianza, quel momento in cui l’umanità intera ebbe paura di sapere e opporsi a quella atrocità progressiva che veniva inflitta a milioni di esseri umani per umiliarli e renderli inferiori.
D. Perché secondo lei è ancora necessario parlare dell’Olocausto al giorno d’oggi?
R. Non solo non bisogna dimenticare la sofferenza di milioni di esseri umani, ma anche l’ingiustizia della persecuzione razziale, la ferocia degli aguzzini nell’infliggere punizioni ed una vita di stenti a chi non aveva nessuna colpa. Tutto questo mi fa pensare che dimenticare sarebbe veramente indegno per una società che vuole essere riconosciuta come civile e che mette al primo posto l’umanità e la giustizia. Il documentario serve affinché nessuno possa dire “Io non ci credo””. (aise)


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