MATTARELLA E PAHOR A BASOVIZZA: INTERVISTA AL PRESIDENTE DEI VOLONTARI DELLA LIBERTÀ DI TRIESTE

MATTARELLA E PAHOR A BASOVIZZA: INTERVISTA AL PRESIDENTE DEI VOLONTARI DELLA LIBERTÀ DI TRIESTE

ROMA\ aise\ - Il 13 luglio scorso i presidenti italiano e sloveno, Sergio Mattarella e Borut Pahor, si sono recati al luogo simbolo di Basovizza di fronte all’austero monumento, mano nella mano, imitando il gesto storico di Helmut Kohl e Francois Mitterrand a Verdun il 22 settembre 1984.
Indubbiamente è stato un gesto significativo, destinato a lasciare un segno: per la prima volta un presidente sloveno ha reso omaggio ai morti di Basovizza, la foiba (in realtà un pozzo minerario) in cui furono gettati italiani e tedeschi, uccisi dai partigiani comunisti. Ed è stata la prima volta in cui un presidente italiano ha visitato il vicino monumento ai quattro sloveni fucilati nel 1930 a seguito della condanna a morte da parte del tribunale speciale fascista, in quanto giudicati colpevoli di atti terroristici.
La visita ha avuto luogo in una data anch’essa significativa in quanto ricorreva esattamente un secolo dall’incendio del Narodni Dom, il più importante punto di riferimento delle tante comunità etniche di origine slava della città di Trieste, dato alle fiamme nel corso di quella che gli storici considerano la prima azione squadrista organizzata della nostra storia.
La cerimonia è stata celebrata fra imponenti misure di sicurezza, certo legate alla situazione di emergenza sanitaria, ma anche al timore di contestazioni. Ed infatti le polemiche non sono mancate. Ne parliamo con Diego Guerin, da alcuni mesi presidente della Associazione Volontari della Libertà di Trieste, la storica associazione che ha raccolto per decenni coloro che parteciparono alla Liberazione nelle file dei partigiani autonomi, che ha sottoscritto un documento assieme ad alcune associazioni consorelle.
D. Una visita importante quindi, ma la storia è complicata dite nel vostro documento.
R. Si, riteniamo che la cerimonia del 13 luglio sia stata importante e con risvolti e conseguenze che dovranno essere valutate con attenzione. Polemiche non sono mancate: chi ha contestato la ridotta presenza delle rappresentanze delle Associazioni degli esuli alcune delle quali volutamente assenti in aperta polemica, altri la totale esclusione di cittadini e anche di buona parte della stampa, e ancora l’assenza della bandiera tricolore dal pennone del monumento di Basovizza, il costo della operazione di restituzione del Balkan, l’albergo ove aveva sede il Narodni Dom. Aspetti che possono essere ritenuti formali oppure di secondaria importanza, ma l’impressione è che le tensioni non si siano affatto sopite e che continuano a permanere sottotraccia.
D. E quali le vostre valutazioni?
R. Ne abbiamo discusso a lungo fra noi Associazioni che aderiscono alla Federazione Italiana Volontari della Libertà e che hanno sede qui nel Friuli Venezia Giulia ovvero oltre a noi di Trieste, i nostri amici goriziani (AVL Gorizia) e friulani (l’Associazione Partigiani Osoppo) e siamo arrivati ad un documento condiviso che costituisce una importante riflessione, anzitutto per tutto il mondo della Resistenza autonoma. È evidente che ci sono ancora questioni irrisolte e che nemmeno cerimonie simboliche come quelle del 13 luglio riescono a superare, così come è evidente che la profondità e l’ampiezza dei drammi che hanno investito il Confine orientale sono state tali che si è creata una memoria storica ben difficile da dimenticare, e chi ha vissuto quegli eventi se li porterà dietro tutta la vita e non vi sono gesti simbolici o cerimonie che li possano superare. Di questa frattura che ancora permane sul Confine orientale è bene parlare, poiché non tenere conto di queste tensioni non aiuta certo a superare le ferite che la storia ha inferto a questa zona dell’Europa dove per molti decenni del Novecento, italiani, sloveni e croati si sono combattuti fra di loro.
D. Quali le origini di questa frattura?
R. È molto complesso, ma se vogliamo tentare di rappresentare in qualche modo anche fisicamente, direi che è una frattura che parte da Malga Bala, nell’alta valle dell’Isonzo ora territorio sloveno, dove 12 carabinieri (inquadrati nella Guardia Nazionale Repubblicana), furono uccisi nel marzo del 1944 da partigiani sloveni, prosegue fino alle malghe di Porzus, dove 17 partigiani della Brigata Osoppo furono uccisi nel febbraio del 1945 da una formazione GAP. La faglia prosegue verso il Collio, tragica tomba di decine e decine di sfortunati che, per le più varie ragioni, vennero uccisi dalla Resistenza garibaldina e slovena che dominavano incontrastate nella zona. Poi arriva a Gorizia, città che ha vissuto prima una drammatica resa dei conti con centinaia di persone rastrellate e infoibate e poi quasi sessanta anni di divisione con un muro confinario che ricordava, seppur in piccolo, quello ben più famoso di Berlino. La frattura prosegue verso Trieste, città che subì i 40 giorni della occupazione titina, con il drammatico scenario di morti, sparizioni e infoibamenti e poi ancora verso l’Istria, Fiume e la Dalmazia, terre di millenaria tradizione e cultura italiana e che, a seguito dei trattati di pace, furono cedute alla Jugoslavia costringendo alla fuga oltre trecentomila abitanti di origine italiana, che vennero a costituire il popolo degli esuli, oggi sparso in tutto il mondo. Siamo ben consci che ferite altrettanto profonde segnano la memoria delle popolazioni slovene e croate, dovute alle conseguenze della forzata italianizzazione delle zone con popolazione slovena e croata annesse all’Italia dopo il 1919, nonché alle ben più profonde ferite conseguenti alla invasione italo tedesca della Jugoslavia nel 1941 e alla repressione della resistenza con le ritorsioni verso la popolazione civile, repressione che giunse a eccessi inconsueti e drammatici.
D. Quali le prospettive vedete per il futuro?
R. Siamo convinti che il trascorrere del tempo aiuti a pacificare gli animi, a valutare la grande complessità che la realtà esprime: le fratture fra i popoli sono sempre molto irregolari, contorte, multiformi, spesso si incrociano e si sovrappongono, fornendo un quadro che non è semplice leggere e comprendere. Spesso occorre che trascorrano decenni prima che si riesca a ridimensionare alcuni aspetti, a scoprire retroscena sconosciuti o non adeguatamente valutati. È il lavoro degli storici che appunto hanno il compito di leggere la storia ed aiutare a comprendere i fenomeni che hanno così segnato le vicende dei popoli. Ed è il compito anche delle Associazioni che rappresentano coloro che hanno subito le vicende della storia, aiutando gli storici a raccogliere le tessere del grande mosaico della storia.
D. Alcune proposte concrete?
R. In questi anni ci sono state commissioni di studio, ricerche e passi avanti importanti sia in Italia che in Slovenia ed in Croazia, nella loro profonda diversità ma ci sembra che molto cammino debba ancora essere percorso. Ci permettiamo una proposta molto concreta, che, riteniamo, potrà aiutare a comprendere la complessità che si nasconde sotto la storia del Confine orientale. Proponiamo lo studio della storia dei tanti religiosi che persero la vita durante le vicende legate al conflitto che coinvolse italiani, sloveni e croati. Si tratta di un argomento assolutamente trascurato dalle varie istituzioni di carattere storico. Fra le rare eccezioni segnaliamo l’Associazione Concordia e Pax di Gorizia che nel corso di molti anni ha posto all’attenzione il dramma dei tanti sacerdoti che ebbero a subire due volte l’odio prima da parte del nazifascismo e poi da parte del comunismo.
Oggi su vari siti internet si possono trovare lunghi elenchi di sacerdoti e religiosi che furono perseguitati e uccisi, ma si tratta di elenchi che mettono assieme situazioni assai diverse; sono riportati infatti casi di sacerdoti morti in fatti di guerra (bombardamenti oppure cappellani militari rimasti uccisi sul campo di battaglia) oppure ancora uccisi o deportati dai tedeschi. Vi sono poi vari errori e molte altre situazioni sono ancora non indagate a fondo. Crediamo che questa ricerca storica potrà confermare che la maggior parte dei religiosi uccisi (si stima un numero vicino al centinaio fra sacerdoti, seminaristi e suore) erano di origine slovena o croata, mentre gli italiani furono molti di meno. Ciò a conferma che ciò che accadde ebbe una origine e una spinta in cui convivevano il carattere ideologico assieme a quello etnico.
Proprio questo lavoro ci attende: promuovere la ricerca storica dei fatti dolorosi, riportare alla luce e alla verità i tanti fatti nascosti o sottaciuti e rendere onore a chi si trovò spesso inerme ed indifeso a subire la tragica oppressione della ideologia, fascista, nazista, o comunista che fosse. E l’augurio che possano riproporsi gesti di riconciliazione come quello che i due Presidenti hanno attuato lo scorso 13 luglio. (ro.vol.\aise) 

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