PER IL FUTURO L’ECONOMIA SI TINGE DI VERDE – DI GIANGI CRETTI

PER IL FUTURO L’ECONOMIA SI TINGE DI VERDE – di Giangi Cretti

ZURIGO\ aise\ - “C’era un prima. Neppure molto tempo fa. Pertanto, ancora perfettamente (?) nitido nella nostra memoria: in fattezze e contorni. Cavalcava un’onda. Verde. Almeno così mi pare (perfettamente?) di ricordare. Che colorava il dibattito politico. Intenzionata a condizionare le scelte istituzionali. Alimentata, con costanza, da lungimirante entusiasmo e comprensibile preoccupazione giovanile. Che si accingeva a cancellare la becera convinzione di chi la subiva come un’espressione di smidollato sentimentalismo. Certa di riuscire ad archiviare la saccenza di coloro che ne negavano la fondatezza. C’è stato (?) un durante. Nel quale, complice la pandemia, abbiamo, chi più chi meno, sperimentato una diffusa, va da sé variamente graduata, sensazione di sofferenza collettiva. Declinata, a seconda dei casi, in legittima preoccupazione per la dimensione sanitaria, o in irritante fastidio per la spregiudicata superficialità ostentata urbi et orbi da alcuni capi di stato o di governo. C’è (?), sicuramente ci sarà, un dopo. Nel quale, quell’onda, anche se forse ancora non ne abbiamo verificata testimonianza, si è ritirata. Per tornare ad allungarsi con maggiorato vigore. Clamorosamente smentendo chi, in realtà temendola, la voleva liquidare, banalizzandola, come una debolezza sentimentale”. Il cambiamento climatico, la cura della terra, l’economia verde: di questo scrive Giangi Cretti nell’editoriale che apre il nuovo numero de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.
“Un’onda capace di imporre, rafforzandola, una visione olistica del futuro. Perché tutto si tiene. Perché, confrontati nostro malgrado, con la sofferenza e la paura abbiamo cominciato a dubitare delle nostre certezze. A lasciare che si insinuasse il dubbio, che, nonostante le immagini che puntualmente rimbalzano dall’Amazzonia cadenzate sulle dichiarazioni del presidente Bolsonaro, non siano panzane quelle che ci rendono attenti al fatto che la deforestazione*, oltre ad essere concausa del surriscaldamento climatico, ci esponga ad un rischio epidemico sempre più elevato, in quanto "scoperchia" un serbatoio immenso di virus sconosciuti, il cui vettore sono specie animali in buona parte sconosciute anch'esse.
Improvvisamente, ma forse non più di tanto, non ci appare balzana (un cedimento al sentimento?) l’idea che il rispetto degli ecosistemi possa essere non solo una nobile (?) enunciazione. Perché, come annota qualcuno sorprendentemente illuminato, "la natura è un esperimento scientifico che dura da quattro miliardi di anni".
Che, noi, in quanto evoluti e presunti sapienti, dobbiamo studiare. Per conoscere e doverosamente, appunto, rispettare. Era diffusa anche prima. L’impressione è che sia andata consolidandosi durante. Fortemente si spera che sappia esprimersi compiutamente dopo. È una rinnovata consapevolezza verso i problemi ambientali. Che nell’opinione pubblica sta raggiungendo livelli inimmaginabili. Forse perché affrontare con decisione la crisi climatica non è più solo una necessità, ma è diventata un‘urgenza. Che induce a sviluppare modelli di sviluppo ecosostenibili. In grado di garantire un futuro più sano, sicuro, civile e, perché no, gentile.
A maggior ragione oggi, quando sembra che si stia radicando la convinzione che la sostenibilità ambientale, sin qui ritenuta un ostacolo alla crescita economica, in realtà, per quest’ultima, sia un’irrinunciabile opportunità. Si rincorrono, quasi facendo a gara a superarsi, i cosiddetti green new deal (nuovi accordi verdi varrebbe lo stesso?) che tingono di verde (quasi) tutti i settori dell’economia. Autorevoli rapporti, studi** e ricerche lo attestano: la green economy (se noi italofoni la chiamassimo economia verde appariremmo più provinciali?) rende più competitive le imprese e produce posti di lavoro.
Come non bastasse lo fa, e questo è davvero seducente, affondando le radici, spesso secolari, in un modo di produrre legato alla qualità, alla bellezza, all’efficienza, alla storia delle città, alle esperienze positive di comunità e territori. Fa della coesione sociale un fattore produttivo. Coniuga empatia e tecnologia. Larga parte della nostra economia dipende da questo.
* Dal 1990 circa 420 milioni di ettari di foresta sono andati perduti a causa della conversione del suolo ad altri usi, mentre la Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali 2020 della Fao, ha rivelato che ogni anno vanno persi circa 10 milioni di ettari a causa della conversione all'agricoltura e ad altri tipi di sfruttamento delle terre.
** Uno studio recentissimo dell'Università di Oxford svolto da un team di esperti di fama internazionale, tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz e l'economista del clima Lord Nicholas Stern della London School of economics, pubblicato sull'Oxford Review of Economic Policy, è il primo studio che valuta i benefici della lotta contro i cambiamenti climatici insieme alla ripresa economica post-coronavirus.
Giunge alla conclusione che risollevare le economie piegate dal Covid-19 con politiche "green", ovvero che riducono le emissioni di gas a effetto serra con investimenti a favore delle energie pulite, non solo rallenta il riscaldamento globale ma è vantaggioso proprio dal punto di vista economico: crea più posti di lavoro, offre maggiori rendimenti nel breve termine per ogni dollaro speso e consente maggiori risparmi sul lungo termine, rispetto agli stimoli fiscali tradizionali”. (aise) 

Newsletter
Archivi