PERCHÉ SIA DAVVERO BENE COMUNE - DI GIANNI LATTANZIO

Perché sia davvero bene comune - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - “Rialzarsi dopo lo tsunami sanitario e sociale: è la parola d'ordine della politica ad un anno dall'arrivo della pandemia da Covid-19. Sono tanti gli effetti di cui stiamo prendendo atto e che minacciano l’economia mondiale, mentre peraltro l'emergenza non è finita. Si è conclusa invece positivamente la battaglia per i fondi che l'Ue ha stanziato senza lesinare. Il punto è focalizzare i margini di opportunità per ripensare modelli e meccanismi a livello globale. Dagli economisti di tutto il mondo ispirati da Papa Francesco è arrivata una road map da non trascurare. E si scopre che quei margini possono essere perfino inattesi”. Così scrive Gianni Lattanzio che, nella sua veste di Presidente di Confassociazioni International, firma questo articolo per “meridianoitalia.tv”, portale online diretto da Sonia Rocca.
“È venuto il momento di capire davvero cosa significhi parlare di bene comune, al di là delle dichiarazioni di intenti. Innanzitutto, è bene guardare con realismo alle sfide che abbiamo davanti: la carenza e la precarietà del lavoro, l’emergenza ambientale, il moltiplicarsi dei fenomeni migratori, l'esponenziale crescita di poveri sotto ogni latitudine, il tutto, oggi, nel contesto di una terribile pandemia. Viene subito in mente la raccomandazione di Papa Francesco: mettere al bando l'idea che si possa ignorare il fatto che ognuno di questi fronti ormai riguarda tutti.
Lo ha ben spiegato nell'Enciclica Laudato sì, dove il messaggio centrale non è la denuncia ambientale ma il richiamo a un'ecologia delle relazioni, perché tutto sul pianeta è interconnesso. Non è solo un discorso di globalizzazione ma di significati: nessuno può prescindere dalle conseguenze di disequilibri pesanti che si manifestino a proposito della salute dell'ambiente in cui viviamo o nei rapporti di forza tra ricchi e poveri.
A marzo 2020 avrebbe dovuto tenersi l'incontro tra giovani economisti voluto fortemente da Papa Francesco: per via del coronavirus è stato rimandato di qualche mese e si è tenuto poi in modalità digitale. In ogni caso ha offerto un contributo importante di pensiero al dibattito sul rilancio dell'economia. Vale la pena recuperare qualche caposaldo della Economy of Francesco.
La road map in sostanza è presto detta: perseguire un valore economico sostenibile dal punto di vista ambientale, che significa lavorare per un’economia circolare, dove gli scarti del consumo e della produzione si trasformano in materia prima di nuovi prodotti. Ma significa anche sviluppare una cultura che soppianti quella che Papa Francesco definisce la cultura dello scarto, che implica il tema dei rifiuti, ad esempio quelli di plastica che avvelenano ambiente e salute dell'uomo, ma anche gli esseri umani che non reggono il passo: poveri, anziani, persone con handicap o molto più comunemente quei lavoratori che, non essendo specializzati, stanno perdendo l'impiego man mano che l'automazione avanza. L'opposto di tutto ciò è, secondo Papa Francesco, una visione completamente diversa dei sistemi dell'economia.
Fare propria la concezione di “un'ecologia di relazioni” significa ribaltare l'ottica: prendersi piuttosto cura delle persone, guardando ai bisogni. In fase di pandemia può essere più urgente che mai la sollecitudine a prendersi cura della salute, ma – nella visione di Francesco – dovrebbe in realtà diventare il paradigma nuovo dei modelli economici. O meglio: non c'è solo il vaccino o le cure per il coronavirus da considerare, che pure ovviamente sono un'urgente priorità. C'è da dire che sono sempre di più gli economisti che giurano che l'attenzione per i più fragili è la ricetta migliore anche per i più agiati. E non è un richiamo astratto: le formule ci sono. Il primo suggerimento che emerge è quello di far fuori l'illusione che un certo liberismo per anni ha alimentato: che producendo ricchi si producesse a cascata anche benessere per le altre fasce sociali. Non ha funzionato e ci ritroviamo sempre più marcate diseguaglianze sociali a tanti livelli. E non c'è appello che tenga alla globalizzazione, che doveva fungere da vasi comunicanti, o alla digitalizzazione che avvantaggia solo chi è già avanti e che taglia i posti di lavoro non specializzati.
Resta la preoccupazione di come muoversi scongiurando l’ipotesi di decrescita, di come risolvere il problema della sostenibilità ambientale e della sfida alla salute senza compromettere la capacità di creare occupazione o minare la sostenibilità finanziaria dell’Italia. L’economista Leonardo Becchetti parla da tempo di “ricca sobrietà”, ribadendo proprio che per risolvere il dilemma ci vuole una risposta culturale prima ancora che economica. Secondo Becchetti, la ricca sobrietà è la risposta sul piano individuale e degli stili di vita al paradosso di una decrescita aggregata impossibile e controproducente a fronte di una decrescita settoriale urgente e improrogabile, come l’uscita dalle fonti fossili. Un punto di riferimento importante sono i risultati degli studi sulla soddisfazione di vita in tutto il mondo, che ci dicono che i fattori fondamentali per la nostra soddisfazione sono molto meno materiali di quello che pensiamo. In primis, infatti, c’è la qualità delle relazioni che abbiamo, anche se nessun Pil la misura. L’idea, dunque, è anche quella di guardare in modo nuovo ai numeri, pensando società dove la creazione di valore, economico e non, rispetti gli equilibri della sostenibilità finanziaria, sociale – che significa lavoro per tutti - ed ambientale.
Ha particolare senso parlare di tutto ciò proprio mentre il governo di Mario Draghi di unità nazionale entra in campo. È chiamato a impostare le giuste modalità di impiego della fetta destinata all’Italia del cosiddetto Recovery Fund, nell’ambito del Next Generation Eu. Si capisce che non c’è tempo da perdere per elaborare un piano credibile e rigoroso per l’Italia, da difendere con una resa nei fatti rigorosamente rispettosa del bene comune, di cui si è tanto parlato in fase di appoggio ad una delle personalità più stimate a livello internazionale. Il tutto senza dimenticare che sullo sfondo delle misure di emergenza restano tremendamente urgenti anche le riforme fondamentali sempre citate e dimenticate: riforme di assetti istituzionali, della pubblica amministrazione, della giustizia, della scuola. Il presupposto di base resta un’interazione lungimirante fra istituzioni, libero mercato, imprese responsabili, cittadinanza attiva. In definitiva, la competente, fattiva sobrietà di Draghi, che tutti riconoscono, potrà davvero cambiare il Paese se riuscirà ad assicurare un buon impiego dei fondi a disposizione, ma soprattutto se riuscirà a mettere in moto quel cambiamento culturale, quella rivoluzione ecologica che il Magistero di Papa Francesco indica.
Più che mai in un pianeta che consuma più di quello che produce ogni anno e in cui gli squilibri ecologici provocano sempre più spesso conseguenze socioeconomiche e sanitarie, nessuno si salva da solo”. (aise) 

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