SOLIDARIETÀ TRA I GRATTACIELI – DI FRA ALESSANDRO RATTI

SOLIDARIETÀ TRA I GRATTACIELI – di fra Alessandro Ratti

PADOVA\ aise\ - “Pochi sanno che New York ha un cuore francescano. Un cuore che batte da 175 anni, fin da quando la Grande Mela stava tutta comodamente nell’isola di Manhattan. Era il 1844 quando i primi francescani, missionari al seguito degli emigranti negli Stati Uniti, si stabilirono sulla 31 ª Strada, all’angolo con la 7 ª Avenue. L’enorme stazione ferroviaria Penn Station non avrebbe visto la luce se non sessant’anni dopo. Il Madison Square Garden, imponente arena che oggi chiude la visuale alla strada, sarebbe stato costruito centovent’anni più tardi. L’umile chiesa di San Francesco era già lì, e nei decenni ha visto crescere intorno a sé i grattacieli, che adesso la sovrastano da ogni lato”. Ne scrive fra Alessandro Ratti nel numero di gennaio del Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero.
“Come una mamma anziana, le tocca alzare lo sguardo per incontrare quello dei suoi figli cresciuti, tutti più alti di lei.
La parrocchia di Saint Francis of Assisi è un punto di riferimento per i newyorkesi, ma an - che un sasso d’inciampo in un distretto della metropoli nato per accogliere la classe operaia, e ben presto (alla fine del 1800) trasformatosi in quartiere di criminalità e a luci rosse – il malfamato Tenderloin district – per riqualificarsi infine come area di tendenza e di moda, tra i teatri di Broadway e gli scintillanti negozi delle marche internazionali più in voga.
Gli appartamenti che si affacciano sulle strade nei dintorni dell’ottocentesca chiesa francescana valgono letteralmente milioni di dollari – l’Empire State Building è ad appena 400 metri –. I loro inquilini non sempre vedono di buon occhio l’attività dei frati nel loro prestigioso e centralissimo quartiere. Infatti, fin dall’alba, la chiesa di San Francesco è punto di ritrovo dei senza tetto, gli homeless di New York, che sanno di poter trovare lì qualcosa da mettere sotto i denti e un caffè per scaldarsi dopo una notte passata all’aperto, magari in un rifugio di cartone.
Una povertà che provoca
La bread line, la mensa dei poveri di san Francesco, è la più antica d’America. Funziona da ottantotto anni grazie alle decine e decine di volontari che hanno scelto come loro parrocchia adottiva quest’oasi francescana, ostinata ad accogliere tutti nel bel mezzo di una delle zone più esclusive del mondo. Il contrasto tra ricchezza e povertà non potrebbe essere più evidente. In occasione del Giubileo parrocchiale, le reliquie di sant’Antonio hanno fatto visita a questo luogo francescano. Antonio qui si sente a casa, perché sotto l’aula tutta marmi e mosaici dedicata al santo fondatore dei francescani, c’è una notevole “chiesa inferiore” sopra la cui entrata si legge in inglese: “Santuario Antoniano”.
Le Messe qui si sono susseguite a ogni ora, tutte affollate. Oltre 70 mila i panini benedetti distribuiti in nome della carità del Santo da fra Lawrence con i suoi volontari. Migliaia di mani hanno accarezzato il reliquiario con l’immagine benedicente del patrono dei poveri e dei sofferenti. Davvero il Santo ha parecchio da fare an - che qui. La cripta dedicata ad Antonio, infatti, è divenuta punto di sosta e di ristoro durante la giornata per quanti sono costretti a vagare in atte - sa che si aprano i ricoveri notturni. Con discrezione, senza disturbare, povere donne segnate dalla vita stazionano sulle panche della chiesa. Qualche sporta o borsone accanto non indica un viaggiatore di passaggio, sono piuttosto il guardaroba del senza fissa dimora, a cui sant’Antonio non nega un po’ di conforto tra il via vai dei devoti.
La generosità di questi devoti permette ai frati di prendersi cura di chi non saprebbe altrimenti (è il caso di dirlo) a che santo votarsi.
Le iniziative della parrocchia
“Saint Francis of Assisi” Fra Andrew, il parroco, elenca le molteplici attività della comunità cristiana di Saint Francis: “Questa è una chiesa dove si viene perché la si sceglie. C’è gente che arriva qua da lontano, molti dedicano il proprio tempo al volontariato, a volte prendono giornate di ferie per dare una mano. Quotidianamente, alle 7 di mattina, serviamo qualcosa di caldo per i poveri che aspettano per la strada: un caffè, un panino, un dolce. Con l’aiuto dei laici abbiamo aperto un consultorio per sostenere e orientare chi è nel bisogno, un centro per i migranti, per i loro permessi e per risolvere le difficoltà della permanenza. Abbiamo un programma di educazione e parecchi altri servizi nati negli oltre ottant’anni di attività con chi è nel disagio e nella necessità. E ovviamente pensiamo anche alla fede di quanti ci frequentano: con catechesi per gli adulti e ritiri frequentati da 40-45 giovani-adulti ogni mese. L’anno scorso, a Pasqua, abbiamo battezzato sette adulti e accolto nella chiesa cattolica altri tredici convertiti”.
Una ventina di frati sono impegnati nei numerosi e diversificati ministeri animati dai francescani, ma solo in sei sono a tempo pieno per la parrocchia.
“Ma la gente del quartiere – chiediamo a fra Andrew – come vede questo andirivieni di mendicanti, bisognosi, non pochi dei quali sofferenti per patologie mentali?”. Il frate sorride e risponde: “C’è chi si lamenta, ovviamente. Più di una volta hanno fatto proposte per comprare in blocco tutto il complesso del convento e della chiesa, parlando di cifre che nessuno potrebbe rifiutare, se non noi che abbiamo fatto voto di povertà…”.
Per chiarire a tutti la loro volontà di portare avanti l’apostolato intrapreso, i frati hanno fatto installare ai piedi della scalinata, all’ingresso della chiesa, una statua di bronzo. Alla prima occhiata pare uno dei tanti poveri che se ne stanno su quei gradini. Ha la testa e il volto nascosti da una coperta, accovacciato a chiedere l’elemosina. A quanti guardano la mano stesa non sfugge però un particolare: è bucata nel mezzo, trapassata come da un chiodo. È la mano di Gesù che sollecita i passanti a riconoscerlo nei fratelli così simili a lui.
Frank e il miracolo di Antonio
Durante la giornata, tra la folla multietnica di fedeli scesi a venerare le reliquie di sant’Antonio, non passa inosservato Frank, 10 anni. Ogni 13 giugno, puntuale, viene a far visita al Santo che l’ha guarito, e lo ringrazia indossando un saio francescano che sua mamma gli ha cucito. Era nato con una malformazione al cuore il piccolo Frank, non avrebbe dovuto sopravvivere nemmeno pochi giorni per quel buco che trapassava i suoi minuscoli ventricoli impedendo la normale circolazione del sangue. Frank era attaccato alla vita. Non si poteva operare e le sue condizioni andavano anzi peggiorando, con sintomi di idrocefalo. La mamma, però, non smise un attimo di pregare sant’Antonio per quella sua creatura indifesa e sofferente, votandolo al Santo di famiglia, di cui tante volte aveva sentito raccontare i miracoli. E in poche settimane Frank si riprese, migliorò.
Il forame cardiaco che minacciava la sua vita addirittura regredì spontaneamente fino a sparire, senza intervento chirurgico. Oggi Frank è un vivace preadolescente, giudizioso fratello maggiore di due sorelline, autentico devoto del suo amico celeste Antonio. Attendendo di attraversare la strada per arrivare al santuario di Manhattan – ci spiega – aveva visto un camion passare all’incrocio: c’era una grande scritta sulla fiancata che l’ha fatto sorridere: “Anthony”.
Per Frank, appassionato di motori è stato il saluto che il Santo gli mandava nel giorno della sua festa. Al tramonto della festa antoniana, mentre si accendono le luci della metropoli d’America, salutiamo la parrocchia che ci ha ospitato. Pare di veder scintillare, in un cielo rasserenato dopo il temporale estivo, il sorriso di Francesco e Antonio che continuano a vegliare anche tra questi grattacieli”. (aise) 

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