TERESA BARONCHELLI: LA GRANDE MADRE DELL’EMIGRAZIONE – DI MARCELLA CONTINANZA

TERESA BARONCHELLI: LA GRANDE MADRE DELL’EMIGRAZIONE – di Marcella Continanza

FRANCOFORTE\ aise\ - “Teresa Baronchelli è nata nel 1931 a Villa d’Ognina, in provincia di Bergamo. Ha vissuto in Italia fino al 1956, impegnandosi a fondo in attività parrocchiali e nelle associazioni cattoliche, è emigrata in Svizzera e successivamente, in Germania. Ha lavorato in fabbrica e si è occupata di attività sociali fino al 1973. Si è attivata anche presso altri organismi italiani e tedeschi, a livello sociale ed ecclesiale, coinvolgendo altre nazionalità e gruppi etnici. Nel 1974 ha dato vita a Friburgo, dove vive, a una segreteria delle ACLI. È stata membro del Comites locale e del Consiglio Comunale per gli stranieri ed eletta due volte al Cgie. Ha organizzato per le donne emigrate convegni e seminari. È una personalità, una eccellenza italiana all’estero, definita la “grande madre” dell’emigrazione”. Ad intervistarla è stata Marcella Continanza che a Francoforte dirige “Clic donne”.
“D. Le chiedo di raccontare l’esperienza dell’emigrazione.
R. Nel ‘68 arrivai in Germania, come inviata della mia stessa ditta svizzera in una filiale vicino a Tubinga. Avrei dovuto rimanere solo pochi mesi, invece le cose andarono diversamente. In Germania cominciai a incontrare la prima emigrazione femminile, molto povera, fatta soprattutto di donne che venivano dal Sud. Erano state reclutate chissà come, al paese. Erano paurose, spaventate di tutto. Però riuscimmo a creare un gruppo di solidarietà e di accoglienza. Di donne migranti ne arrivarono altre, e la solidarietà diventò quasi una necessità di sopravvivenza. Ognuna era presente per l’altra, tutti i giorni e su tutti i fronti. Qui l’emigrazione cominciò al femminile. Poi cominciarono ad arrivare i mariti, a ricomporsi i nuclei familiari. Cominciò per me l’esperienza del sindacato, della commissione interna...
D. Veniamo al suo lavoro con le donne. Mi parli della cooperativa delle donne disoccupate, che costituì con altri a Friburgo nell’85.
R. Il progetto era rivolto a donne casalinghe e disoccupate, le quali, proprio a causa della loro situazione familiare, per la presenza di bambini, erano escluse dal mercato del lavoro. Il problema era sempre quello della formazione. Queste donne dovevano imparare il tedesco, dovevano imparare l’importanza della qualificazione professionale. Dovevano imparare a fare la contabilità. E dovevano conciliare tutto questo con la famiglia e la casa, con i bambini. La cosa importante di quella esperienza, però, fu il fatto che le donne italiane iniziarono a rendersi conto che non dovevano solo imparare, ma che potevano anche insegnare. Il gruppo era di nazionalità mista, c’erano dentro donne tedesche molto interessate alla cultura ed alla lingua italiana. In questo le donne italiane si sentivano molto realizzate e cominciarono anche a rivalutare il loro modo di vivere, la loro cultura di origine. Importantissimo fu il fatto che, allora, un gruppo di donne emigrate fu il motore di un progetto che invitava le donne a gestirsi da sole e ad avere tra loro un rapporto interculturale paritario. C’era posto per tutte, non ultime, ragazze con handicap che con noi trovavano la possibilità di lavorare.
D. Un’altra domanda riguarda il suo lavoro con le donne in emigrazione, che sono la parte più debole di una “società debole”.
R. La società è debole senza loro. Loro non sono deboli. Sono quelle che hanno fatto e fanno più fatica, quelle che sopportano di più il disagio, quindi le più forti.
D. Cosa ha avuto più bisogno la donna in emigrazione?
R. Ha avuto bisogno di ascolto e di aiuto. Poi, il suo potenziale umano è stato tale da cambiarle. Si sono rese conto che la loro debolezza era più presunta che reale ed è emersa la loro concretezza. È cambiato il volto dell’emigrazione. Oggi le donne trovano un lavoro qualificato, punti di riferimento, centri culturali italiani, esprimono iniziative collettive: sono elette nei consigli comunali, si interessano alla politica.
Ma Teresa Baronchelli è ancora lì, nella sede delle ACLI a Friburgo a lavorare perchè i problemi non mancano e l’integrazione è ancora un cammino”. (aise) 

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