UNA NUOVA ERA PER LA RIPRESA DEI RAPPORTI COMMERCIALI CON L’IRAN? IL CONTRIBUTO DI OPILIO E MORINI (STUDIO CMS)

Una nuova era per la ripresa dei rapporti commerciali con l’Iran? Il contributo di Opilio e Morini (Studio CMS)

MILANO\ aise\ - “Gli Stati Uniti d’America fanno ampio ricorso a misure restrittive nei confronti di Stati esteri nell’ambito della propria politica commerciale. Nella maggior parte dei casi, le limitazioni alle importazioni vengono giustificate non soltanto da strategie economiche, ma viepiù da esigenze di sicurezza nazionale di fronte a particolari attività commerciali di specifici Paesi. Di recente, la politica sanzionatoria americana è tornata ad occupare un posto di rilievo nel dibattito sul commercio internazionale per via della minaccia di nuovi dazi volti a scoraggiare l’adozione delle digital services tax da parte di quegli Stati occidentali determinati a tassare i redditi digitali dei colossi americani del web, ma anche per la guerra commerciale che ha coinvolto gli Stati Uniti d’America, la Cina e l’Iran”. I Professionisti Avv. Laura Opilio e Dott. Luca Morini dello Studio legale e tributario CMS hanno redatto un approfondimento dedicato al tema delle sanzioni Usa in Iran, anche alla luce del “riflesso diretto e ben incisivo sulle operazioni commerciali realizzate dagli operatori italiani”.
Ne riportiamo di seguito ampi stralci.
La nascita del programma di sanzioni contro l’Iran
I primi limiti economici alle transazioni con l’Iran vennero disposti dal Presidente degli Stati Uniti d’America (di qui in avanti il “POTUS”) James Earl Carter Jr già con l’Executive Order 12170 del 14 novembre 1979.
Tale provvedimento era volto a reagire e ad arginare la crisi degli ostaggi dell’ambasciata di Teheran e, in linea di principio, avrebbe dovuto avere carattere contingente e transitorio.
Nonostante ciò, da allora, i rapporti commerciali tra i due Stati non si sono mai normalizzati, e quanti si sono succeduti alla presidenza americana hanno rinnovato ed esteso il campo delle sanzioni commerciali contro l’Iran, dando vita ad un complesso e articolato sistema normativo, composto di Executive Order, Statute del Congresso ed emendamenti al Code of Federal Regulations .
Ma v’è di più. Durante l’ultima amministrazione americana, si è registrata l’intenzione di ampliare il solco che divide le economie dei due Paesi. A seguito del ritiro degli USA dal Joint Comprehensive Plan of Action (il “JCPOA”) nel Maggio del 2018, Washington ha ripristinato le severe sanzioni contro la Repubblica Islamica dell'Iran, le quali sono entrate in vigore il 5 novembre dello stesso anno, con lo scopo di punire la violazione dei termini di tale accordo.
Per quel che riguarda l’Italia, il nuovo corredo sanzionatorio ha avuto delle forti implicazioni per tutti quegli operatori impegnati nel settore dell'energia, atteso che l’Iran risulta uno dei principali esportatori nel mondo di petrolio.
Al fine di valutare l’impatto (più o meno) indiretto delle misure restrittive contro il paese mediorientale, pare opportuno ricostruire la struttura dell’intricato complesso normativo in cui si snoda il regime sanzionatorio adottato dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iran.
La struttura giuridica del programma di sanzioni
La forte efficacia deterrente dalle transazioni che coinvolgono l’Iran e le economie occidentali è dovuta alla struttura bipartita del “Programma di sanzioni” USA, il quale si compone di primary e secondary sanctions.
Il primo livello di restrizioni ha ad oggetto le attività economiche e gli enti sui quali gli Stati Uniti hanno una giurisdizione diretta, nonché le c.d. US persons, e trova, quindi, limitata applicazione al nostro e agli altri Paesi terzi.
Al contrario, le secondary sanctions hanno lo scopo precipuo di dissuadere e penalizzare enti e individui non-USA dall'effettuare determinati tipi di transazioni che coinvolgono l'Iran.
Preliminarmente, è opportuno evidenziare come le norme di secondo livello appaiano progettate in modo da avere una portata applicativa molto ampia, che lasci spazio a soluzioni interpretative piuttosto estensive.
Tale tecnica redazionale, perlopiù sconosciuta all’ordinamento giuridico italiano, impone all’interpretate una valutazione caso per caso delle transazioni economiche e determina una certa incertezza dell’operatore economico medio, il quale, spesso, si trova nell’impossibilità di svolgere ex ante una valutazione certa della propria compliance con la disciplina USA.
La difficoltà interpretativa della normativa in parola dipende ed è aggravata dal concorso di diversi fattori normativi che si cercheranno di riassumere ed esemplificare di seguito, a beneficio della dottrina e della prassi commerciale italiana.
(…)
Ulteriori profili di complessità: la (voluta) sovrapposizione dei Blocking statutes europei con la normativa americana
Con i Regolamenti (CE) 2271/96 del 22 novembre 1996 ed (EU) 2018/1100 del 6 giugno 2018 (i cosiddetti Blocking Statutes), l’Unione Europea ha voluto perseguire la tutela dello “sviluppo armonioso del commercio mondiale e della graduale soppressione delle restrizioni agli scambi internazionali”.
In particolare, l’UE si prefigura l’obiettivo di garantire la protezione dei cittadini e delle imprese europee, attraverso la neutralizzazione degli effetti di atti normativi extraterritoriali (tassativamente individuati dal Consiglio UE), la cui applicazione leda gli interessi delle persone che effettuano scambi internazionali, movimenti di capitali, o attività commerciali connessi tra la Comunità e paesi terzi.
Come è lecito immaginare, tra i provvedimenti considerati in violazioni di tali istanze, rientrano, a norma dell’allegato al Reg. 2271/96, anche i vari atti normativi che compongono il programma di sanzioni americano contro l’Iran.
Ebbene, nonostante tale normativa persegua dei giusti obiettivi di tutela, essa, paradossalmente, determina delle ulteriori possibili ipotesi di non-compliance in capo a quegli operatori italiani (e più in generale europei) che siano coinvolti nei mercati iraniani.
Ed infatti, i rimedi alle distorsioni commerciali derivanti dai vari regimi sanzionatori contemplati dalla normativa UE, consistono nel divieto impartito ai soggetti europei di adeguarsi alle richieste o ai divieti imposti dai primi, oltre al non riconoscimento dei provvedimenti di tribunali stranieri emanati in forza dei medesimi programmi sanzionatori.
Con la conseguenza di mettere l’operatore davanti alla scelta di quale delle due discipline violare e, viceversa, a quale adeguarsi.
Peraltro, non si può mancare di sottolineare come tali misure perdano efficacia con riferimento a quelle sanzioni che consistono in limiti e divieti all’accesso al mercato americano o nel congelamento dei beni presenti negli USA, attesa l’inapplicabilità dei Blocking Statutes agli Stati Uniti.
Possibili scenari futuri
Durante l'amministrazione Obama, si è registrata una mitigazione delle sanzioni commerciali contro l’Iran, le quali non hanno costituito, nel complesso, un divieto assoluto degli scambi commerciali con ed in Iran.
Col passare del tempo, tuttavia, si è avuta un’inversione di tendenza ed un progressivo irrigidimento dell’impianto sanzionatorio, nonché l’estensione della sua portata (si consideri che tra il 2018 e il 2020 sono stati adottati cinque diversi Executive Order in materia).
Negli ultimi giorni della presidenza Trump, peraltro, il Dipartimento del Tesoro ha comminato nuove sanzioni nei confronti di due diverse compagnie, per aver condotto i loro affari con l’Iran, ed il Segretario di Stato ha dichiarato la propria intenzione di aumentare ulteriormente la portata delle sanzioni concernenti il mercato dei metalli iraniano.
Nonostante ciò, non sembra sbagliato aspettarsi una nuova apertura nei confronti del Medioriente nei prossimi anni con l’insediamento del nuovo POTUS. Ed invero, la nuova amministrazione americana ha mantenuto i toni sulla questione Iran e sulla campagna di sanzioni piuttosto bassi, alimentando, all’interno del dibattito internazionale, l’idea di un possibile nuovo accordo commerciale tra gli USA e il governo iraniano, che potrebbe giovare agli interessi economici delle compagnie italiane e in particolare a quelle multinazionali aventi sede in Italia che abbiano un interesse ad espandere i propri commerci in Medioriente”. (aise) 

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