IL MITO DI ORFEO E LA SMANIA DI FUGGIRE: DINO CAMPANA

IL MITO DI ORFEO E LA SMANIA DI FUGGIRE: DINO CAMPANA

ROMA - focus/aise - Qualcuno l’ha chiamato “poeta dei due mondi”, altri – come Giuseppe Ungaretti – sostenevano che le sue fossero solamente bugie, che non si fosse mai mosso dal suo paese natale, Marradi, in provincia di Firenze.
Parliamo di Dino Campana, poeta enigmatico e ai margini della letteratura italiana; uno di quegli autori che difficilmente si trovano nei libri di scuola e che, per questo motivo, non appartengono all’immaginario collettivo.
Eppure Campana meriterebbe un posto di riguardo tra le file degli autori italiani del primo Novecento, soprattutto per la natura estremamente singolare della sua (unica) opera: “I Canti Orfici”. Non è questa la sede per un’analisi stilistica, ma vale la pena ricordarne la genesi estremamente sofferta: affetto da una forma di schizofrenia che l’obbligava a continui ricoveri in manicomio, Dino trovava sollievo nella scrittura.
Una prima edizione della sua opera, in un’unica copia, venne consegnata, con la speranza di vedersi pubblicato, a Firenze, nella redazione della rivista Lacerba, diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici.
Dopo una snervante quanto inutile attesa, il giovane poeta ritornò a Firenze per riprendersi le sue poesie, salvo scoprire che Soffici, completamente disinteressato alla faccenda, aveva perduto la copia consegnatali (copia che verrà ritrovata tra i documenti dell’artista defunto solamente nel 1971, sul fondo di un cassetto).
Pazzo di rabbia e sconfortato, Dino riscrisse tutto da capo, facendo affidamento alla memoria e ad alcuni appunti superstiti. Ecco allora nascere i Canti Orfici, un’opera dai toni fortemente onirici (fu scritta principalmente di notte), densa di immagini che tradiscono la passione di Campana per la pittura di De Chirico e intrisa di un sottile senso d’inquietudine che è lo stesso del suo autore.
Il disagio psichico da cui era affetto, portava il poeta a cercare la fuga dal suo paese, motivo per il quale veniva spesso arrestato e internato.
Avvolto da un senso di mistero, per esempio, il suo viaggio in Sud America, dove si recò con la scusa di andare a trovare dei parenti emigrati in Argentina e dove invece vagò senza fissa dimora per circa due anni, recandosi anche in Uruguay. Traccia di questo viaggio si trova in una delle sue poesie più famose: “Viaggio a Montevideo”, dove si legge di un viaggio per mare con partenza dalla Spagna.
Poeta dei due mondi, dunque, anche se – come abbiamo ricordato all’inizio – qualcuno mette in dubbio la veridicità di questa storia, sostenendo che mai Campana si fosse avventurato così lontano.
Ad ogni modo, se volessimo invece dar credito alla faccenda, Campana ricomparve a Marradi dopo due anni di assenza.
La sua vita proseguì tra alti e bassi, con continui ricoveri in ospedale, corsi di Chimica all’Università frequentati saltuariamente e l’amore sofferto con la scrittrice Sibilla Aleramo, di cui resta traccia in un toccante carteggio pubblicato qualche anno fa da Feltrinelli.
Dino Campana morì in manicomio, probabilmente di setticemia e, immaginiamo, sognando quelle coste, quel mare lontano e quelle terre immense e desolate descritte come in un sogno nelle sue poesie. (focus\ aise) 

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