MASSIMO VALLARIN: QUANDO L'AMORE PER LA SAVANA DIVENTA UNA MISSIONE - DI FREDDIE DEL CURATOLO

MASSIMO VALLARIN: QUANDO L

ROMA\ aise\ - "In quasi vent'anni di Kenya da amante dell'Africa e della sua natura è diventato un punto di riferimento per la protezione e la conservazione delle specie animali e del loro habitat. Massimo Vallarin, torinese, ormai alterna l'organizzazione di safari "speciali", il lavoro di istruttore di future guide, monitoraggio e salvataggio di animali in difficoltà e aiuto logistico nell'annosa battaglia contro il bracconaggio". Freddie del Curatolo lo ha intervistato per Malindikenya.net, il giornale on line in lingua italiana che lo stesso del Curatolo dirige.
"D. Quando e come sei arrivato in Kenya?
R. Sono arrivato in Kenya nei primi anni del ’90 e, ci tengo a precisare, non ci sono venuto per fare una vacanza. La prima volta che sono atterrato in questo meraviglioso Paese, l’ho fatto subito per cercare ed acquistare una casa, senza neppure ancora conoscerlo. Ho sempre avuto il cosiddetto "mal d’Africa", prima ancora di frequentare questo Continente. La mia intenzione era quella, appena possibile, di potermi trasferire in Kenya.
D. Cosa facevi prima, in Italia?
R. Vivevo tra le montagne della Val Sangone in provincia di Torino ed ero il titolare di un'azienda che si occupava di lavorazione materia plastica (pensare che ho sempre odiato e tutt’ora odio la plastica).
D. Quali sono state le tue prime impressioni di questo Paese così complesso da capire?
R. Diciamo che, prima di venire a vivere qui, avevo una visione un po' antica e ormai distorta della realtà in Kenya. Anch’io, come molti, ero un figlio nostalgico del film e del libro "Out of Africa" di Karen Blixen. Ho sempre amato l’atmosfera vecchio stile di quei tempi ma, ovviamente, non era più così e questo, in un primo momento, mi fece rimanere leggermente deluso.
D. Oggi cosa senti di amare di più del Kenya?
R. I grandi spazi e la sua natura in genere. Un Paese meraviglioso.
D. E quali sono le cose che ancora non sopporti?
R. Il Kenya è un Paese pieno di contraddizioni e c’è troppa disparità sociale. Quest’ultima cosa non mi piace. Il Kenya non è un Paese facile per vivere, specialmente se ci lavori. Mi riferisco principalmente alla corruzione. Ecco, questa cosa è insopportabile e ti rende la vita difficile ma è così, c'è poco da fare. L’Africa tanto ti dà e tanto ti toglie. Per molti sopraggiunge una specie di amore e odio ma, per fortuna, i lati positivi sono di gran lunga superiori.
D. Il "mal d'Africa" esiste?
R. Certo che esiste. Come ho già detto, io addirittura il "mal d’Africa" lo avevo ancor prima di venire in Africa. Sono sempre stato attirato da questa terra.
D. In cosa lo riconosci in te?
R. Qui mi sento a casa. Ai miei ospiti in safari, quando me lo chiedono, dico sempre che per me il "mal d’Africa" deriva da un sentimento atavico. Arriviamo tutti dall’Africa e il Kenya, insieme ad altri Paesi dell’Africa Orientale, non dimentichiamocelo, è considerato la vera culla dell’umanità.
D. Come molti connazionali, hai iniziato da Malindi, ma soprattutto come "appoggio" alla savana dello Tsavo Est dove prima eri itinerante e poi hai gestito un tuo campo. Hai bei ricordi di quel periodo?
R. Splendidi. Iniziai ad occuparmi di safari sin da subito, in qualità di guida, e, dopo un periodo di esperienza anche come manager in una riserva privata, decisi, insieme a mia moglie Elisabetta, di occuparmi di safari ad alto livello con i campi mobili in tutto il Kenya. Grazie alla mia passione nostalgica per un'epoca che non esisteva più, decisi di improntare il nostro campo mobile di safari in stile coloniale, riproponendo ciò che erano i campi di caccia grossa degli anni Trenta. In Kenya la caccia grossa è stata vietata nel 1977 e si è trasformata in caccia fotografica, ma l’atmosfera che cercavamo di proporre e offrire ai nostri ospiti era la stessa di quei tempi. Utilizzavamo solo la luce fornita da candele e da lampade a petrolio. Cenavamo con bicchieri di cristallo e posate argentate, accompagnati dalla musica di Mozart che, tramite una modifica, facevamo uscire da un vecchio grammofono. Le tende erano arredate con tappeti Kilim e tutto il campo veniva trasportato per parchi e riserve, con un grosso camion Bedford militare. Dopo un paio di anni, siccome il lavoro più faticoso era quello di Elisabetta che si occupava di trasportare, montare e smontare il campo da un luogo all’altro, aiutata da otto persone di staff, decidemmo di posizionare il nostro campo mobile in un posto permanente ai confini del Parco Nazionale dello Tsavo Est. Questo ci permise di continuare ad offrire la stessa atmosfera, ma senza più i rischi per Elisabetta di viaggiare di notte da una locazione all’altra, nell’attesa del mio arrivo con gli ospiti. Così, nacque il Kudu Camp. Fu un grande successo perché, allora, eravamo i soli nello Tsavo Est ad offrire un safari "vecchia maniera". Lo gestimmo per sei anni e poi, all’apice del suo successo, lo vendemmo.
D. Come ti sei approcciato alla conservazione e alla prevenzione?
R. Questo mio lavoro che mi faceva vivere in savana la maggior parte del tempo e, avendo una grande sensibilità da sempre per ciò che è la protezione degli animali selvaggi, fece sì che fin da subito iniziassi a collaborare con i ranger del KWS. Inizialmente per ciò che riguardava gli animali che trovavo in savana feriti in qualche modo dalla mano dell’uomo, ma anche con le Anti Poaching Unit per quel che riguardava il bracconaggio vero e proprio, da quello di sussistenza (trappole per la carne) a quello lucrativo (uccisione degli elefanti per le loro zanne d’avorio). Mi trovai molto spesso, sia di giorno che di notte, a dover allertare le APU affinché intervenissero al più presto, nelle aree dove mi trovavo a lavorare. I problemi principali a quell’epoca, ma ancora oggi, arrivavano per l’appunto dal cosiddetto bracconaggio di sussistenza, cioè quello dovuto alle trappole piazzate per la carne (vietato dalla legge) e dal conflitto uomo/animale, che stava iniziando a peggiorare sempre di più. Purtroppo, nelle trappole non ci finiscono soltanto le piccole antilopi, come i dik dik, motivo per cui vengono piazzate le trappole ma anche altri incauti animali come gli elefanti, i leoni, i leopardi e molte altre bestie di grossa taglia che, essendo più forti dei dik dik, riescono a strappare il filo di ferro di cui sono fatte le trappole (snares) che, conficcandosi profondamente e sempre di più nelle carni delle zampe o attorno al collo, li fanno morire tra atroci sofferenze, a volte anche a molti chilometri di distanza da dove sono incappati nelle trappole e questo, anche molti giorni dopo.
Questa lunga collaborazione, durata anni, con il KWS, fece sì che un giorno un "bwana kubwa" (grande capo) del KWS mi chiese se avessi voluto far parte del KWS in qualità di Honorary Warden. Questo mi avrebbe permesso di acquisire quei poteri legali che mi sarebbero serviti per continuare a dare il mio contributo contro queste forme di bracconaggio. Un Honorary Warden ha gli stessi poteri di un Senior Warden dei parchi, compreso quello d’arresto. Ovviamente risposi di sì e così nel 2015 venni nominato Honorary Warden del KWS insieme ad altri due italiani. In tutto in Kenya siamo quattro italiani. Cinque, se vogliamo considerare anche Kuki Galman che però ora, in effetti, è diventata kenyana.
D. Ci parli del tuo impegno con l'Associazione Italiana Esperti d'Africa?
R. Nel 2009 incontrai in Italia Davide Bomben. Anche lui era una guida professionista ma operava principalmente nell’Africa del Sud. Si occupava anche di addestramento ai ranger in varie riserve in Namibia e Sud Africa. Ci incontrammo nel suo ufficio a Torino e dopo un paio d’ore, nacque l’AIEA.
D. Perché "esperti d’Africa"?
R. Perché al suo interno si annoveravano esperti in svariati settori in ambito africano che andavano da giornalisti a veterinari, da scrittori e sociologi a guide professioniste di safari, da ranger operativi a fotografi famosi di natura e conservazionisti. Insomma, tra tutti, si coprivano molti campi in ambito africano. Inizialmente, oltre che a progetti importanti per la conservazione come le radio-collarizzazioni di leoni ed elefanti e l’inserimento di microchip nelle corna di rinoceronte, ci siamo occupati di formazione alle guide di safari, ma poi abbiamo passato la formazione ad accademie private, una si trova in Kenya e la gestisco io come istruttore certificato AFGA e una si trova in Sud Africa; il tutto con il riconoscimento ufficiale della Kenya Professional Safari Guide Association (KPSGA) keniana e dell’African Field Guides Association (AFGA) sudafricana. Il 30 aprile 2016 l’AIEA è riuscita a portare in Kenya, in occasione del grande rogo dell’avorio e delle corna di rinoceronte avvenuto nel Parco Nazionale di Nairobi, il conduttore televisivo Edoardo Stoppa, persona molto sensibile ai problemi sugli animali e, Striscia la Notizia. Fu un evento importantissimo che avvenne, come nel 1989, davanti a tutte le televisioni e ai giornalisti del mondo. Oggi l’AIEA è diventata AIEA2 e si occupa solo di progetti di conservazione, "voluntourism", divulgazione e sensibilizzazione.
D. Vi occupate anche attivamente di lotta contro il bracconaggio?
R. Sì. In seno all’AIEA è nata la Poaching Prevention Academy (PPA), un’accademia che si occupa di addestramento ai ranger privati e governativi di diversi Paesi in Africa. Questo grazie all’esperienza in ambito bracconaggio, ma anche grazie ai trascorsi militari e paramilitari di alcuni degli istruttori che ne fanno parte. Operiamo da anni in Sud Africa e in Namibia, ma abbiamo operato anche in Tanzania e in Congo Brazzaville e lo facciamo gratuitamente. Grazie alle campagne di sensibilizzazione che la PPA fa quotidianamente in Italia e in Europa tramite conferenze continue e tramite le televisioni e i giornali, raccogliamo le sovvenzioni ma anche il materiale tattico e medico che portiamo nei Paesi africani e che poi doniamo ai ranger delle Anti-Poaching Units. Abbiamo bisogno di tutto, ma in particolare modo di GPS, di binocoli, di equipaggiamento tattico in genere ma anche di zaini, anfibi e sacchi a pelo. Spesso, veniamo aiutati dai molti amici che praticano il "soft air", i quali ci donano il loro materiale che non usano più ma ancora in perfette condizioni. Grazie ragazzi! Chi volesse supportarci è invitato a contattarci al seguente indirizzo e-mail: poachingprevention@yahoo.com. Ci paghiamo da soli anche i biglietti aerei e l’unica cosa che richiediamo è alloggio e cibo durante gli addestramenti.
D. Sbaglio o, oltre ad esserne istruttore, sei tu il responsabile in Kenya della PPA?
R. Proprio così. E dopo molti anni di pressione da parte mia con le autorità locali e dopo esserci fatti conoscere in Kenya, grazie al nostro storico, guadagnato negli altri Paesi dove già operiamo, sono stato invitato pochi giorni fa ad incontrarmi con un rappresentante governativo della Samburu County Council, che mi ha consegnato brevi manu una lettera di invito ufficiale ad addestrare ben 200 ranger di sei diverse aree di conservazione, compresa la Riserva Nazionale di Samburu. Per PPA è un grande passo avanti, poiché saremo i primi italiani ad occuparsi di addestramento tattico ai ranger del Kenya.
D. Purtroppo proprio in questo periodo piangiamo la scomparsa di un grande eroe della conservazione mondiale, Esmond Bradley Martin. Eravate amici?
R. Esmond è stato ucciso, pugnalato alla gola nella sua casa a Nairobi. È stata per tutti una notizia terribile e triste. Due ore prima della sua uccisione, pranzavamo insieme ad un BBQ nel Parco Nazionale di Nairobi. Bradley Martin è stato uno dei più importanti investigatori sul commercio di avorio e corna di rinoceronti al mondo ed è stato tolto di mezzo con molta probabilità, a causa delle sue indagini. Riposa in pace, Esmond.
D. Che speranze nutri per il futuro nella tua professione e per il Kenya (e la sua natura)?
R. Purtroppo, non sono ottimista. Né per ciò che riguarda il mio lavoro di guida professionista di safari né per quel che riguarda la preservazione dell’ambiente e la sua vita selvaggia. Da anni ci stiamo scontrando sia con il progresso (costruzioni di autostrade, ferrovie e infrastrutture varie), che inevitabilmente portano via spazio alla natura, sia con uno sviluppo demografico, forse il più alto in Africa, che non farà che peggiorare il conflitto uomo/animale. Oggi come oggi, la forma più deleteria di bracconaggio in Kenya. Più popolazione spinge verso le aree selvagge, più predatori verranno uccisi perché si mangiano le vacche che ormai sono anche dove la legge vieterebbe la loro presenza, e più elefanti verranno uccisi, non tanto per le loro zanne ma perché, essendo ormai anche i campi coltivati a ridosso delle aree adibite agli animali selvatici, sono diventati, oltre che un pericolo per gli esseri umani, anche un danno. Ciò produrrà sempre di più un calo della popolazione tra i pachidermi. A tutto ciò uniamo anche lo scarso interesse per il turismo e per l’ambiente dimostrato dalle alte sfere. Mi auguro di sbagliarmi e mi auguro che questa tendenza cambi, ma la vedo dura.
Noi di malindikenya.net siamo sicuri che sarai sempre e comunque uno degli ultimi a mollare e che il nostro Paese avrà in te un eccellente portabandiera per la prevenzione e la protezione degli animali e della natura in Kenya". (aise) 

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