SIMONE SOMEKH: DARE VOCE A CHI NON SEMPRE HA L’OCCASIONE DI PARLARE – DI LUCIA ISABEL SEDA

SIMONE SOMEKH: DARE VOCE A CHI NON SEMPRE HA L’OCCASIONE DI PARLARE – di Lucia Isabel Seda

NEW YORK\ aise\ - "Isolamento, appartenenza e riconciliazioni: questi sono i temi che sintetizzano l’arco narrativo di Grandangolo, il primo romanzo di Simone Somekh". Lucia Isabel Seda ha parlato con l’autore della genesi del suo romanzo e della esperienza di scrivere, pubblicare e promuovere il suo libro a New York alla vigilia della presentazione ieri, 20 febbraio, alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University.
L’articolo-intervista è stato pubblicato da La Voce di New York, giornale on line bilingue, italiano e inglese, diretto sa Stefano Vaccara.
"Con parole chiare e oneste, Grandangolo racconta la storia di Ezra Kramer, un ragazzo ebraico nato nella comunità ultraortodossa di Brighton, nel Massachusetts. Il suo rapporto con i suoi genitori è purtroppo difficile e diventa più complicato quando Carmi Taub viene preso della famiglia Kramer dopo la morte di sua madre. I due ragazzi diventano amici, ma Ezra vuole davvero scoprire il mondo — un mondo che lui ha appena visto attraverso l’obiettivo della sua fotocamera — al di là della sua città natale. Quello che segue è un percorso di scoperta e un lungo viaggio che li porterà a New York, Bahrein e Tel Aviv nella ricerca di questa “zona grigia” — lo spazio dove le contraddizioni abitano fianco a fianco senza sovrapporsi — è più di una finzione.
D. Qual è l’origine della storia di Ezra?
R. Tre anni fa, sono stato a Londra. Visitavo degli amici, una famiglia ebraica ultra ortodossa, e avevo notato due bambini che non erano i suoi figli. Dopo, i miei amici mi hanno spiegato che questi bambini avevano perso la madre recentemente e che il padre li aveva lasciato in custodia, temporaneamente, ad alcune famiglie della comunità. Ho pensato che in questo esempio si poteva tradurre l’essenza di queste comunità dove la dimensione collettiva viene portata a un altro livello. Avevo già un’idea di Ezra: un ragazzo ribelle a cui pensavo di consegnare una macchina fotografica. Adesso, mi sono detto: "Aggiungerò un’altra sfida. I genitori di Ezra prenderanno un bambino in affidamento, un orfano, nella sua casa". Così immagino i miei libri quando li scrivo.
D. Similare a sovrapporre diversi strati?
R. Ecco. I miei personaggi sono come delle marionette: faccio fare loro delle cose, li muovo qua e là. Logicamente, mi ispiro alle cose che vedo. Sono giornalista di giorno e scrittore da notte. Utilizzo le mie destrezze giornalistiche, come la mia curiosità, per imparare delle cose che finiranno nei miei libri.
D. Perché hai scelto la fotografia come leitmotiv letterale e anche figurativo nel tuo romanzo?
R. Non sono fotografo, ma sono affascinato dall’immagini e della fotografia. Immaginavo che per Ezra non sarebbe stato così impossibile ricevere una macchina fotografica per il suo bar mitzvah. Mai uno smartphone, ma una macchina fotografica, ho pensato. "Forse possiamo andare così lontano". E una macchina fotografica ti può aprire universi che non avresti mai immaginato. È il compagno di Ezra per tutto il romanzo.
D. Una costante dall’inizio alla fine.
R. Immagini che la macchina fotografica sia là, sopra la tavola, dentro la valigia. È sempre là. All’inizio del romanzo è lo strumento della sua ribellione. Dopo diventa lo strumento della sua autorealizzazione, la sua validazione davanti agli altri. E poi, alla fine, Ezra capisce che la macchina fotografica può avere un significato più profondo e anche un valore politico.
D. Avevi un modello in testa oppure delle ispirazioni letterarie mentre scrivevi Grandangolo?
R. Molti libri della tradizione ebraica mi hanno inspirato come quelli di Chaim Potok e Israel [Joshua] Singer. La famiglia Karnowski è stato uno dei modelli più importante perché è anche "il romanzo ebraico". Comincia in Polonia, continua in una comunità ebraica laica in Germania e poi si trasferisce negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale. Per quello che riguarda la scrittura, mi sono ispirato a Banana Yoshimoto perché lei utilizza il dialogo e crea una bella intimità tra i personaggi nel suo romanzo Kitchen. È proprio questa intimità quello che volevo comunicare quando ho deciso di mettere Ezra e Carmi nella stessa camera. Non ci sono tanti libri italiani che mi hanno ispirato. Questo romanzo è scritto in italiano ma non è per forza un romanzo italiano.
D. Perché dici che non è un romanzo italiano?
R. Mi sono ispirato alla mia esperienza al liceo negli Stati Uniti e l’esperienza di vivere in diversi Paesi. Credo di aver assorbito la letteratura italiani da molte opere — quelle di Primo Levi — ma in termini di contenuto non credo che questo sia un romanzo troppo italiano.
D. Grandangolo ha avuto un grande successo in Italia e vedremo la traduzione in francese l’anno prossimo. Come spieghi questa accoglienza così positiva?
R. Le persone che mi conoscono bene sanno che sono molto duro con me stesso. Sono molto critico sul mio libro anche dopo la pubblicazione. Per me è stato un esercizio interessante perché adesso non posso cambiare niente.
D. Il tuo romanzo ha preso vita da sé e non lo puoi più controllare.
R. Esatto. Sono stato in Italia per il tour di Grandangolo e ho visto interpretazioni così diverse. Adesso devo adattarmi alla realtà che, mentre scrivevo, non sapevo sarebbe uscita. Ma il fatto che sarà tradotto in francese dimostra che molte persone si sono identificate con la storia. Non è una storia per un gruppo specifico di persone.
D. Cosa speri che il tuo libro faccia per i lettori?
R. Alla fine del romanzo ho scritto chiaramente che l’intenzione era affrontare dei problemi che mi stanno a cuore. Se possibile, la storia deve essere divertente, ma alla fine dei conti l’ho scritta perché volevo scrivere sul fanatismo religioso. I problemi non toccano unicamente la comunità ebraica ortodossa. Credo che possano toccare anche le persone in Italia che sono distaccate della religione. Quello che voglio fare è dare voce a certe persone che non sempre hanno l’occasione di parlare. Ovunque si trovino e qualunque sia la loro religione oppure in qualsiasi contesto in cui hanno difficoltà, il mio desiderio è che loro possano trovarsi nel romanzo. Voglio dare voce a loro e spero anche di far cambiare idea agli altri. Naturalmente lo faccio attraverso l’empatia e le storie. Questo romanzo non è autobiografico. Non è neanche un lavoro giornalistico dove documento la vita di qualcun altro. È una combinazione di cose che ho visto, immaginato e forse vissuto.
D. Hai imparato qualcosa di te come scrittore?
R. Innanzitutto, una cosa è essere nella tua camera e scrivere una storia e una altra molto diversa è avere il coraggio di lanciarla fuori ed essere aperto alle critiche. Ho dovuto avere la forza per decidere che la storia che scrivevo era più grande della paura di presentarla al mondo. Ho imparato che sono molto più coraggioso di quello che pensavo e che posso fare questo.
D. Quindi, nonostante il rischio…
R. Certo. È che sono giovane, avevo paura e adesso mi sveglio nel pieno della notte e mi dico "Cosa ho fatto?", ma, allo stesso tempo, ne valeva la pena.
D. Le ricompense valevano la pena…
R. Per ogni interpretazione che non mi piace e per le cose che leggo su internet che non mi rendono così felice, c’è sempre qualcuno che ti invia un messaggio e ti dice "Il tuo romanzo mi ha aiutato". Io non l’ho scritto con questo proposito. Semplicemente volevo affrontare certi problemi, ma il fatto è che ci sono delle persone che mi dicono "Mi hai aiutato" oppure "Mi sono trovato qui" o "Mi sono identificato con la storia": è incredibile". (aise) 

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