6 DOMANDE SULL’EURO-PARLAMENTO AI CANDIDATI ALLE EUROPEE: ALESSANDRA MUSSOLINI (FI) – DI ALESSANDRO BUTTICÈ

6 DOMANDE SULL’EURO-PARLAMENTO AI CANDIDATI ALLE EUROPEE: ALESSANDRA MUSSOLINI (FI) – di Alessandro Butticè

BRUXELLES\aise\ - Alessandra Mussolini, 57 anni, figlia di Romano e nipote di Benito Mussolini, e di Maria Scicolone, sorella di Sofia Loren, ha una laurea con lode in Medicina e Chirurgia, è candidata per Forza Italia nella Circoscrizioni 3, Italia Centrale (Lazio, Toscana, Umbria, Marche) e 4, Italia Meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria).. Membro titolare della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo, siede, come membro sostituto, nella Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (EMPL), la Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), e la Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM). È il 2008 quando, conclusasi l’esperienza di “Alternativa sociale”, aderisce al Popolo della Libertà, e partecipa alle elezioni politiche, conquistando nuovamente un seggio presso la Camera dei deputati. Eletta senatrice nel 2013, tra le fila di Forza Italia, ha ricoperto le cariche di Presidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’adolescenza, Vice presidente della Commissioni Affari Sociali della Camera dei Deputati e Segretario d’aula del Senato della Repubblica. È stata candidata Sindaco di Napoli nel 1993 ed eletta Consigliere comunale a Napoli per due volte, candidata alla carica di Presidente della Provincia di Latina nel 2004 ed eletta Consigliere provinciale, infine eletta Consigliere Regionale in Campania nel 2010.
L’abbiamo intervistata nell’ambito di una serie di incontri con i candidati di tutti i partiti alle prossime elezioni europee.
D. In questi cinque anni, secondo lei cosa avrebbe dovuto fare il Parlamento e non ha fatto?
R. Trovo che il Parlamento europeo si sarebbe dovuto spendere con maggiore determinazione a difesa delle migliaia di lavoratori europei in procinto di perdere il proprio impiego, a causa della delocalizzazione delle aziende verso Stati membri che adottano politiche fiscali e del lavoro, quanto competitive, tanto sleali. Sebbene i poteri del Parlamento europeo siano limitati in questo settore, mi sarei aspettata un maggiore impegno. Ricordo, in proposito, quanto sia stata dura per me ottenere l’inserimento, all’interno di una mozione di risoluzione, di un breve paragrafo a sostegno dei lavoratori dell’Embraco, uno stabilimento nei pressi di Torino, spostato in pochi mesi in Slovacchia, uno Stato il cui fisco attrae notoriamente imprese straniere. Mi auguro che la prossima assemblea comunitaria sollevi l’importanza del dossier sul “dumping sociale”, un fenomeno che affonda le proprie radici nella mancata armonizzazione fiscale a livello europeo, uno dei maggiori ostacoli, ai miei occhi, ad una vera Unione.
D. Cosa invece ha realizzato di positivo il Parlamento europeo?
R. Durante questa legislatura il Parlamento europeo ha ottenuto diversi risultati positivi per la vita dei nostri cittadini. Mi viene in mente più di un esempio: l’abolizione delle tariffe di roaming, le misure antiterrorismo, il rafforzamento dello scambio di informazioni tra autorità di polizia e giudiziarie, misure più stringenti a difesa dell’ambiente, norme a tutela degli agricoltori contro le pratiche sleali lungo la filiera alimentare, soltanto per citarne alcuni.
D. Secondo lei il Parlamento europeo funziona bene così com’è, oppure sarebbe necessaria una riforma che ne aumenti i poteri?
R. Trovo sia atipico che l’unica istituzione comunitaria eletta direttamente dai cittadini non goda del potere di iniziativa legislativa. Allo stato attuale è la Commissione europea a beneficiare, monopolisticamente, di questa prerogativa. Il mio auspicio, inoltre, è che nei prossimi anni possa essere potenziata l’azione del Parlamento in materia di azione esterna dell’Unione e che esso acquisisca un ruolo realmente paritario con il Consiglio dell’Unione per la definizione del bilancio.
D. L’Italia conta poco o molto in Europa?
R. In Europa conta chi è presente e chi lavora duramente. La narrativa del “non contiamo in Europa”, viene spesso sfruttata opportunisticamente da parte degli stessi ministri che, disertando le riunioni ufficiali, lasciano ad altri le decisioni importanti. Il fatto che la partita per l’ultima elezione del Presidente del Parlamento europeo sia stata giocata tra due italiani dimostra che il rispetto, se vogliamo, sappiamo conquistarcelo sul campo. Non dimentichiamo che restiamo uno dei sei paesi fondatori dell’Unione europea.
D. Quale è stato il suo contributo all’Europa e all’Italia in questi anni?
R. Lotta al terrorismo, gestione del fenomeno migratorio, parità di retribuzione tra i sessi, contrasto alla criminalità organizzata. Questi sono solo alcuni dei temi di cui mi sono occupata durante i cinque anni di legislatura appena trascorsi. Ho lavorato tenendo sempre a mente il motivo della mia presenza al Parlamento europeo: difendere a spada tratta gli interessi dei cittadini italiani.
D. Il Parlamento ha votato la riforma del Regolamento di Dublino, che affronta il problema dei migranti, ma questa riforma non è operativa. Come giudica questa riforma, e come mai questa impasse?
R. Da relatrice per il Gruppo del Partito popolare europeo sul Regolamento di Dublino, ho lavorato in prima persona sulla riforma del provvedimento, che si occupa di stabilire, sulla base di criteri ben definiti, quale Stato membro è competente per una domanda di protezione internazionale. Ritengo che il Parlamento europeo, da par suo, abbia prodotto un testo ambizioso, che declina adeguatamente i concetti di solidarietà e responsabilità, in materia di gestione dei migranti. Abbiamo finalmente cancellato il criterio del “paese di primo ingresso irregolare”, che attribuisce ai paesi di primo approdo, come l’Italia, l’onere di processare la domanda di asilo, sostituendolo con un sistema di ripartizione dei richiedenti asilo obbligatorio. Purtroppo, il lavoro legislativo necessario alla finalizzazione del provvedimento non è mai stato concluso. Il Consiglio, che con il Parlamento europeo condivide il ruolo di co-legislatore, non ha mai espresso una propria posizione definitiva sul Regolamento di Dublino. Il dossier è dunque dormiente sui tavoli dei Ministri degli Stati membri. L’egoismo di alcuni Stati ha prevalso, ma temo che l’attuale crisi libica riporterà presto in auge la discussione su questo tema. (alessandro butticé\aise) 

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