DIO SALVI GLI ITALIANI DEL REGNO - DI LUIGI IPPOLITO

DIO SALVI GLI ITALIANI DEL REGNO - di Luigi Ippolito

MILANO\ aise\ - “Chi resta, chi parte, chi aspetta. Per gli italiani di Londra, la Brexit è un purgatorio: una pena, ma che non acceca la speranza. Cercano notizie con trepidazione, con l’ansia di chi sa precaria la propria condizione: ma anche con l’ottimismo di chi ha fatto una scelta che non potrà deludere”. A due giorni dalla manifestazione anti Brexit che ha visto sfilare a Londra più di un milione di persone, il Corriere della sera online pubblica un lungo articolo-reportage sugli italiani in Gran Bretagna, firmato da Luigi Ippolito.
“A South Kensington, dietro il banco delle carni del Macellaio, ristorante tricolore di riferimento in Old Brompton Road, c’è Enrico, che affetta bistecche con perizia maneggiando un enorme coltellaccio: lui è arrivato proprio nel giugno del 2016, alla vigilia del referendum sull’Europa, quando la Brexit, dice, “sembrava una cosa lontana e nebulosa”. Era sbarcato a Londra “per creare un futuro che in Italia non avevo. Sono arrivato come lavapiatti, ma solo qui ti permettono di crescere e di diventare qualcuno”. Tentazione di tornare indietro, ora che il vento è cambiato? “E per fare cosa? No, non me ne vado, non ho mai visto razzismo o violenza. Londra è unica per ciò che offre come opportunità e qualità della vita”.
Un entusiasmo temperato però dal patron del locale, Roberto Costa, che guarda alla faccenda con l’occhio del business: e nota che dopo il referendum il grande flusso di italiani che arrivano per lavorare nella ristorazione si è ridotto, con un inevitabile contraccolpo su realtà come la sua. Lo spettro che incombe è quello del no deal, una Brexit senza accordi che farebbe scattare dazi e dogane: “Per noi sarebbe una catastrofe – spiega – rischiamo di chiudere. E la necessità di un passaporto diventerà un problema per i giovani che vogliono venire qui”. Ma per il momento anche lui non ha nessuna intenzione di smobilitare: “Sono grato a questo Paese, quello che mi ha dato non lo avrei avuto in Italia”. Anche se, ammette, “si percepisce un’atmosfera diversa” dopo il voto per abbandonare la Ue.
Un’aria incerta in cui si muovono e respirano 700 mila nostri connazionali: tanti sono quelli che hanno lasciato la Penisola per trasferirsi Oltremanica, praticamente una grande città italiana. Una comunità trasversale, che va dal barista di Camden al banchiere della City. Il governo britannico assicura che chi è già qui non corre rischi, che i diritti acquisiti verranno rispettati, anche in caso di no deal: ma i dubbi serpeggiano.
Bisognerà dimostrare di essere stati in Gran Bretagna per cinque anni (o maturare successivamente questo periodo) per ottenere la residenza permanente: altrimenti in futuro si potrà venire solo per turismo o con brevi visti di lavoro. Nonostante questo, c’è chi ha scommesso sul futuro: e sono i tanti studenti italiani che hanno continuato a iscriversi alle università inglesi. “Prima di venire mi sono informata con i miei insegnanti della scuola britannica di Milano — racconta Carolina Restelli, 19 anni, che studia management alla Cass Business School — ma mi hanno rassicurata. Qui spesso discutiamo anche con i docenti delle possibili conseguenze della Brexit, ma come italiana finora non ho avuto alcun problema, a differenza invece dei miei compagni dei Paesi dell’Est”.
Sul futuro Carolina si mantiene aperta, anche se ammette che le piacerebbe restare qui: mentre è meno ottimista la sua amica d’infanzia, Benedetta Lombardo, 19 anni anche lei, che frequenta i corsi di antropologia alla Soas, la Scuola di studi orientali e africani: “Presa la laurea me ne tornerò indietro, qui c’è troppa incertezza”, confessa. Pure lei è venuta senza dare eccessivo peso alla Brexit, anche se ora ha cominciato a pensarci con più attenzione: e se continua a trovare Londra
“una città accogliente”, sul suo posto per il domani non ha dubbi: “Voglio trovare quello che cerco in Italia, o comunque in Europa”.
Pensieri contrastanti. Come gli umori di Ornella Tarantola, da sempre anima dell’Italian Bookshop, la libreria italiana dove i nostri connazionali si incrociano con gli inglesi amanti della nostra cultura: e che è un po’ il termometro delle passioni accese dalla Brexit.
“Siamo il punto di riferimento delle due famiglie — racconta Ornella — ma la Brexit ha creato in noi sentimenti molto forti rispetto a questo Paese, che non pensavamo di avere. Mi sono sentita tradita dall’Inghilterra: consideravo Londra il mio fidanzato, il luogo che avevo scelto e con cui ci eravamo capiti. Certo, i tradimenti si possono perdonare, ma poi alla prima volta che lasci il dentifricio fuori posto, viene fuori tutto: e qui è lo stesso sentimento, tu perdoni ma poi hai questi momenti di arrabbiatura. E dici: perché, per quale motivo lo hanno fatto? Allora pensi alla stupidità, in un popolo che pure ritengo grandioso”.
Per Ornella, Londra resta la sua casa, la sente ancora tale: anche se in un primo momento le è stata rifiutata la residenza permanente, pur vivendo qui da 25 anni. “Mi sono messa a piangere in libreria — racconta —. Un inglese ha abbassato gli occhi di fronte a tale momento emotivo e ha detto: “Mi vergogno per la mia nazione””.
Dai libri all’accademia il passo è breve. Anche se bisogna prendere il treno per Oxford per immergersi nella fucina del sapere, l’università più antica d’Inghilterra. Tanti sono qui i docenti italiani: e al Lincoln College, presso il corso di Lingue medievali e moderne, insegna Cristina Dondi, autrice di fondamentali ricerche sui libri a stampa del Quattrocento. “L’impatto della Brexit sull’università è assolutamente negativo. A Oxford siamo estremamente preoccupati”, ammette la professoressa.
Proprio il lavoro condotto dalla Dondi è stato reso possibile grazie a un importante finanziamento europeo: “Ma se ci sarà una hard Brexit e non si troveranno accordi specifici fra la Ue e le università inglesi, non sarà più possibile accedere a quei fondi. E sono molti i ricercatori italiani che hanno avuto quei finanziamenti, portandoli in Inghilterra: questo non sarà più realizzabile. Uno dei più grossi problemi sarà la fine della circolazione degli studenti e dei ricercatori, che hanno recato all’Inghilterra un contributo enorme. Tutto questo cambierà per il peggio”. E la professoressa Dondi? “Rimarrò sempre legata a Oxford — rivela — ma è probabile che il mio progetto dovrà continuare in Italia”.
Ma per delle porte che si chiudono, altre se ne aprono agli italiani: specie per chi fa affari nella City.
“Il sentiment dei nostri connazionali da due anni è particolare — spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, che oltre a guidare il suo gruppo di corporate communications, Tancredi, è presidente del Business Club Italia, che raccoglie la comunità d’affari tricolore sul Tamigi —. Dal punto di vista personale ha impattato molto, sembra essersi rotto il giocattolino di Londra, un posto dove tutti si sentono a casa. Ma dal punto di vista del business, anche se all’inizio c’era preoccupazione, c’è anche la sensazione che nonostante la Brexit la Gran Bretagna avrebbe reagito come dopo la crisi del 2008, quando poi Londra si era ripresa e aveva conosciuto un boom successivo”.
È vero che tutto questo è minato dall’incertezza governativa, ma “per la prima volta Italia e Inghilterra si possono trovare in una posizione di dialogo biunivoco: non mediato dall’Europa, bensì diretto”. E dunque, secondo Sanfelice, la Brexit può rappresentare una opportunità: “Ci si sta rendendo conto che l’Italia ha la possibilità di avere accesso al capitale basato qui, pronto per esser investito da noi, mentre i grandi fondi e le istituzioni finanziarie si rendono conto che in Italia c’è un tessuto industriale che è uno dei primi al mondo e che questo può essere il momento per arrivare prima. Con la Brexit si può rinsaldare il legame storico fra Italia e Inghilterra”.
E in questo senso, sul piano individuale, c’è chi ha fatto il grande passo, prendendo la cittadinanza britannica: e guarda le cose a cavallo fra i due mondi. Come Deborah Bonetti, giornalista e prima direttrice donna (nonché italiana) alla testa della Foreign Press Association di Londra, la più antica associazione della stampa estera al mondo. “La nostra è un po’ l’Onu dei giornalisti e la Brexit ci ha avvicinati molto — racconta —. E anche se tanti sono seccati o un po’ arrabbiati, poi si intravedono sfumature diverse. Per molti di noi l’Inghilterra non ha mai fatto veramente parte dello spirito europeo e quindi non c’era che da aspettarsi questo momento: l’identità britannica non si è mai sposata con i valori che il Continente sente più vicini. Noi corrispondenti stranieri vedevamo che quando passi dall’Italia o da un altro Paese europeo all’Inghilterra, ti sembra di vivere su un pianeta diverso. Nonostante molti di noi si siano amalgamati, c’è sempre stata la sensazione che la Gran Bretagna non fosse mai veramente parte dell’Europa: e dunque era questione di quando, non di sé”.
A questo punto, voglia di mollare? “È un momento storico così importante – confessa Deborah — che andarsene in un impeto di rabbia sarebbe uno sbaglio: è un privilegio enorme essere qui. Non vogliamo perderci il finale: o forse il grande inizio””. (aise) 

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