L’ISTRUZIONE ITALIANA COME FORMULA DI SUCCESSO

L’ISTRUZIONE ITALIANA COME FORMULA DI SUCCESSO

ROMA – focus/ aise – Le storie degli italiani emigrati all’estero sono storie di gente comune che, per un motivo o per un altro, ha dovuto lasciare il proprio Paese. Storie talvolta di difficoltà, dolore, ma – per fortuna – anche di successo e affermazione. È il caso di quattro giovani ragazzi, la cui storia è raccontata da Federico Fubini in un articolo pubblicato dal “Corriere della Sera”.
“La Bending Spoons di Corso Como è diventata in sei anni la nona società al mondo per numero di applicazioni scaricate (giochi esclusi). Ha 80 dipendenti, deve assumerne altri 50, età media 28 anni. I fondatori? Giovani ingegneri corteggiati dai fondi”. Nata alla fine del 2013, la Bending Spoons è un’azienda di software classificata come “la nona società al mondo per il numero di proprie applicazioni digitali scaricate e la prima in Europa (giochi esclusi). Una posizione che la mette davanti a Netflix, Twitter o Adobe. Sei mesi fa venivano scaricate nel mondo 270 mila app di Bending Spoons ogni giorno, all’inizio 2019 il volume è cresciuto del 10%”. “Ai quattro — Luca Ferrari (33 anni), Francesco Patarnello (33), Matteo Danieli (34) e Luca Querella (31) — si è già presentata una processione dei nomi più celebri del venture capital e del private equity americano. "Non vendiamo", taglia corto Ferrari. Forse magari invece fra qualche anno si quotano, se e quando saranno cresciuti ancora. I quattro fondatori erano partiti con poche migliaia di euro in tasca da alcuni punti in comune: erano tutti espatriati per studio e lavoro a Copenaghen; hanno condiviso per anni lo stesso appartamento, oltre al doloroso naufragio della loro prima startup, Evertale, che offriva ai Millennials un diario digitale della vita quotidiana”.
“La seconda volta hanno mirato all’essenziale. Meno innovazione sui concetti di fondo, probabilmente, ma una cura ossessiva della qualità per scalare i mercati globali. La prima scelta strategica è stata di trasferire Bending Spoons da Copenaghen in Italia, per almeno due ragioni. Le spiega Ferrari, il figlio di una coppia di parrucchieri di Settimo di Pescantina (Verona) che ha la guida operativa: "Ci siamo spostati su Milano per la qualità delle persone che potevamo reclutare qui. L’Italia ha un ottimo sistema di istruzione e molti venticinquenni oggi sono affamati di lavoro, perché nella loro vita adulta non hanno mai conosciuto anni di abbondanza". E poi: "Volevamo provare a dimostrare che si può ancora costruire un’azienda di livello mondiale dall’Italia. Speriamo di contribuire a una rivoluzione economica e culturale nel Paese"”. Le parole che questi ragazzi rivolgono al sistema scolastico italiano vengono confermate da un altro giovane, che a differenza loro non è tornato in Italia, ma che deve molto all’istruzione del Belpaese: stiamo parlando di Fabrizio Ticchiarelli, la cui storia è riportata nella rubrica del Fatto quotidiano “Cervelli in fuga” da Marco Procopio.
“La scelta di una scuola “non convenzionale” rispetto a quella dei suoi amici. L’incontro con due professori universitari che gli hanno “aperto la mente”. E poi gli studi a Pisa, uno stage a Potsdam e il dottorato a Cambridge in Biologia dello sviluppo nel dipartimento di Plant sciences. Un percorso che, a soli 27 anni, ha portato Fabrizio Ticchiarelli a co-firmare un articolo di ricerca sulla rivista Nature. E a entrare nel panorama scientifico internazionale”.
Certo, le differenze con l’Italia ci sono, soprattutto in termini economici: “A differenza dell’Italia qui (a Cambridge) un dottorando viene pagato 40-50 sterline l’ora per le sue lezioni – spiega -. Ma c’è anche una retta da pagare che arriva a oltre 9mila sterline. Nel caso degli studenti triennali e magistrali, può essere affrontata con una serie di prestiti universitari. E si traduce in debiti personali molto onerosi. Nel caso dei dottorandi in ambito scientifico, invece, viene coperta dai fondi adibiti alla ricerca, i quali spesso garantiscono anche un salario annuale minimo di 14mila sterline”. Guardando indietro però, Fabrizio è sicuro di aver scelto la strada giusta. “Ho un grande debito verso il sistema educativo italiano, che nel mio caso è stato decisivo dal punto di vista formativo e finanziario. Non avrei fatto nulla di tutto ciò senza il supporto di persone grandiose che mi hanno motivato a prendere delle decisioni ambiziose anche quando queste sembravano eccedere le mie capacità”. L’importante, spiega, è “scegliere mentori che abbiano a cuore il tuo sviluppo personale e non ti vedano come uno strumento da sfruttare per i propri scopi”. E se ci fosse l’occasione di tornare? “Sarei felice di restituire un po’ di quello che ho ricevuto, qualora avessi l’opportunità di farlo. Per ora resterò qui a finire l’ultimo anno di dottorato e probabilmente per completare alcuni progetti come post-doc. Dopo vorrei spostarmi ancora, conoscere un altro Paese, imparare qualcosa di nuovo”. (focus\ aise) 

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