LUIGI MATTIOLO: ITALIA E GERMANIA SULLA STESSA LUNGHEZZA D’ONDA – DI ALESSANDRO BROGANI

LUIGI MATTIOLO: ITALIA E GERMANIA SULLA STESSA LUNGHEZZA D’ONDA – di Alessandro Brogani

BERLINO\ aise\ - “Dopo la nomina ufficiale in Consiglio dei Ministri a fine ottobre 2018 e il gradimento espresso dal Governo tedesco, Luigi Mattiolo, romano, 61 anni, è entrato in carica come Ambasciatore d’Italia a Berlino a partire dalla fine del novembre scorso”. Ad intervistarlo è stato Alessandro Brogani che a Berlino dirige il quotidiano online “Il Deutsch-Italia”.
“Laureatosi in Scienze politiche presso l’Università di Roma “La Sapienza” nel 1980, l’anno seguente inizia la carriera diplomatica presso la Direzione Generale Emigrazione e Affari Sociali della Farnesina. Dal 1982 al 1986 è stato Secondo Segretario presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca, per poi essere nominato Primo Segretario presso l’Ambasciata d’Italia a Berna. Stesso incarico gli viene affidato nel 1988 a Belgrado, per poi diventare Consigliere nel 1991 nella stessa sede. Dopo essere rientrato a Roma presso la Direzione Generale del Personale nel 1992, l’anno seguente è collocato fuori ruolo presso l’Ufficio del Consigliere Diplomatico della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tra il 1995 ed il 1997 rimane fuori ruolo per prestare servizio presso il Segretariato del Consiglio dell’Unione Europea a Bruxelles. Nello stesso anno viene nominato Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea, mentre nel 1999 assume il ruolo di Primo Consigliere, incarico che ricoprirà fino al 2001. Nel luglio di quello stesso anno si trasferisce a New York, dove è nominato Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente presso l’ONU. Nel 2004, dopo la nomina a Ministro Plenipotenziario, rientra in servizio alla Farnesina, presso la Direzione Generale per l’Integrazione Europea, con l’incarico di Corrispondente Europeo e Coordinatore delle attività inerenti alla Politica Estera e di Sicurezza Comune. Tra il 2005 ed il 2008 ricopre l’incarico di Ministro alla Rappresentanza Permanente presso il Consiglio Atlantico a Bruxelles e a settembre è nominato Ambasciatore d’Italia a Tel Aviv, dove rimarrà fino al 2012, quando rientra alla Farnesina come Direttore Generale per l’Unione Europea, incarico che ha ricoperto fino al febbraio del 2015. Da quell’anno al 2018 è stato Ambasciatore d’Italia in Turchia, per poi approdare in Germania.
Noi de “il Deutsch-Italia” lo abbiamo incontrato per porgli alcune domande.
D. Sig. Ambasciatore, dalla Turchia alla Germania, per lei un bel salto di usi e costumi immagino.
R. Sicuramente un salto considerevole da tutti i punti di vista. Climatico innanzitutto (sorride). Due Paesi che hanno avuto storie diverse, ma molto legati fra loro, ancora oggi. Lavorando in Turchia ho ammirato più di una volta la fermezza, la linea di condotta e a volte anche il pragmatismo della Germania nei confronti di quel Paese. Ci sono comunque punti in comune, soprattutto per quel che riguarda i contenuti del dibattito sociale e politico nei due Paesi. I temi europei sono al centro del dibattito di entrambe le nazioni, ovviamente da una prospettiva diversa di chi è un motore di questa Europa e di chi a questa Europa in parte aspira. Poi ci sono i temi delle migrazioni: la sfida rappresentata dai movimenti delle popolazioni indotti dai conflitti, da crisi o semplicemente dalla ricerca di un futuro migliore. Sono interrogativi che si pongono alle frontiere esterne dell’Europa. O meglio, nel caso della Turchia, immediatamente al di là delle frontiere esterne dell’Europa, o nel cuore del continente nel caso della Germania.
D. Come pensa di improntare il suo mandato?
R. I rapporti tra Italia e Germania sono di uno spessore, di una portata e ricchezza tali che da un lato sono una fonte inesauribile di opportunità per un diplomatico, ma dall’altra incutono anche molto rispetto, perché non è facile incidere su una realtà così consolidata e forte. Da parte mia si tratterà di preservare al meglio questo rapporto e di cercare di sviluppare le relazioni. Siamo di fronte al primo partner commerciale per l’Italia al mondo, e siamo di fronte alla seconda comunità italiana all’estero nel mondo. Quindi un Paese che ha una catena di valori molto forte con l’Italia. A livello imprenditoriale il nostro Paese e la Germania, come ho “scoperto” quando mi sono recato a Bolzano prima del mio incarico ufficiale qui, alla riunione annuale tra la Confindustria e la BDI, sono sulla stessa pagina di fronte a tutta una serie di aspirazioni: quella all’innovazione, a rimanere competitivi sui mercati, a lavorare sulla formazione e sull’educazione dei giovani, a battersi perché il multilateralismo continui ad essere il faro che illumina quando si tratta di stabilire le regole del commercio internazionale, a non rimanere come Europa attori marginalizzati rispetto ad altri grandi attori internazionali nel campo della digitalizzazione e della gestione di enormi masse di dati. Ecco il mio mandato è quello di comprendere tali fenomeni e di fare da tramite nella conoscenza e lettura di essi, dal punto di vista italiano in Germania e da quello tedesco in Italia. Il ruolo dell’innovazione tecnologica e quello dei creativi, particolarmente presenti qui a Berlino, sono poi temi sicuramente che rientrano nel mio mandato. Infine v’è il ruolo delle relazioni culturali, prima di tutto, quest’anno, Matera Capitale europea della Cultura. Sono infatti numerosi gli artisti e creativi tedeschi che si sono trasferiti nella città italiana, perché non dappertutto l’appeal nei Paesi europei esercitato da Matera è uguale. In Germania è particolarmente forte. La caratteristica peculiare dei rapporti tra Italia e Germania nel quadro europeo è stata particolarmente sottolineata dal Presidente Mattarella e dal suo omologo Steinmeier, durante la recente visita a Berlino di metà gennaio.
Un’altra dimensione che vorrei coltivare è quella del dialogo interparlamentare, che ha due vantaggi: il primo è che può essere più franco, aperto per molti versi e meno condizionato rispetto a quello tra due Governi, dove ogni parola vale come un impegno da cui non si può tornare indietro e durante il quale la cautela spesso va esercitata; il secondo è che i Parlamenti, per definizione, rispecchiano tutte le realtà di un Paese. Quindi ci sono rappresentate tutte le diverse sensibilità della società. È un buon veicolo per far conoscere bene un Paese all’altro e superare qualche stereotipo.
D. Intende un rapporto come quello stabilito tra Germania e Francia ad Aquisgrana?
R. Non mi sono prefissato modelli particolari. Starà ai parlamentari pensarci. Sicuramente vorrei rivitalizzare i due gruppi di amicizia parlamentare. Qualche giorno fa una delegazione parlamentare italiana, rappresentativa tanto del Governo che dell’opposizione, è stata qui ed ha avuto una serie proficua di incontri con la Commissione Esteri e Difesa del Bundestag, su iniziativa della “Konrad-Adenauer-Stiftung”. È un’iniziativa che andrà sicuramente ripetuta, magari cercando di organizzare una visita di rimando. Esistono poi cornici un po’ più vaste, come le riunioni dei presidenti dell’assemblea parlamentare dell’Unione Europea. Poi ci sono le collaborazioni a livello di società civile, fra i Think Thank, in Italia ad esempio IAI, ISPI e ASPEN, o in Germania la DGAP, o le stesse fondazioni che qui sono dei pilastri. Mettere a sistema le società civili aiuta a conoscersi meglio.
D. A proposito di Europa, secondo lei Italia e Germania, in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, cosa possono fare per rinsaldare lo spirito europeo?
R. Secondo me in realtà stanno già facendo molto. Ogni volta che determinati problemi che sembrano caratterizzare solo alcuni dei membri dell’Unione Europea si rivelano essere dei problemi per tutti, ho la sensazione che Italia e Germania siano fra i primi membri della UE a maturarne la consapevolezza e cogliere la portata della cosa. L’esempio più calzante è quello delle migrazioni. Da quando nel 2015 la Germania in modo generoso ha aperto le porte ai profughi dalla Siria, realtà che io vivevo all’epoca in maniera diretta e palpabile, in quel momento si è stabilito un forte canale di comunicazione, e fra noi e la Germania è stato un po’ più facile che con altri iniziare a lavorare sulla nozione dell’immigrazione come problema europeo, e sulla necessità di condivisione dell’onere, oltre a quella che tutta l’Europa guardasse a questo problema come suo e smettesse di guardarvi come fosse solo un problema di chi, per un accidente della geografia, si trova sul limite del territorio comune. Oggi non è un caso che Germania e Italia sono rispettivamente il primo e secondo finanziatore del “trust fund” per l’Africa. Il che risponde a una o due direttrici sulle quali noi vorremmo vedere nascere una politica europea dell’immigrazione, ossia l’assistenza finanziaria e tecnica ai Paesi di origine e a quelli di transito dei migranti, in maniera da creare delle condizioni che incitino a restare o dissuadano dall’imbarcarsi per dei viaggi che poi, molto spesso, si concludono addirittura con la morte del migrante.
Su questo siamo sulla stessa pagina, così come su quella della lotta ai trafficanti di esseri umani che, oltre a commettere un crimine orribile, ne ricavano ingenti somme di denaro che naturalmente reinvestono in quanto di più minaccioso ci possa essere per noi, come droga o armi, quando non addirittura facendosi veicolo di terrorismo. Un’altra direttrice su cui stiamo ancora lavorando, invece, è quella della notoria “riforma di Dublino”, e soprattutto sulla consapevolezza che i migranti economici appartengono ad una categoria molto diversa dai richiedenti di asilo o dalle persone eligibili all’asilo, e che comunque hanno delle caratteristiche e una dimensione numerica che non può essere contenuta nell’involucro del trattato di Dublino. Ancora non siamo sulla stessa pagina, ma c’è una disponibilità in tal senso, come ha dimostrato la soluzione trovata per il caso della “Sea Watch 3”. Quando l’emergenza esplode, quando arriva il momento dell’imperativo umanitario, i Paesi europei che sanno comunque assumersi certi oneri, pur non essendo tanti, vedono Germania ed Italia nel gruppo. Sono convinto che possiamo fare moltissimo anche su altri terreni in cui ancora questa consapevolezza che i problemi sono europei, e non di alcuni, non è ancora così profonda e radicata, come la classica tematica dei problemi dell’Eurozona. La mia aspirazione è che un giorno ci sia piena consapevolezza in Europa, soprattutto tra Germania ed Italia, che stabilità fiscale e sociale non sono più un dilemma, ma sono un binomio, nel senso che possono essere coniugate. C’è ancora lavoro da fare, ma la direzione è quella.
D. Su questo lei è ottimista?
R. Io credo che alla fine la realtà s’imporrà e che quello che ancora non vediamo ancora lo vedremo con chiarezza. La necessità di conciliare questi due aspetti sarà evidente, quando si capirà che è un problema europeo e non solo italiano.
D. A proposito di migranti ci sono molti nostri connazionali che continuano a trasferirsi in Germania. La storia dell’integrazione italiana in questo Paese è tutto sommato una storia di successo, ma cosa si sentirebbe di suggerire a quanti arrivano?
R. Condivido in pieno l’idea che l’immigrazione italiana ha subito svariati progressi e trasformazioni tutte in senso progressivo e positivo. Naturalmente non sempre e non per tutti con la profondità e la velocità che avremmo voluto, ma io arrivo certamente in una fase in cui, rispetto ai miei predecessori, il problema dell’integrazione della comunità italiana si pone in modo diverso o molto meno. Il che non vuol dire che non ci siano delle fasce più vulnerabili all’interno della comunità italiana.
Mi focalizzerei sui giovani, soprattutto quelli che sono ancora a scuola, o di seconda o terza generazione nati qui, o quanti arrivano al seguito dei genitori che vogliono trovare un futuro migliore e una collocazione professionale nel Paese, ma che si scontrano con le difficoltà di un sistema educativo come quello tedesco, che non solo è molto selettivo, ma lo è in modo precoce. Pertanto occorre lavorare sui giovani, preparandoli fin da bambini se sono già qui, o preparandone l’arrivo se si pensa di venire con dei ragazzi adolescenti. Occorre lavorare sulla conoscenza linguistica che è fondamentale per garantire loro un futuro e un inserimento all’altezza delle loro capacità, che potrebbero essere limitate dalla barriera linguistica. In generale agli italiani che stanno qui da tempo non ho molti consigli da dare visto che conoscono la Germania meglio di me, ma più che altro un incoraggiamento a sentirsi più che italiani in Germania, europei in Europa.
D. Un’ultima domanda: qual è il suo piatto preferito tedesco e quale quello italiano?
R. Quello tedesco è lo Schweinshaxen (tipico stinco di maiale), quello italiano la pasta alla Carbonara. Entrambi, piatti piuttosto impegnativi, sia da preparare che da digerire (sorride).
Signor Ambasciatore la ringrazio per l’intervista”. (aise) 

Newsletter
Notiziario Flash
 Visualizza tutti gli articoli
Archivi