D'ITALIAN (IN KENYA) NON V'È CERTEZZA - DI FREDDIE DEL CURATOLO

D

MALINDI\ aise\ - “Due sole sono le certezze che riguardano gli italiani in Kenya in questo sciagurato e prolungato periodo (prolungatamente sciagurato o sciaguratamente prolungato a secondo delle visioni e opinioni): una è che siamo ai minimi storici di presenze e non si parla solo di turisti. La seconda è che la voglia di tornarci per chi ormai da tempo è costretto a rinunciarvi è sempre tanta”. Come scrive Freddie del Curatolo nell’editoriale che campeggia oggi in primo piano sul portale d’informazione in lingua italiana, da lui diretto, Malindikenya.net, “in effetti quello che manca non sono gli italiani che esprimono i loro postulati, che ce n’è fin troppi sparsi tra i social, ma sono proprio le certezze. Fermo restando che quasi tutti si siano dimenticati che, come insegna il Poeta, quando “del doman non v’è certezza” si potrebbe anche essere lieti e non solo cani ululanti o rabbiosi.
Venendo ai dubbi che riguardano il ripopolamento dell’homo italicus nella Terra dei Manghi e degli Avocado, la prima tappa che avrebbe potuto togliere alcuni paletti preventivi è stata quella della scorsa settimana, in cui il presidente Kenyatta ha riproposto il coprifuoco fino al prossimo 26 settembre e obbligato i ristoranti in Kenya a non vendere alcolici, ovvero a servire la birra nel bicchiere con a fianco la bottiglia del ginger-ale, il vino rosso con quella della Fanta Blackcurrant, l’amaro averna e il Baileys nella tazzina del caffè con tanto di cucchiaino e zucchero ed il Kenya Cane, che va per la maggiore, direttamente nelle bottigliette da mezzo litro dell’acqua minerale Keringet. (Stiamo scherzando ovviamente, qui siamo tutti ligi...).
No, da un caso singolo non facciamone regola, non sono tutti così...solo britannici e italiani escogiterebbero certi escamotage, i chioschi locali servono direttamente le bottiglie originali.
In ogni caso si tratta di restrizioni che solo parzialmente rovinerebbero una vacanza o il soggiorno prolungato di un viaggiatore o di un pendolare Malpensa-Mombasa.
La seconda tappa è quella più importante ed è una competizione europea che si gioca anche in Italia. O meglio a cui l’Italia assiste facendo il tifo per chi vincerà.
Il prossimo 7 settembre ci saranno novità sui decreti che, almeno formalmente, tengono ancora chiuso il nostro Paese ai propri cittadini che vogliono recarsi oltre continente per turismo e che al loro rientro li obbligano a rispettare i 14 giorni di quarantena.
Nel caso Europa e Italia dovessero confermare la decisione, scordiamoci i voli charter a breve.
Come hanno fatto balenare le compagnie e i tour operator italiani (che mai come ora sono praticamente una cosa sola, vedi la voce Alpitour), se ci sarà ancora un mese di prolungamento di queste restrizioni e nessuna certezza sull’immediato futuro, verrà meno anche la programmazione della stagione invernale con pacchetti vacanze nei resort tropicali dove il clima (che sembra rincoglionire anche il Covid-19) da sempre costituisce un’attrattiva supplementare.
Difficile per chi ha l’abitudine al “Mare d’Inverno” che non è quello cantato da Enrico Ruggeri, lanciarsi sulle nevi di casa nostra o optare per le vacanze di Natale a Oslo, nonostante la possibilità di vedere finalmente Babbo Natale nel suo habitat naturale e renne, daini e stambecchi al posto dei soliti leopardi, rinoceronti e giraffe.
Si scherza, ma la situazione per molti imprenditori del turismo in Kenya è tragica e nessuno in alto sembra interessarsene, se non qualche drone che continua imperterrito a promuovere vacanze virtuali che costano pure meno e sei sicuro che il wi-fi è veloce e prende dappertutto.
C’è chi dà per scontato che si riprenderà a parlare di “turismo di massa” a luglio 2021 e chi considera questi ultimi degli inguaribili ottimisti e pensa al 2024 per rivedere numeri decenti.
Dipende anche da dove li vedrà: un hotel in disarmo con ragnatele al posto del makuti e ninfee in piscina o direttamente in Corte per sfuggire al pignoramento?
Noi ci appelliamo alla seconda certezza: resistere perché l’Africa non si dimentica e quando la si sogna da lontano è ancora più bella. Non saranno la burocrazia del virus, nè il virus della burocrazia a tener lontano a lungo migliaia di esseri umani dove l’umanità nacque ed emigrò ben prima di guastarsi. (aise)


Newsletter
Notiziario Flash
 Visualizza tutti gli articoli
Archivi