I LAVORATORI TEMPORANEI NELL'ERA DELLA GIG ECONOMY – DI CARLO OREGLIA

I lavoratori temporanei nell

MELBOURNE\ aise\ - “È capitato a molti di noi, specie in tempi di lockdown, di ordinare un pasto con consegna a domicilio. Per trasportare le nostre ordinazioni vengono utilizzati i cosiddetti rider, dipendenti della gig economy. La gig economy può essere definita come un’economia caratterizzata dalla prevalenza di lavoratori freelance o con contratti a breve termine. Una tipologia di mercato occupazionale flessibile e dinamico molto diffusa in Australia, Italia e diversi Paesi del mondo, ma poco regolamentata”. Ne scrive Carlo Oreglia a supporto del servizio presentato da Elisabetta Merati su “Sbs Italian”, special broadcasting in onda in italiano in tutta l’Australia.
“Queste persone, armate per lo più di un telefono che funge da navigatore e una moto o una semplice bicicletta, girano per le città effettuando consegne a domicilio, praticamente invisibili.
Questo almeno fino a quando le loro condizioni lavorative non hanno iniziato a destare preoccupazione.
Dallo scorso settembre, infatti, sono stati cinque i rider a morire nelle strade delle città australiane, coinvolti in incidenti mentre consegnavano le ordinazioni.
In risposta a questa situazione, i governi statali di Victoria e NSW stanno tentando di garantire loro delle tutele. In NSW ad esempio è stata creata una taskforce, organizzata da SafeWork NSW e Transport NSW, per indagare sulle cause di queste tragedie.
Elvio Sinopoli, dottorando della Flinders University, studia proprio il fenomeno della gig economy, e sta raccogliendo una serie di dati su migranti temporanei che lavorano o hanno lavorato nella gig economy durante la loro permanenza in Australia.
Analogamente al lavoratore "casual", i rider percepiscono una paga oraria leggermente più alta rispetto al corrispettivo di quello che viene pagato ad un dipendente assunto con un contratto full time, a fronte del fatto che non vengono pagate né le ferie, né le giornate di malattia.
Ma quali sono i vantaggi di questo tipo d'impiego?
Secondo Sinopoli, "non ci sono grandi vantaggi, se non la flessibilità e l'indipendenza. Nel senso che si possono scegliere le giornate e i turni in cui lavorare".
Ma, aggiunge, "il controllo algoritmico su cui si basa questo meccanismo lavorativo funziona così: se viene rifiutato un turno di lavoro automaticamente questo turno viene assegnato a qualcun altro. Se la cosa viene ripetuta nel tempo l’algoritmo ti penalizza a favore di chi è più disponibile. In certi casi si è addirittura verificato che si chiudesse l'account di chi era assente e venisse eliminato dal sistema, perché non disponibile per troppe volte di fila".
Per capire come sia nata una categoria di lavoratori le cui condizioni sono così svantaggiose bisogna risalire alla crisi del 2008, quando tantissime persone si sono trovate costrette ad accettare questo tipo d'impiego.
Nato come un ripiego temporaneo, in attesa di trovare qualcosa di meglio una volta che la crisi fosse finita, in molti casi si è protratto nel tempo. Le zone più interessate da questa situazione sono quei Paesi dove la crisi economica si è aggravata, come ad esempio in alcune zone di Asia e Africa.
“Con poca spesa, la connessione ad internet ed un mezzo di trasporto, si può lavorare per compagnie situate dall’altra parte del mondo. La gig economy nasce perché le persone non hanno un'alternativa”, continua Elvio Sinopoli ai microfoni di Sbs Italian.
"I numeri in Australia sono poco precisi perché molte persone lavorano per la gig economy saltuariamente", prosegue Sinopoli. "Siamo comunque nell’ordine di diverse migliaia. La maggior parte provengono dal Sud America, Asia, qualcuno dall'Europa. Sull’Italia non abbiamo studi, ma mi sto informando e pare che ci sia una fetta abbastanza importante di connazionali coinvolti".
Gli studi condotti da Sinopoli, nell’ambito del suo dottorato alla Flinders University, stanno evidenziando che al momento c'è un altro problema, che esula dalla mera questione legislativa: "anche se noi riformassimo le leggi per favorire questa categoria di lavoratori, il problema rimarrebbe nella reazione delle persone coinvolte. Avrebbero la voglia di reagire e chiedere con forza i loro diritti, nonostante siano lavoratori temporanei?".
Dopo le morti di alcuni rider nelle città australiane, l’opinione pubblica ha criticato l’operato del governo, sostenendo che se fossero stati coinvolti dei cittadini, la reazione del governo sarebbe stata differente.
Sinopoli non è del tutto d'accordo: “non abbiamo dati per sostenere questo. Quello che sappiamo è che purtroppo il governo si sta muovendo molto lentamente in diversi ambiti del settore lavorativo. Basti pensare ai casi di lavoratori sfruttati nelle farm o di chi si trova in balia del datore di lavoro, tenuto sotto scacco dalla questione del visto".
Sicuramente la pandemia sta evidenziando delle altre priorità, ma un segnale positivo è l’interesse che due governi statali, Victoria e NSW, stanno mostrando sulla questione. "È un buon segno ma non basta", sottolinea tuttavia Sinopoli, "serve l’intervento del governo federale".
Sinopoli continuerà a lavorare alle sue ricerche e cerca il contributo di persone italiane che abbiano più di 18 anni e abbiano lavorato nella gig economy (Uber, UberEats, Deliveroo, Airtasker ed altri) con un Working Holiday Visa o Student Visa, per completare un sondaggio o partecipare ad un'intervista”. (aise) 

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