Venezuela: il governo “ombra” di Guaidó tra corruzione e furti internazionali - di Lorenzo Poli

ROMA\ aise\ - “Era stato raffigurato come un “portatore di democrazia e pace” che avrebbe posto “fine alla dittatura sanguinaria di Maduro”, garantendo il “rispetto dei diritti civili”, ma presto la realtà è apparsa ben diversa. Gli scandali, la corruzione, i ricatti, le estorsioni e i tentati furti da parte del "falso governo" di Juan Guaidó hanno minato la sua immagine, facendogli perdere credibilità soprattutto negli ambienti Usa. Patricia Poleo, giornalista anti-chavista venezuelana di base a Miami, ha rivelato un mega-scandalo di estorsione che riguarda il sedicente governo, di fatto però mai instaurato, di Guaidó (qui il link all'inchiesta di Factores de poder). Episodi di corruzione che colpiscono direttamente i beni nazionali - di cui il Venezuela è estremamente ricco - e la loro gestione pubblica”. A scriverne è Lorenzo Poli in questo articolo pubblicato su “Il Periodista”, giornale online diretto da Ruggero Tantulli che si occupa di America-Latina.
“Attraverso il loro "recupero", mettendoli nelle mani dei funzionari fantoccio fuori dal Venezuela, i beni venezuelani all'estero sarebbero restati fuori dalle istituzioni venezuelane, senza che il "falso governo" fosse ritenuto responsabile di oscuri accordi commerciali.
Un gioco da sicari dell’economia
Poleo ha rivelato una serie di documenti che giustificano la formazione di un consorzio chiamato Caribbean Recovery Assets (Cra) composto dalle società LockinCapital e Global Risk Management, i cui amministratori sono Jorge Reyes e Pedro Antar.
Il Cra, network attivo nel campo del tracciamento, congelamento e sequestro di beni nazionali nei Caraibi con sede nell'isola Barbados e a Miami, avrebbe presentato al deputato Juan Guaidó una proposta per appropriarsi illegalmente di una quantità significativa di beni venezuelani, compresi anche i beni che il Venezuela possiede in 19 Paesi membri dell'alleanza regionale Petrocaribe.
Il Venezuela, attraverso Pdv Caribe, possiede una percentuale di capitale compresa tra il 25% e il 60% in società fondate in 12 Paesi caraibici, che fanno parte della piattaforma di beni e servizi di Petrocaribe per la distribuzione di carburante previsti dal trattato di cooperazione energetica. Questi beni sarebbero il "bersaglio" di queste operazioni di corsari finanziari.
Secondo Poleo lo “scopo della proposta Cra sarebbe quello di eseguire un piano strategico a breve termine (tre mesi) per recuperare i debiti scaduti e avviare la rinegoziazione della ristrutturazione del 50% dei conti finanziati, con la quale il governo ad interim avrebbe avuto nuove entrate e fondi in dollari”.
Il Caribbean Recovery Assets (Cra) si sarebbe proposto come intermediario nella gestione del debito, svolgendo compiti di "intelligence" finanziaria nei 19 Paesi caraibici. Secondo i piani, la società si sarebbe addebitata il 18% delle somme "recuperate", sia in risorse liquide che in attività fisiche. Delle vere e proprie operazioni messe in campo da sicari aziendali che, attraverso il consorzio Cra, avevano l'obiettivo di andare contro le aziende controllate dai governi caraibici. Le trattative tra il governo golpista e il consorzio sono state lungamente mediate, fin quando i rappresentanti di Guaidó negli Stati Uniti hanno chiesto una commissione di 750mila dollari per approvare il contratto, chiedendo che il 50% degli onorari del consorzio fosse dato loro.
I gangster caraibici che strizzano l’occhio ai golpisti
Molti pezzi grossi dell'oligarchia e della destra golpista hanno partecipato a questo mal riuscito compromesso. Tra questi José Ignacio Hernández, il falso avvocato di Guaidó, che avrebbe dato il via libera al Cra per il suo "lavoro" e la sua commissione del 18%; Luis Augusto Pacheco Rodríguez, il "presidente del consiglio" di Pdvsa - la compagnia petrolifera statale venezuelana - eletto da Guaidó; Yon Goicoechea come deputato di Voluntad Popular; e, di grande rilevanza, Fernando Blasi-Blanchard come direttore commerciale di Guaidó a Washington e braccio destro dell'"ambasciatore" di Guaidó, Carlos Vecchio.
Fin dall'inizio del 2019, nella furia del golpe, questi personaggi hanno partecipato a riunioni guidate dal suddetto consorzio Cra per accaparrarsi i beni della Repubblica bolivariana di Venezuela. A ottobre 2019, i rappresentanti del consorzio hanno iniziato ad avere rapporti con Javier Troconis, presidente della neonata falsa commissione presidenziale per la gestione patrimoniale, eletta da Guaidó. Furono proprio Fernando e Magin Blasi-Blanchard, autorizzati da Troconis, a chieder al Cra una commissione di 750mila dollari e il 18% della quota del Consorzio, di cui il 50% dei recuperi sarebbe andata a loro.
Dopo mesi di ritardo e di fronte al rifiuto del Cra di pagare l'estorsione, i rappresentanti del consorzio sono stati nuovamente avvicinati da Magin Blasi-Blanchard, che ha chiesto un anticipo di 50mila dollari: “Hai cinque minuti per depositare i 50mila dollari. Se no... dimentica il contratto!”.
La tentata estorsione e il tranello made in USA
Il Cra si è rifiutato di cedere ai ricatti, di pagare le commissioni e le tangenti richieste da ciascuno dei funzionari del governo ad interim, in cambio della concessione del contratto. Tutto questo ai sensi del Corrupt Practices che vieta negli Stati Uniti, alle società e agli americani, di pagare tangenti a funzionari stranieri per promuovere accordi commerciali. La legge si applica ai comportamenti vietati in qualsiasi parte del mondo e si estende alle società statunitensi quotate in borsa. Così facendo il consorzio ha fornito alla giornalista anti-chavista Patricia Poleo le prove e le testimonianze per confermare il tentativo di estorsione da parte dei golpisti di Guaidó a Jorge Reyes e Pedro Antar, gli uomini d'affari del Cra.
Il lavoro di "infomercenaria" di Patricia Poleo è stato chiaramente supportato da screenshot, foto, documenti e altri dati forniti dalle persone "interessate", ovvero i rappresentanti del consorzio Cra, i quali, nella realtà dei fatti, non sono riusciti nell'intento di ottenere il 18% delle risorse (che volevano saccheggiare nei Caraibi) appartenenti alla Repubblica bolivariana e avrebbero dovuto condividere metà del loro incasso con i golpisti.
Un vero e proprio scandalo di corruzione che mette contro speculatori finanziari e altri speculatori. Funzionari degli Stati Uniti come Rick Scott e Marco Rubio erano a conoscenza della proposta per il "recupero" dei beni del Venezuela a Petrocaribe da parte del "consorzio gringo", grazie ad una comunicazione scritta che è stata inviata il 24 febbraio 2020.
Venivano diffuse anche le notizie delle pratiche criminali del "governo" di Guaidó, mentre venivano portati alla luce altri atti di estorsione contro uomini d'affari attraverso l'uso dell'Office of Foreign Assets Control (Ofac) negli Stati Uniti per tali scopi.
Poleo ha pubblicato nuove accuse in cui diversi uomini d'affari venezuelani sono stati estorti da funzionari di Guaidó, minacciati di essere inclusi in una black list dell'Ofac per aver avuto rapporti con il governo bolivariano di Maduro.
Il governo bolivariano apre un'inchiesta
Il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha aperto un'inchiesta per presunta corruzione contro funzionari dell'autoproclamato governo ad interim di Juan Guaidó. Le indagini, ha detto Saab parlando qualche mese fa in conferenza stampa, riguardano Fernando e Manny Blasi, funzionari della rappresentanza diplomatica di Guaidó negli Stati Uniti; Javier Troconis, responsabile per la gestione del recupero attivi; l'ex procuratore di Guaidó José Ignacio Hernandez e Luis Pacheco, presidente del direttivo ad hoc della compagnia petrolifera Pdvsa. Sotto inchiesta anche il consorzio Caribbean Recovery Assets.
Il procuratore venezuelano ha affermato che questo contratto è un nuovo atto di “pirateria” contro il Venezuela, condannandolo come un tradimento della patria da parte di un “presunto governo provvisorio” designato dagli Stati Uniti, con il fine di perseguire “incursioni armate fallite, sabotaggi all'industria petrolifera e al sistema elettrico” per delegittimare il governo Maduro e destabilizzare il paese bolivariano.
L'oro venezuelano: il tentato furto di Guaidó e i mancati pagamenti delle spese legali
È ormai da anni che il Venezuela cerca di farsi restituire il proprio oro dalle banche inglesi, ma la questione è diventata più complicata con il golpe di Guaidó nel 2019, ponendosi il problema di quale tra i due governi avesse diritto a gestire quell'oro. Il caso aveva raggiunto i tribunali britannici dopo che la Banca d'Inghilterra aveva rifiutato di consegnare l'oro alla Banca Centrale del Venezuela, controllata dal governo Maduro, con il fine di acquistare attrezzature e medicinali per affrontare l'emergenza sanitaria nel Paese sudamericano.
L'istituto bancario inglese ha indicato di avere una richiesta simile dal consiglio nominato da Guaidó, quindi la decisione è passata nelle mani di un tribunale commerciale di Londra, il quale, a luglio 2020, impediva al governo bolivariano del Venezuela di utilizzare le proprie 31 tonnellate d'oro, depositate presso la Bank of England, stabilendo invece che Guaidó potesse accedere all'oro. Ciò sulla base di una dichiarazione dell'allora cancelliere britannico Jeremy Hunt, il quale l'aveva riconosciuto “inequivocabilmente” come il presidente del Venezuela. Questo ha impedito al Venezuela di disporre di finanziamenti per acquistare beni di prima necessità e materiale sanitario in piena pandemia.
Verdetto ribaltato da tre giudici della Corte d'Appello lunedì 5 ottobre 2020, che ha annullato la sentenza del tribunale commerciale di Londra. La Corte d'Appello, dopo aver ascoltato il caso tra il 22 e il 24 settembre, ha ritenuto infatti che il riconoscimento di Guaidó come presidente de jure (per legge) non esclude che il presidente costituzionale, Nicolás Maduro, sia riconosciuto dal Regno Unito come il presidente de facto della nazione sudamericana. Secondo quanto ritenuto, la corte dovrebbe condurre un'indagine dettagliata per determinare se il governo del Regno Unito riconosce che Maduro continui effettivamente ad esercitare de facto i poteri del capo di Stato e di governo nella nazione sudamericana. Così le riserve venezuelane d'oro - del valore di circa 1,2 miliardi di dollari - devono essere consegnate al legittimo governo di Nicolás Maduro.
A seguito di ciò, l'autoproclamato presidente del Venezuela Juan Guaidó non ha ottemperato all'ordinanza del tribunale britannico che lo obbliga a pagare le spese legali ai rappresentanti del presidente Nicolás Maduro e dello Stato venezuelano per la causa d'appello persa. Il Consiglio di Amministrazione di Guaidó è stato condannato a pagare 400mila sterline (523.400 dollari) alla parte vincitrice.
“Dato che il Consiglio di Amministrazione di Guaidó ha le risorse per istruire gli avvocati a partecipare a contenziosi come questo in tutto il mondo, è difficile credere ad una giustificazione per cui non hanno accesso ai fondi che consentano loro di ottemperare al pagamento”, ha commentato lo studio legale Zaiwalla & Co., aggiungendo che andrebbero imposte ulteriori sanzioni da parte del tribunale alla parte debitrice”. (aise)