IL MONDO DEL LAVORO IN EUROPA AI TEMPI DEL COVID

IL MONDO DEL LAVORO IN EUROPA AI TEMPI DEL COVID

ROMA\ aise\ - Il quadro giuridico dell’Unione europea non tutela tutti i lavoratori e a farne le spese sono le categorie più deboli, gli atipici, i precari, i lavoratori in mobilità. A ribadirlo, oggi pomeriggio, è stato Luca Visentini, segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces), invitato dal Consiglio generale degli italiani all’estero come relatore al sesto incontro tematico svolto in plenaria, in videoconferenza, sul tema “Gli italiani all’estero e il mercato del lavoro al tempo del Covid-19”.
Nell’introdurre i lavori, il segretario generale del Cgie Michele Schiavone ha sottolineato come il fenomeno migratorio sia “coinvolto in questa trasformazione epocale del mondo del lavoro”; una trasformazione che potrà essere governata solo con una “visione di lunghissimo periodo” da parte dei governi, in questo caso europei. “Parlare oggi di diritti dei lavoratori – ha aggiunto – è un passaggio obbligato, perché durante l’epidemia sono emersi problemi che hanno messo in discussione certezze acquisite e in grande difficoltà tempi e modi del lavoro”. Dunque servono “misure nuove per poter affrontare già oggi in maniera precettiva le norme e i regolamenti necessari all’inizio della ripresa”.
Anche il Cgie, ha ricordato, “nel suo piccolo ha promosso iniziative e fatto proposte”, ma ora è il tempo di “capire come affrontare queste nuove fasi emergenziali che influiscono sulla mobilità dei lavoratori. Gli impegni legislativi a breve termine vanno bene per ora, ma serve più che mai pensare a come ricostruire la società post pandemia”. Un tema, ha concluso, che potrebbe essere sviluppato da “un’agenzia europea per i cittadini europei in mobilità” che ancora manca all’Unione.
Ad introdurre Visentini e la Ces è stata Maria Candida Imburgia, presidente della seconda commissione - Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria – che ha promosso l’incontro.
“I cambiamenti nel mondo lavoro impattano soprattutto sui più deboli e, tra loro, anche sugli italiani all’estero”, che “chiedono tutele e assistenza, soprattutto chi studia o lavora occasionalmente all’estero”. Le “politiche di welfare così come quelle di integrazione sociale sono state da sempre un problema”, ha detto Imbrugia secondo cui occorre “individuare criticità, bisogni formativi e potenzialità di crescita e sviluppo”.
“Se è vero che sono stati compiuti importanti passi in avanti verso un’Europa più solidale, la posizione di alcuni Paesi in materia di Recovery Fund ci preoccupa moltissimo”, ha osservato. L’Ue deve ancora diventare “una vera casa comune, un bene di tutti”, una “occasione di crescita e sviluppo” fondata su quei valori alla cui affermazione gli italiani all’estero “contribuiscono concretamente con la loro scelta di vita”.
Il complesso quadro giuridico dell’Unione - con sistemi di welfare differenti e ammortizzatori sociali preclusi ai lavoratori che ne avrebbero più necessità, accordi bilaterali e doppie imposizioni fiscali, trattative infinite su direttive e regolamenti – è stato tratteggiato da Visentin, che ha ricordato ai consiglieri collegati che “la situazione dei lavoratori in mobilità era complicata già prima della pandemia, sia per la crisi economica sia per l’insufficienza del quadro giuridico comunitario”. Ad oggi, in Europa, “la mobilità non è inclusiva né equa”.
Posto che “la libertà di circolazione è una delle 4 libertà fondamentali dei trattati Ue”, diversi ostacoli - dumping, discriminazioni, competizione al ribasso, condizioni salariali – l’hanno ostacolata. Spesso, ha aggiunto il sindacalista, “ai lavoratori in mobilità non viene garantita una vera integrazione sociale, essi non hanno accesso completo a prestazione sociali, alle indennità disoccupazione così come gli ammortizzatori sociali, alla sicurezza sul posto di lavoro e così via”. A tacere del capitolo “pensione”: “il mancato coordinamento europei dei sistemi pensionistici è irrisolvibile”, ha commentato Visentini, che ha definito “paradossali” anche “i problemi sulla doppia tassazione” e “le regole fiscali non chiare per i lavoratori in mobilità, che affliggono ancora più gravemente frontalieri e distaccati”.
Tutte questioni che “diventano ostacoli alla mobilità, se non proprio discriminazioni concrete”.
Per affrontarle e possibilmente risolverle, “negli ultimi 10 anni sono stati fatti alcuni tentativi”, mettendo mano ad una “serie di leggi per rivedere quadri giuridici, come il regolamento europeo 492/11 (libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione); o la cosiddetta “direttiva distacchi” (957/2018) per assicurare parità di trattamento salariale ai lavoratori distaccati” la cui revisione è stata “molto combattuta”. Sul fronte di lavori e diritti, sembra suggerire Visentini, i Paesi europei sono tutti parecchio “indisciplinati” anche gli insospettabili come la Germania. Anzi, proprio a quest’ultima il segretario generale della Ces imputa la “colpa originaria” cioè l’aver sacrificato i diritti dei lavoratori per tornare competitiva dopo l’unificazione.
“Parità di diritti e opportunità significa eliminare tutte queste difficoltà”, ha ribadito Visentini. Per farlo l’Europa ha messo in campo regolamenti e direttive: citata la modifica alla “distacchi”, il sindacalista ha ricordato anche la revisione del regolamento 492/2011 sul diritto alla libera circolazione dei lavoratori UE all’interno dell’Unione, sostenendo poi che il “vero buco nero della mobilità giusta” è la mancata revisione del regolamento 883/2004 relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, cioè quello che “dice agli Stati membri chi deve pagare e per cosa in materia di disoccupazione, contributi, sanità e pensioni”.
“Da due anni la revisione è paralizzata dal Consiglio dell’Unione Europa da parte della maggioranza dei paesi membri che non vogliono controllo ed equità nei sistemi di sicurezza sociali”, accusa Visentini. “Pensavamo che la presidenza tedesca sarebbe riuscita a sbloccare la situazione, ora speriamo nei portoghesi”.
Oltre alle criticità, però, ci sono state anche “cose positive”, “la più importante” delle quali è stata “la creazione dell’Agenzia Europea del Lavoro - European Labour Autority nata, su iniziativa di Junker, per combattere abusi e violazioni” e che ora, dalla sua sede slovacca, a Bratislava, “comincia a lavorare”.
In questo quadro già complesso di suo, si è inserito il dramma della pandemia: “il blocco dei confini e i lockdown hanno colpito particolarmente il lavoro in mobilità: chi ha continuato a lavorare ha visto “precarizzare” la sua situazione nel paese che lo ospita; chi ha perso il lavoro non ha avuto accesso agli ammortizzatori sociali. Anche in Italia, la cassa integrazione si applica a quasi tutti i lavoratori europei, ma non sempre a quelli in mobilità”.
Per questo, la Ces ha posto al centro della sua azione “la tutela dei lavoratori migranti e in mobilità, una delle emergenze da affrontare insieme a quella dei precari, degli autonomi e delle partite Iva”, categorie che “non hanno ricevuto quasi nulla in termini di compensazione salariale e sostegno durante il lockdown”. Per questo, ha aggiunto, “abbiamo insistito affinchè “Sure”, oltre a dare denaro ai Paesi per rimborsarli per gli ammortizzatori sociali erogati, dovesse essere un’occasione sia per armonizzare i sistemi degli ammortizzatori sociali così da garantirli a tutti, che per assicurare una compensazione salariale adeguata”.
La Ces porta avanti una “battaglia fortissima affinchè gli ammortizzatori sociali siano prorogati almeno fino a metà del 2021, perché i soldi del Recovery plan, per ragioni tecniche, non arriveranno prima dell’estate, dunque abbiamo sei, otto mesi di fronte a noi durante i quali evitare una “tragedia occupazionale”, e cioè che i 40milioni di lavoratori sospesi oggi dal lavoro si aggiungano agli altri 20 milioni già diventati disoccupati”. Una “bomba occupazionale” pari a tre volte quella prodotta dalla crisi 2008/2011.
Proroga e massima estensione delle tutele che andrebbero coperte da “Sure”, da rifinanziare per tutto il 2021, secondo la Ces.
“Poi ci sarà da ragionare in prospettiva sul Recovery plan che speriamo sia approvato entro il 2020, se Polonia e Ungheria toglieranno il veto; sarà importante vedere come sarà implementato a livello nazionale”, ha osservato Visentini. “L’Italia come sapete è in ritardo su questo”, ma l’auspicio è che tutti i paesi “mettano dentro al piano una visione strategica che garantisca un numero adeguato di posti di lavoro”, perché “la dimensione sociale deve essere trasformata in un pilastro del Recovery”, su cui “le parti sociali dovranno essere coinvolte in modo adeguato”.
“Mobilità e parità di trattamento devono essere elementi fondanti del Recovery Plan, che può essere utilizzato anche per riformare i sistemi previdenziali, ma in senso “riformista” non con l’austerity del passato”, ha precisato. Nel futuro dell’Europa ci sono innovazioni “importanti” sul piano legislativo: “oltre alla auspicata revisione del regolamento 883 – ha detto Visentini – sono state proposte direttive che possono cambiare in meglio il quadro giuridico dei diritti sociali, tra cui quelle su salari minimi e contrattazione collettiva; armonizzazione dei sistemi di reddito minimo dei diversi Paesi; o quella che intende garantire diritti omogeni ai lavoratori delle piattaforme, dell’economia digitale e agli atipici”. Occorre “riflettere su come normare il lavoro a distanza, sapendo che sarà sempre più diffuso, anche dopo la pandemia”. L’auspicio, ha concluso, è che questi passi avanti siano compiuti a breve, magari nell’ambito del semestre a presidenza portoghese che “ha posto al centro della sua azione proprio il piano per l’implementazione del pilastro sulla tutela dei diritti sociali in Europa”. (m.cipollone\aise) 

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