RIDUZIONE PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO: UNA RIFLESSIONE – DI NELLO GARGIULO

RIDUZIONE PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO: UNA RIFLESSIONE – di Nello Gargiulo

SANTIAGO\ aise\ - Seguendo dal lontano Cile il dibattito parlamentare sulla riduzione del numero dei parlamentari si pongono alcuni interrogativi e considerazioni.
Sembrerebbe che la stragrande maggioranza dei parlamentari italiani pensino che oggi l’Italia avrebbe politicamente una gestione più agile ed efficace con un Parlamento meno numeroso. Una prospettiva che, messa così, sembrerebbe quella giusta; dunque ogni discussione dovrebbe riguardare su come dare una rappresentanza equilibrata sul territorio e permettere anche alle minoranze di non essere escluse. I mezzi di comunicazione permettono che il rapporto eletto-elettore oggi sia piú diretto ed immediato: in breve tempo si possono raccogliere punti di vista, problematiche e posizioni e così essere, di fatto, rappresentativi. Va da sé che il contatto diretto con gli elettori e il popolo non si potrà mai direttamente sostituire con la sola rete.
La rappresentanza degli italiani all’estero nel Parlamento non deve essere vista e trattata alla stessa stregua della realtà territoriale italiana. La circoscrizione estero, sebbene sia composta da italiani ed italo-discendenti con doppia appartenenza, ha dei confini molto grandi proprio perché noi italiani siamo presenti in moltissimi paesi, dove ci siamo integrati molto bene mantenendo al tempo stesso attaccamento alle origini, come dimostra l’impegno a mantenere viva la centralità della storia e della cultura italiana.
Abnegazione, capacità di lavoro, creatività, sacrificio e risparmio sono antidoti allo spreco e allo scarto che oggi, invece, caratterizza il nostro stile di vita consumista. Sprecare, scartare, mettere da parte sono vocaboli che, in una moderna concezione dell’economia circolare, vanno sostituiti con i loro “antidoti”: parsimonia, accettazione, riutilizzo. Sono termini da rivalutare; termini che per noi all’estero sono legati ad una cultura migratoria di grande successo, che ha portato famiglie italiane a ricoprire ruoli di primo piano nelle economie di molti paesi.
Su questa nuova economia l’Italia, come Paese, ha molto da contribuire e lo potrà fare meglio se i rapporti con le sue comunità all´estero fossero più stretti grazie ad una strategia di maggiore reciprocità e collaborazione. Per questo bisogna lavorare in senso contrario alle attuali tendenze che si notano in alcuni settori dell’attuale governo nei riguardi della realtà italiana all’estero.
Vorrei segnalare tre punti di discussione che considero centrali.
1. Si tratterebbe di non diminuire ma rinforzare le forma di rappresentanze ufficiali (Parlamentari-CGIE e Comites). Il senso del volontariato all’interno di questi organismi rimane ancora consistente; ma i governi italiani ne debbono facilitare il funzionamento. Se si diminuissero i parlamentari eletti almeno ci si dovrebbe chiedere come dare piú spazio e centralitá ai Comites e al CGIE.
2. Prevedere interventi linguistici più specifici all’interno della circoscrizione estero, affinché non vi sia nessun italo-discendente con doppia appartenenza che non sappia almeno presentarsi e capire l’italiano. Oggi si richiede il livello di conoscenza B1 come requisito per concedere la cittadinanza al coniuge per matrimonio e magari chi la rende possibile é a digiuno totale dell’italiano.
3. Pensare a nuovi spazi di accoglienza e a servizi che le strutture italiane ed assistenziali all’estero come i patronati possono svolgere a favore della nuova mobilità italiana. Non meno importante e complementare, anche su questo piano, forse é il ruolo “di facilitatore” delle Camere di Commercio, che agiscono per inserire nelle realtà locali gli imprenditori e le aziende italiane che si spostano all’interno di un sano processo di globalizzazione dell’economia reale e non della speculazione finanziaria. Le Camere sono dotate di meccanismi e di una esperienza associativa in grado di facilitare l’inserimento dei nuovi arrivati. Anche qui non sarebbe male pensare a programmi specifici per i singoli Paesi perché le realtà sono anche diverse.
Probabilmente l’accento su queste ed altre problematiche va messo al centro di ogni agenda di lavoro dei prossimi appuntamenti anche del nostro Cgie.
Allora, tornando all’idea iniziale di questa riflessione ci chiediamo: vale la pena difendere ad oltranza l’attuale rappresentanza numerica degli eletti all’estero in un Parlamento orientato alla diminuzione? Certamente, sul piano del dibattito e degli interventi in Aula, questa difesa ci deve essere da parte di tutti, da parte di schieramenti diversi, ma forse al momento della votazione meglio sarebbe astenersi in un gesto di unità di azione e anche di passare ai parlamentari eletti in Italia la responsabilità di guardare agli italiani all’estero con maggiore interesse e stima, valorizzandone le potenzialità ed anche la crescita democratica. Nei prossimi mesi vedremo se questo Parlamento sa guardare nell’ottica giusta questa nuova fase di mobilità e crescita delle comunità italiane all’estero. (nello gargiulo*\aise)
* consigliere Cgie Cile 

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