160 anni di rapporti commerciali ed immigrazione tra l’Italia e la Svizzera – di Giovanni Longu

BERNA\ aise\ - L’anno scorso le relazioni diplomatiche tra la Svizzera e l’Italia hanno compiuto 160 anni. Per dare risalto alla complessità e all'importanza dei rapporti italo-svizzeri, soprattutto in riferimento all'immigrazione italiana in Svizzera, mi sarei aspettato che l’Ambasciata d’Italia o il Dipartimento federale degli affari esteri organizzassero una pubblicazione, una giornata di studio, una tavola rotonda, una conferenza o altra manifestazione pubblica, ma evidentemente non è stato possibile e forse nemmeno voluto (non certo a causa della pandemia).
Interessi economici sempre in primo piano nei rapporti italo-svizzeri.
Ritenendo tuttavia l’occasione interessante per far conoscere meglio il lavoro per così dire “dietro le quinte” delle diplomazie dei due Paesi e per fare il punto della situazione, chiesi nell'ottobre scorso un breve messaggio ai rispettivi ambasciatori d’Italia (Silvio Mignano) e di Svizzera (Monika Schmutz Kirgöz), ma solo quest’ultima ha risposto con un contributo interessante, che riprenderò più avanti. Nei mesi di aprile-maggio scorsi avevo comunque già dedicato alla ricorrenza una serie di articoli, ripercorrendo le principali tappe di questi 160 anni delle relazioni diplomatiche italo-svizzere e sottolineandone l’impatto sui flussi immigratori dall'Italia. Di seguito desidero ora soffermarmi su un aspetto che può rappresentare una chiave di lettura di gran parte della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera: gli interessi economici sempre in primo piano nei rapporti italo-svizzeri.
INTERESSI ECONOMICI IN PRIMO PIANO
Alla mia richiesta di un giudizio sintetico sugli attuali rapporti italo-svizzeri, l’ambasciatrice di Svizzera in Italia Monika Schmutz Kirgöz ha risposto fra l’altro con questa affermazione: “l'Italia continua ad essere un partner chiave, sia politicamente che economicamente, con uno scambio commerciale e di servizi di circa 1 miliardo di franchi svizzeri alla settimana”.
Trovo tale frase emblematica non solo dello stato delle relazioni italo-svizzere, ma anche dell’intera storia dei 160 anni di questi rapporti, perché fin dall'inizio entrambe le diplomazie non hanno mai perso di vista, oltre all'evidente interesse a coltivare relazioni di buon vicinato tra Paesi confinanti, i prevalenti interessi economici, anche quando si trattava della gestione dei grandi flussi migratori di fine Ottocento fino alla prima guerra mondiale e di quelli del secondo dopoguerra.
Quando il 30 marzo 1861 la Confederazione riconobbe ufficialmente il nuovo Regno d’Italia ponendo su nuove basi le relazioni esistenti tra i due Paesi, l'emigrazione/immigrazione non era un tema prioritario. Ad entrambi premeva soprattutto consolidare e intensificare i rapporti economici esistenti, benché non mancassero altri interessi riguardanti, per esempio, alcune rettifiche del confine comune, l’estradizione dei delinquenti, la sicurezza dei cittadini svizzeri residenti in Italia e dei cittadini italiani residenti in Svizzera, la salvaguardia della proprietà letteraria e artistica. Incanalare i vari temi nella forma di trattati, convenzioni e accordi applicabili con criteri di reciprocità e sostenibilità fu uno dei principali compiti affidati alle diplomazie dei due Paesi.
Soprattutto la Confederazione era fortemente interessata a conservare e sviluppare ulteriormente le intense relazioni commerciali stabilite col Regno di Sardegna. Riteneva i buoni rapporti con l’Italia indispensabili non solo per meglio tutelare i propri interessi nella Penisola e garantire il proprio approvvigionamento internazionale attraverso il porto di Genova, ma anche per progettare con sicurezza nuove vie di comunicazione tra nord e sud. Questi interessi spiegano bene perché il Consiglio federale non tenesse in gran conto le voci riguardanti pretese territoriali soprattutto sul Ticino avanzate da alcuni politici italiani all'indomani della proclamazione del Regno, tanto più che lo stesso Cavour aveva dato ampie garanzie sull'integrità della Svizzera.
GRANDI DIPLOMATICI ALL'OPERA
A curare gli interessi della Svizzera furono subito inviati dapprima a Torino (capitale del Regno dal 1861 al 1865) e poi a Firenze (dal 1865 al 1970) e a Roma (dal 1971) diplomatici di prim'ordine, fra cui
nel 1864 l’ex consigliere federale Giovanni Battista Pioda. Grazie alle sue conoscenze internazionali, alla sua ottima conoscenza dell’italiano (aveva conseguito la laurea in giurisprudenza a Pavia) e agli ottimi rapporti personali con l’inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Re d’Italia presso la Confederazione (dal 29 luglio 1867 al 22 maggio 1881), Luigi Amedeo Melegari, gli fu possibile non solo difendere gli interessi attuali della Svizzera, ma anche estenderli ad altri campi.
Già nel 1868 le diplomazie dei due Paesi erano riuscite a concludere ben quattro trattati (convenzione commerciale, accordo per la salvaguardia della proprietà letteraria e artistica, trattato di domicilio e consolare, trattato d'estradizione), uno dei quali avrebbe avuto per molto tempo un’importanza straordinaria per l’inquadramento giuridico dei futuri flussi migratori tra i due Paesi.
Nel frattempo, Pioda, grazie anche al sostegno di Carlo Cattaneo e dello stesso Melegari, era riuscito a convincere il governo italiano dell’importanza di una partecipazione diretta dell’Italia alla realizzazione dell’opera del secolo, la galleria ferroviaria del San Gottardo e nel 1869 fu firmata a Berna tra la Svizzera e l’Italia una Convenzione sul Gottardo, nuovamente siglata ancora a Berna il 17 gennaio 1871 tra la Svizzera, l’Italia e la Germania del Nord.
I PRIMI TRATTATI DI COMMERCIO
Con l’entrata in funzione della ferrovia del Gottardo (1882), il commercio sud-nord aumentò notevolmente, tanto da richiedere un nuovo trattato di commercio tra l’Italia e la Svizzera (1889). Grazie ad esso e a una significativa riduzione dei dazi doganali, aumentarono enormemente soprattutto le esportazioni italiane (specialmente prodotti agricoli) verso la Svizzera, molto meno quelle svizzere verso l’Italia.
Un altro trattato, sottoscritto a Zurigo nel 1892, favorì ulteriormente le esportazioni italiane verso la Svizzera (140 milioni di franchi nel 1892, 181 milioni nel 1903), ma non quelle svizzere verso l’Italia, tanto da indurre le autorità elvetiche a denunciarlo nel 1903. Il nuovo trattato del 1904 riequilibrò un tantino la bilancia commerciale tra i due Paesi, ma restò ancora a lungo nettamente favorevole all’Italia.
Se dall'inizio del secolo scorso si fa un balzo alla situazione attuale salta subito agli occhi che i rapporti non sono granché cambiati. Se nel 1914, prima che scoppiasse la prima guerra mondiale) l’Italia costituiva il secondo o terzo mercato di approvvigionamento per le importazioni svizzere e il quinto o sesto acquirente delle esportazioni elvetiche, oggi l’Italia costituisce ancora il secondo o terzo partner commerciale della Svizzera in ordine di importanza ed è il sesto Paese di destinazione per l'export italiano.
INIZIO DEI FLUSSI IMMIGRATORI DALL'ITALIA
L’invio a Torino come rappresentante della Confederazione di un ex consigliere federale (al quale era stato chiesto appositamente di rinunciare alla prestigiosa carica), Giovanni Battista Pioda, aveva soprattutto lo scopo di convincere il governo italiano a sostenere il progetto più convincente di collegamento tra l’Italia e il Centro Europa passando per la Svizzera e a partecipare finanziariamente alla sua realizzazione con la ferrovia e la galleria del San Gottardo, allora la più lunga del mondo.
Nella galleria del San Gottardo lavorarono quasi esclusivamente italiani.
Pioda raggiunse il doppio scopo, non solo grazie ai buoni rapporti ch'era riuscito a stabilire con le autorità italiane, ma anche sfruttando abilmente i contrastanti interessi dei vari Paesi coinvolti: il Regno d’Italia interessato a un collegamento del porto di Genova con l’Europa centrale senza dover passare attraverso il territorio austro-ungarico; la Germania interessata ad un collegamento con l’Italia senza passare per il territorio francese. Per la Svizzera si trattava inoltre di non correre il rischio di venir aggirata nei flussi nord-sud (qualora non fosse stata trovata in tempi brevi una soluzione vantaggiosa attraverso il proprio territorio) da due altri collegamenti alpini già in costruzione, i trafori del Frejus (inizio dei lavori 1857) e del Brennero (inizio dei lavori 1860).
Per la realizzazione della galleria più lunga del mondo, l’impresa ginevrina di Louis Favre che aveva vinto la gara d’appalto, si avvalse quasi esclusivamente di maestranze e operai italiani provenienti in massima parte dal Piemonte e dalla Lombardia. L’età media era di 28 anni e molti di essi avevano accumulato esperienze preziose nella costruzione della galleria del Frejus. Per la Svizzera era cominciata l’era dei grandi flussi migratori dall'Italia.
In alcuni periodi lavoravano contemporaneamente allo scavo del tunnel oltre 3500 operai al giorno, con una punta nel mese di agosto 1877 di 4344 persone. Soprattutto nella prima fase della costruzione, la possibilità di trovare un lavoro attirava nelle località dei grandi cantieri ai due versanti di Airolo e Göschenen migliaia persone. Non tutte ottenevano un permesso di lavoro, ma in certi periodi, per esempio nel 1874, riuscirono ad ottenerlo oltre 13.000 persone. (giovanni longu\aise)