GLI ESPATRI E I RIMPATRI DEGLI ITALIANI: I DATI ISTAT NEL RIM 2020

GLI ESPATRI E I RIMPATRI DEGLI ITALIANI: I DATI ISTAT NEL RIM 2020

ROMA\ aise\ - Giunto alla sua 15ª edizione, il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes contiene una sezione dedicata a “Il movimento migratorio degli italiani secondo i dati ISTAT”. Nel volume, presentato ieri in videoconferenza, approfondimenti dedicati alle province, ma anche alla previdenza.
Per capire la mobilità degli italiani, il Rim 2020 ha analizzato anche i dati Istat su espatri e rimpatri, così come la dinamica migratoria dei “nuovi” cittadini italiani, cioè degli immigrati che, dopo aver ottenuto la cittadinanza, hanno deciso di lasciare l’Italia. Sempre ricordando che, come ha detto ieri il cardinale Bassetti, “dietro i numeri ci sono persone”.
La sintesi pubblicata sul Rim.
ESPATRI E RIMPATRI DEGLI ITALIANI
Nel 2018 le cancellazioni per l’estero di cittadini italiani sono state quasi 117 mila, di cui 51 mila donne (44,1%), mentre il numero delle iscrizioni anagrafiche dall’estero è stato di circa 47 mila individui, di cui 20 mila donne (43,1%).
In generale, gli emigrati hanno un’età mediana di 31 anni per gli uomini e 29 anni per le donne, mentre l’età mediana di chi rimpatria è leggermente più alta, 36 anni per gli uomini e 32 per le donne. Inoltre, sono celibi/nubili il 64,3% degli espatriati e il 56,6% dei rimpatriati.
Per quanto concerne il livello di istruzione, in prevalenza gli emigrati italiani hanno un titolo di studio medio-alto (circa il 53% possiede almeno il diploma), con una differenza di genere a favore degli uomini (il 55% contro il 45% delle donne).
Le regioni per le quali è più consistente il flusso migratorio di italiani verso l’estero sono la Lombardia (oltre 22 mila, pari al 19,1% del totale delle cancellazioni), il Veneto e la Sicilia (oltre 11 mila, 10%), il Lazio (circa 10 mila, 8,7%), e il Piemonte (9 mila, pari al 7,6%).
La quota più elevata di donne che espatria si registra in Friuli-Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige (rispettivamente, 47% e 46,4%), la più bassa in Puglia e in Calabria (42%). Le prime cinque province di cancellazione per l’estero sono Roma, Milano, Torino, Napoli e Brescia, le quali, nel complesso, rappresentano circa il 22,6% delle migrazioni in uscita.
Osservando i cittadini rientrati in Italia nel 2018, risulta che sono anch’essi prevalentemente uomini (56,9%); nel 45% dei casi hanno un titolo di studio mediamente basso, nel 25% dei casi il diploma e nel restante 30% un alto livello di istruzione (laurea e post-laurea). Il 24,5% dei rimpatriati ha oltre 50 anni, percentuale che sale a 27% se si considerano i soli uomini.
I rimpatri avvengono principalmente verso la Lombardia (9 mila pari al 20% del totale delle iscrizioni), il Veneto, il Lazio e la Sicilia (tutte circa 4 mila pari al 8,5%), l’Emilia-Romagna, la Campania e il Piemonte (oltre 3 mila pari al 7%).
Le regioni per le quali è più elevata la percentuale di donne, rispetto agli uomini, che effettuano iscrizioni anagrafiche dall’estero sono la Toscana (47%), il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia (45,7%); la più bassa percentuale si registra, invece, in Valle d’Aosta (39,6%) e in Campania (40,4%).
A livello provinciale, i rimpatri avvengono principalmente verso Milano, Roma, Torino, Napoli e Varese (per un totale del 23%). Nel 2018, i principali paesi di destinazione sono ancora il Regno Unito e la Germania che si aggiudicano le prime posizioni in graduatoria e che hanno accolto rispettivamente, il 18% e il 16% degli emigrati italiani, seguiti da Francia, Svizzera, Brasile e Spagna; tali paesi accolgono, nel complesso, oltre il 67% del totale delle cancellazioni di italiani per l’estero (78 mila su 117 mila in termini assoluti).
Altri paesi verso i quali gli italiani emigrano più frequentemente sono gli Stati Uniti d’America (4,6%), il Belgio (2,4%), l’Australia e l’Austria (entrambe 2,0%).
Per quanto riguarda i rimpatri, i paesi dai i quali si ritorna nel 2018 sono principalmente il Brasile, la Germania, il Regno Unito, la Svizzera, il Venezuela, gli Stati Uniti d’America e la Francia per un totale del 61% delle iscrizioni anagrafiche (28 mila su circa 47 mila in termini assoluti). Un ruolo importante nella graduatoria dei primi 15 paesi è giocato anche da Spagna, Argentina, Belgio, Australia, Emirati Arabi e Cina (percentuali sul totale comprese tra 3% e 1,6%).
Nel caso particolare del Venezuela va ricordato che la profonda crisi economica, sociale e politica che ha investito il paese da qualche anno, sta provocando un vero e proprio esodo.
LA DINAMICA MIGRATORIA DEI “NUOVI” CITTADINI ITALIANI
Negli anni tra il 2012 e il 2018, dei circa 935 mila stranieri divenuti italiani, sono quasi 61 mila le persone che hanno poi trasferito la residenza all’estero; il 34,5% (quasi 21 mila) di questi solo nel 2018. Il possesso iniziale di una cittadinanza diversa da quella italiana e la successiva “naturalizzazione” dà l’indicazione di un più sostanziale contributo di “nuovi italiani” all’aumento degli espatri. La mobilità dei “nuovi” italiani, pur essendo ancora di piccole dimensioni, è considerata una dinamica emergente nel panorama migratorio internazionale.
In media, i cittadini comunitari divenuti italiani tendono a trasferirsi all’estero più velocemente rispetto a quelli non comunitari; il 36% lo fa dopo un anno dall’acquisizione, mentre tra i cittadini stranieri precedentemente non comunitari la quota è di poco inferiore al 21%. Vi sono anche notevoli differenze tra le diverse collettività: mentre ghanesi, indiani, marocchini, tunisini e albanesi che lasciano l’Italia, in circa la metà dei casi lo fanno dopo 3 anni o più dopo l’acquisizione, il 57% dei brasiliani espatria dopo un anno dall’ottenimento della cittadinanza.
Come è facile attendersi, i “nuovi” italiani hanno una differente propensione all’emigrazione a seconda del paese di cui sono originari. Elevata è la quota di emigrati italiani di origine brasiliana, con oltre 31 emigrati ogni 100 acquisizioni, con uno squilibrio di genere a favore degli uomini: circa 37 trasferimenti ogni 100 acquisizioni per gli uomini e poco più di 26 per le donne. Particolarmente mobili risultano le collettività del subcontinente indiano: Bangladesh, con più di 27 emigrazioni ogni 100 acquisizioni di cittadinanza, Pakistan con il 14% e Kosovo con il 12% si collocano ai primi posti tra i 10 paesi con la frequenza maggiore di nuovi italiani emigrati all’estero.
I paesi del subcontinente indiano si distinguono anche per una maggiore propensione delle donne rispetto agli uomini ad emigrare successivamente all’acquisizione della cittadinanza.
È opportuno sottolineare che le collettività albanese e marocchina, in valore assoluto le più interessate dalle acquisizioni di cittadinanza, tendono a emigrare molto meno frequentemente dopo essere diventati italiani: circa il 9% nel caso dei marocchini e appena l’1% in quello degli albanesi.
A fronte di un’età media di circa 29 anni tra tutti coloro che nel periodo 2012-2018 hanno acquisito la cittadinanza, quelli che poi emigrano all’estero lo fanno mediamente a un’età significativamente più bassa: circa 26 anni. Per i maschi si attesta intorno ai 27 anni mentre le femmine emigrano in media a 25 anni con qualche lieve differenza a seconda del paese di precedente cittadinanza.
Dal punto di vista del territorio, il Centro-Nord è l’area dalla quale in valore assoluto partono con maggiore frequenza i flussi verso l’estero: in testa vi sono Brescia e Vicenza con oltre 4 mila stranieri divenuti italiani tra il 2012 e il 2018 emigrati nello stesso periodo. Sono tuttavia le province di Reggio Calabria e Siracusa a far registrare l’incidenza più elevata di coloro che si cancellano per l’estero sul totale dei “nuovi” italiani (rispettivamente 20% e 19%), seguite da Isernia (18%) e Messina (16%).
Per quanto riguarda i paesi esteri di destinazione, l’Unione Europea è la meta preferita: più del 72% dei flussi degli emigrati che hanno acquisito la cittadinanza italiana tra il 2012 e il 2018 è diretto verso un altro paese UE; si tratta complessivamente di quasi 44 mila individui.
Per alcune collettività questa diventa l’opzione quasi esclusiva: il 97% dei cittadini del Bangladesh e del Ghana, il 94% degli originari del Marocco e del Pakistan, una volta ottenuta la cittadinanza italiana, si spostano verso un altro paese UE. Per gli originari del Brasile e della Macedonia, invece, si può parlare molto verosimilmente di una migrazione di ritorno o comunque di una scelta che li porta a trasferire la residenza nel loro paese di origine.
LA MOBILITÀ INTERNA DEGLI ITALIANI E DEI “NUOVI” CITTADINI ITALIANI
Dal 2009 al 2018, il numero degli spostamenti di cittadini italiani all’interno dei confini nazionali è sceso sensibilmente (-6,3%). Questo calo si registra per tutte le tipologie di movimento, ma è più accentuato per i trasferimenti tra regioni diverse.
La crisi economica, che ha avuto effetto in tutte le regioni italiane, ha causato da un lato una diminuzione dei flussi tra Mezzogiorno e Centro-Nord, e dall’altro, ha generato un incremento significativo delle migrazioni internazionali in uscita dal Paese. La novità rispetto al decennio precedente è che negli anni recenti sono le regioni settentrionali, sia in valore assoluto sia in valore relativo, che guidano la graduatoria delle ripartizioni da cui hanno origine i flussi in uscita dal Paese.
Se si considerano solo i movimenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord, a una generale riduzione dei movimenti in entrambe le direzioni, si accompagna un aumento consistente della percentuale di emigrati con una laurea, segno evidente che la crisi ha frenato soprattutto i cittadini meno qualificati.
Con riferimento alla fascia di età 20-34 anni, nel decennio considerato, si sono spostati, dal Mezzogiorno al Centro Nord, circa 478 giovani contro i 166 mila che, invece, hanno seguito il percorso inverso. Il saldo migratorio del periodo, dunque, mette in evidenza una perdita netta di 312 mila unità di cui -121 mila i laureati e -131 mila diplomati.
I saldi migratori interregionali, calcolati per questa fascia d’età, evidenziano consistenti perdite in tutte le regioni meridionali. In valore assoluto, la perdita di giovani residenti in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria, nei dieci anni considerati, è di quasi 283 mila giovani, di cui 107 mila in possesso di almeno la laurea. Al contrario, le regioni del Centro-Nord guadagnano in termini di capitale umano: la Lombardia e l’Emilia-Romagna attraggono oltre 181 mila giovani provenienti da altre regioni d’Italia, con un guadagno di 92 mila unità se si considerano solo i giovani con titolo di studio alto.
Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente circa un emigrato su tre proveniente dalle regioni meridionali e insulari e diretto verso il Centro-Nord è in possesso di almeno la laurea; in notevole contrazione, invece, le partenze dei giovani migranti con almeno la licenza media.
I “nuovi” italiani che si spostano lo fanno principalmente in età lavorativa (il 55% ha un’età compresa tra i 18 e i 44 anni) e con figli minori al seguito (26%). Due “nuovi” italiani su tre si spostano all’interno della provincia di residenza, mentre i trasferimenti di lungo raggio sono meno numerosi (32% del totale). Le regioni che più attraggono i flussi dei nuovi cittadini italiani sono quasi tutte quelle del Centro-Nord: il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia sono le più attrattive, con un numero di iscrizioni pari al doppio rispetto a quello delle cancellazioni.
Seguono la Lombardia e l’Emilia-Romagna, caratterizzate altresì da una certa vivacità migratoria anche all’interno della regione. D’altro canto, le regioni del Mezzogiorno fanno registrare un numero di cancellazioni di gran lunga superiore al numero delle iscrizioni: la Calabria (con un numero di cancellati pari al triplo degli iscritti), la Sicilia e la Sardegna (il cui numero di “nuovi” italiani cancellati è pari al doppio degli iscritti) si confermano, anche per i nuovi cittadini italiani, le regioni meno attrattive.
A livello provinciale, Bolzano è la provincia più attrattiva (con un numero di iscrizioni pari a oltre il triplo dei cancellati, +228,6%), seguita da Pordenone (+142%) e da Gorizia (+100%), mentre Caltanissetta e Crotone guidano la graduatoria negativa con un numero di cancellati pari a oltre quattro volte quello degli iscritti”. (aise) 

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