ITALIA E SPAGNA INSIEME PER SCONFIGGERE L’EPATITE C

ITALIA E SPAGNA INSIEME PER SCONFIGGERE L’EPATITE C

MADRID\ aise\ - “Oggi possiamo migliorare la qualità di vita e ridurre la mortalità delle persone infettate dall’epatite C con trattamenti semplici ed efficaci”. A dirlo è Salvatore Petta, professore di Gastroenterologia dell’Università di Palermo e segretario nazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), che di recente è stato, come riferito dal Comites di Madrid, ospite del Liceo Italiano di Madrid.
L’Italia è uno dei nove paesi in tutto il mondo che si sono formalmente impegnati a raggiungere l’obiettivo fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’eliminazione dell’epatite C entro il 2030. La prevalenza dell’epatite C in Italia è circa dell’1%-2% della popolazione generale. Nelle persone di più di 60 anni, la prevalenza aumenta al 5%. Inoltre, circa il 20% delle persone colpite non sono consapevoli di essere infette, poiché di solito si tratta di una malattia che non presenta sintomi.
L’epatite C è una malattia causata dal Virus C dell’epatite (HCV) che provoca un’infezione nel fegato. Di solito è asintomatica, nonostante nella maggior parte dei casi produce un’infezione cronica che può provocare la cirrosi epatica (formazione di fibrosi epatica con riduzione progressiva delle funzioni del fegato ed associata a complicazioni anche mortali).
Si trasmette attraverso il sangue, attraverso contatti sessuali o per via perinatale. Come spiega il Professor Petta, “l’elevata prevalenza in Italia è dovuta all’uso, negli anni ‘60, di siringhe e strumenti medici non monouso che venivano sterilizzati nelle case. Questa modalità di trasmissione spiega l’elevata prevalenza nelle persone di età superiore ai 55-60 anni”. Oggi, tuttavia, “le principali vie di trasmissione sono l’uso di droghe per via endovenosa, le pratiche sessuali a rischio, e la non adeguata sterilizzazione degli strumenti utilizzati per la realizzazione di tatuaggi e piercing”.
La diagnosi della malattia, afferma il professore, viene effettuata attraverso un test molto semplice e poco invasivo: un esame del sangue che permette identificare la presenza di anticorpi e quindi l’esposizione al virus. Se questo test è positivo, si passa automaticamente a un test di conferma per individuare coloro che presentano il virus in fase di attiva replicazione e che hanno bisogno del trattamento.
In questo senso, “in Italia abbiamo svolto un ottimo lavoro, curando oltre 198.000 persone infette da HCV”, afferma Salvatore Petta. Nel 2015, in coincidenza con l’emergere di nuovi trattamenti antivirali, il governo italiano ha lanciato, con la collaborazione delle diverse società scientifiche, un piano nazionale per l’eliminazione delle epatiti virali con l’obiettivo di eradicare l’infezione da HCV in Italia entro il 2030, come proposto dall’OMS.
“Finora abbiamo raggiunto i gruppi di pazienti che erano già stati diagnosticati e che aspettavano di essere trattati, ma si stima che ci siano ancora circa 200.000 persone infette che richiedono un trattamento. Questa è la lotta più importante che dobbiamo ancora combattere”, afferma il professore. Pertanto, “è necessario uno sforzo da parte dei medici di medicina generale e delle istituzioni per poter disporre di un sistema di rete che consenta un facile accesso ai farmaci a quei gruppi di popolazione a rischio che non sono stati ancora raggiunti e che in molti casi non sono mai stati diagnosticati”.
Fino a poco tempo fa, il trattamento dell’epatite C si basava su iniezioni che causavano severi effetti collaterali indesiderati ed erano anche inutilizzabili per molti pazienti a causa della malattia avanzata o di altri problemi di salute. Fortunatamente, oggi, in Italia e in tutto il mondo sono disponibili nuovi farmaci antivirali orali ad azione diretta. “Non parliamo più dei vecchi trattamenti. Questi nuovi trattamenti consentono di curare attualmente più del 98% dei pazienti trattati - afferma il prof Petta -. Per il 2-3% dei pazienti che non rispondono a questi farmaci, abbiamo trattamenti di salvataggio di seconda linea. Sono trattamenti che si tollerano molto bene, praticamente senza effetti collaterali, e di breve durata, tra 8 e 16 settimane”.
Di fronte a questa realtà, il Dottor Petta evidenzia il messaggio principale da trasmettere alla comunità italiana in Spagna: “Non si deve aver paura di dire: “Ho l’epatite C”. L’infezione da HCV non è uno stigma, non dovrebbe essere vissuto come qualcosa di negativo che non può essere detto agli altri. Oggi possiamo, grazie a trattamenti semplici e senza dubbio efficaci, sconfiggere l’infezione, migliorare la qualità della vita delle persone infettate, e soprattutto ridurre la mortalità ed i costi sociali associati all’epatite C. Anche la Spagna, come l’Italia, si è proposta l’obiettivo di eradicare l’infezione da HCV entro il 2030. Nel 2015 Il Ministerio de la Salud ha elaborato il “Plan Estrategico para el Abordaje de la Hepatitis C en España” (PEAHC) che ha permesso di ottenere ottimi risultati con piú di 150.000 tratta ti. Inoltre, attualmente, si stanno elaborando strategie per raggiungere i restanti soggetti infettati. Gli italiani che vivono in Spagna, se si identificano come possibili soggetti a rischio, possono accedere perfettamente al Servizio Sanitario Spagnolo e così non rimandare la soluzione del problema. “Prima trattiamo le persone che hanno l’infezione, conclude il Prof Petta, prima elimineremo possibili infezioni e ridurremo il rischio di progressione della malattia”.
Questa intervista è stata realizzata con la collaborazione del Professor Oreste Lo Iacono, specialista in gastroenterologia ed epatologia, da anni trapiantato a Madrid ed attualmente primario del Servizio di Aparato Digestivo del Hospital Universitario del Tajo di Aranjuez (Madrid). (aise) 

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