Mucci (we the italians) a colloquio con Luca Cottini (Italian Innovators)

ROMA\ aise\ - “Luca Cottini è un fantastico italiano che insegna alla Villanova University, in Pennsylvania. Incarna alla perfezione tutte le parole chiave di “We the Italians: Two flags One heart”, l’Italia ha bisogno di più America e viceversa, quando il talento italiano incontra l’ambiente meritocratico americano cose meravigliose avvengono”. Umberto Mucci, che We the Italians lo ha fondato, ha intervistato Cottini chiedendogli quale sia stato il percorso che lo ha portato dall’Italia agli Stati Uniti, dove insegna nel corso di Italian Studies alla Villanova University e dove ha creato “Italian Innovators”.
“In realtà quello che insegno prosegue la mia attività di ricercatore”, spiega Cottini. “Quello che ho scoperto soprattutto ad Harvard è un mondo dell’Italia in cui l’immaginario letterario e delle arti visive si collega all’immaginario materiale, del design, dell’architettura ma anche dello storytelling come fatto industriale nel cinema e nell’editoria. Questo lo trasferisco nell’ambito educativo con i nostri studenti. Ci occupiamo dell’Italia da tutti i punti di vista: insegno corsi di letteratura, per cui Manzoni, Calvino, Collodi – mi è capitato questo semestre di insegnare le Avventure di Pinocchio in un carcere di massima sicurezza qua a Philadelphia – ma poi insegno anche “corsi concetto”. Vuol dire che prendo un concetto che abbia una dimensione interdisciplinare, ad esempio il barocco, il futurismo o il design stesso, e lo osservo da più prospettive. Questo è qualcosa che in Italia non si può fare perché l’università è legata ad una prospettiva di compartimenti stagni che non si intersecano. Oltre a questo, insegno corsi di “Italy in Business”, legati all’impresa, al modello di imprenditoria italiana, che è un modello che mette insieme la produttività con la cultura”.
Cottini ha anche scritto un libro, “The Art of Objects. The Birth of Italian Industrial Culture, 1878-1928”, nato durante un suo progetto di ricerca ad Harvard e nel quale, come ha spiegato a Mucci, si occupa della nascita della cultura industriale italiana. “Il libro ha avuto molto successo in ambito accademico, ho ricevuto anche dei premi. Ma io non mi volevo accontentare di essere in tutte le biblioteche del mondo. Un libro vive quando è vivo in mezzo alla gente e io volevo che questi contenuti, che sono parte di una ricerca accademica, potessero invece essere un modello di connessione tra le humanities e il mondo dell’impresa. E volevo anche che questo potesse essere un modello per mostrare il valore di una ricerca accademica in ambito economico, perché come dicevo l’aspetto culturale aggiunge valore al prodotto e questo per un’industria è importante, soprattutto se ambisce a durare nel tempo”. Così, come “estensione del libro” è nato “Italian Innovators”, un podcast in cui si dà spazio ad una serie di figure imprenditoriali italiane di successo con interviste, profili, lezioni e playlist tematiche. (aise)
La versione integrale dell’intervista è disponibile a questo link. (aise)