OHIO, 1924. LA RIVOLTA DEGLI ITALIANI CONTRO L’ODIO DEL KU KLUX KLAN – DI MONICA ZORNETTA

OHIO, 1924. LA RIVOLTA DEGLI ITALIANI CONTRO L’ODIO DEL KU KLUX KLAN – di Monica Zornetta

ROMA\ aise\ - Il primo novembre 1924 la cosa migliore che potevi fare, se abitavi a Niles, nella valle del Mahoning (Ohio), era quella di startene chiuso in casa e sperare che tutto passasse in fretta. Era buona cosa se non ti facevi trovare in giro anche il giorno dopo, perché avresti rischiato di finire nel mezzo di una sparatoria, o chissà che altro, tra i Klansmen, arrivati da tutto il Midwest per partecipare a una parata rigorosamente bianca, protestante e “100% americana”, e migliaia di immigrati cattolici, soprattutto italiani, che degli incappucciati e delle loro crociate morali e religiose non ne volevano sapere. Non saresti riuscito a decifrare il frastuono che arrivava dalla città, specialmente dalle strade che portavano alla fabbrica di lampade della General Electric Glass Works e al prato adiacente, il luogo scelto dagli attivisti del Ku Klux Klan per riunirsi e socializzare prima e dopo la sfilata. Era un frastuono fatto di spari, urla, lamenti, colpi ininterrotti di clacson e di sprangate contro le auto, di rumori di carrozzerie sfasciate, di ruote che sgommavano, di vetri che si rompevano.
Nessuno, nelle comunità di italiani, di irlandesi e gallesi – per la maggior parte salariati delle fabbriche di ferro e acciaio della valle e operai della Fire Brick Company -, voleva quella sfilata. Né a Niles né altrove. Non l’avevano voluta l’anno prima a Steubenville, il capoluogo della contea di Jefferson, quando un centinaio di Kluxers dall’Ohio e dalla Virginia occidentale aveva sfilato nel centro della città al volante di auto tappezzate con drappi a stelle e a strisce, con enormi croci illuminate e una banda musicale ad aprire la strada. Quella volta erano volati pugni tra gli incappucciati e un gruppo di oppositori di cui, allora, poco si sapeva, se non che a comporlo erano persone di origine italiana insieme con altri immigrati cattolici e a contrabbandieri d’alcol, per nulla interessati – questi ultimi – ad accettare le loro brutali campagne per la sobrietà.
Non li avevano voluti tra i piedi nemmeno quando, nel maggio 1924, avevano sfilato in tremila proprio nel centro di Niles in occasione di un Konklave terminato con l’accensione di una grande croce illuminata davanti alla Central High School e con un uomo ferito; né li avevano accettati in città il mese seguente, per un altro Klonklave con marcia, cancellata il giorno stesso per via di alcuni fatti gravi, tra cui lo scoppio di una bomba davanti al museo cittadino, la lunga aggressione organizzata dagli oppositori contro i Kluxers a suon di mattoni, pietre, tubi (seguita dallo strappo delle bandiere dalle auto e dal ferimento di uno dei sedicenti “veri americani”) e l’incendio di alcuni pneumatici di fronte alla scuola. Era stato il “dettaglio” del flaming circle, delle camere d’aria cosparse di kerosene e poi date alle fiamme, a indirizzare l’attenzione verso il gruppo di anti-Klan chiamato Knights of the Flaming Circle, che a Niles era composto anche da membri di alcune gangs. In tutta questa escalation di violenza, la polizia locale non era praticamente mai intervenuta.
Il sindaco della città, il pavido telegrafista e assicuratore Harvey C. Kistler, inesperto di politica e vincitore delle elezioni del 1924 solo grazie al Ku Klux Klan, cui dichiarava di appartenere (e ai cui membri locali, cugino compreso, aveva affidato le poltrone più importanti della vita cittadina), faceva spallucce alle richieste di sicurezza da parte della comunità italiana e irlandese, appellandosi con fervore alla legittimità delle marce dei suprematisti bianchi e assicurando, anzi, di voler fare luce sull’episodio della distruzione della bandiera, ai cui autori prometteva pene severe.
Molti, tra i “nuovi americani” di Niles, erano dell’idea che per contrastare davvero il Klan e la sua ideologia fosse necessario agire politicamente, votando cioè candidati estranei all’organizzazione. Per molti altri, invece, quel crogiuolo di odio e d’intolleranza andava contrastato in un modo diverso. Con la violenza.
Pochissimi giorni dopo l’ultimo assalto, diciotto persone, tra cui l’avvocato Patrick Fusco e James “Jim” Jennings, il proprietario dell’Athletic club di Niles e primo dei quattro figli dei napoletani Marco e Rosa Digenero (o Di Gennaro, diventati Jennings al loro arrivo a Ellis Island, alla fine dell’Ottocento), erano state arrestate con le accuse di vilipendio alla bandiera, porto e uso di arma da fuoco e utilizzo di linguaggio volgare. Le incriminazioni, però, erano durate l’arco di una notte e già il giorno dopo tutti e diciotto erano stati mandati a casa: questo fatto aveva irritato non poco gli scalmanati del Klan, e così, giusto per lanciare un guanto di sfida agli odiati cattolici, la sera stessa aveva acceso una grande croce nella proprietà di un abitante di Niles estraneo all’organizzazione, gettando in questo modo la comunità nella paura e nell’inquietudine. La notizia della croce incendiata era girata in fretta e dopo poco centinaia di antagonisti da tutta la valle si erano dati appuntamento in città. La tensione era altissima, volevano farla pagare a quei dannati provocatori.
Lo scontro spontaneo tra le due fazioni stava per cominciare quando, tra la folla rabbiosa accorsa nel campo, all’improvviso si era fatta largo l’auto dello sceriffo; era arrivato insieme con cinque suoi uomini per tentare di calmare gli animi ed evitare il peggio. Ci riuscì perché meno di un’ora dopo la moltitudine si era già dispersa nell’oscurità.
A quel tempo il Ku Klux Klan stava vivendo la sua seconda stagione di gloria. Rinato da appena un decennio dalle ceneri del primo Klan – fondato da ex soldati confederati nostalgici dello schiavismo e passato alla storia per le torture e i linciaggi di afroamericani negli Stati del Sud -, aveva concentrato le sue politiche radicali non solo nel Midwest ma anche nel North East, nel Pacifico occidentale e lungo la linea Mason-Dixon, facendo ovunque man bassa di incarichi importanti.
Lo aveva creato nel 1915 l’occhialuto William J. Simmons, un ex veterano della guerra ispano americana (mai entrato in azione) con un curioso curriculum: ex predicatore di una chiesa Episcopale metodista mandato via per inefficienza, ex organizzatore di confraternite e fratellanze, membro di diverse chiese e di una quindicina di ordini diversi. Si era autoproclamato Imperial Wizard of Knights del Ku Klux Klan una sera di novembre prima di finire in bancarotta ed essere estromesso dall’organizzazione, da lui quasi subito sostituita con un’altra “creatura” Knights of the Flaming Sword (Cavalieri della Spada Fiammeggiante).
A dargli il benservito erano stati altri due 100% Americans: Hiram Wesley Evans, un ometto volitivo e benestante nato in Alabama e con studio dentistico a Dallas, e il più giovane ma non meno ambizioso David Curtis Stephenson, paffuto ideatore degli affollati eventi del Klan in cui, tra giostre, musica, giochi per i bambini, parate, spettacoli pirotecnici, gare sportive, match di box, sculture di sabbia, svariate casse di birra e di popcorn, litri e litri di caffè, quintali di noccioline, carne stufata ed apple pies preparate dalle Kamelias, le donne dell’organizzazione, si reclutavano nuovi adepti (e fondi) in tutti gli Stati Uniti. Quello che il 4 luglio 1923 aveva invaso la città di Kokomo, in Indiana, era entrato negli annali del Ku Klux Klan per la sua spettacolare grandiosità e, anche, per l’aeroplano con la croce lampeggiante sul fondo della fusoliera che volteggiava festoso sulle centinaia di migliaia di teste dei Kluxers, delle loro mogli e dei loro figli mentre, sulle ali, camminava uno spericolato acrobata.
L’estate a Niles era trascorsa in un crescendo di tensione, come un fiume tormentato e prossimo ad esondare.
Alla fine di giugno all’Athletic club dei Jennings si era tenuto il primo raduno dei Knights of the Flaming Circle, nel corso del quale l’avvocato Fusco aveva comunicato ai quattrocento inquieti partecipanti l’intenzione di denunciare il sindaco e, con lui, l’inefficiente cugino, messo a capo della Polizia. Una sera di luglio un altro fatto piuttosto grave aveva scosso gli abitanti della cittadina: il tenente Charles A. Gilbert, il solo tra i poliziotti ad aver aiutato qualche persona ferita dai Klansmen nel corso dei pestaggi, era stato colpito al viso e alla testa con una bottiglia rotta e poi lasciato sanguinante a terra. Ad agosto un altro Konklave si era concluso con l’incendio di una croce dinanzi la chiesa cattolica, con un paio di pneumatici dati alle fiamme dai rivoltosi del Cerchio proprio di fronte alla casa di un sospetto “patriota”, con numerosi spari da automobili guidate da true americans, con l’arresto di alcuni di loro per possesso di armi e, infine, con il furto in un negozio cittadino di ventidue revolvers e di parecchie munizioni.
Era arrivato ormai l’autunno quando si era sparsa la voce in città che il primo novembre 25 mila Klansmen sarebbero ripiombati per un’altra parata. A quel punto si erano sollevati anche quelli della Constitutional Defense League, con le associazioni civiche che rappresentava, e, con loro, i commercianti, ormai esasperati dal clima che si respirava a Niles e dal brutto nome che la valle del Mahoning si stava facendo, anche al di là dell’Ohio.
Kistler non la deve autorizzare, ribadivano, parecchio allarmati, non può permettere che la nostra città sia messa ancora in ginocchio dalla violenza e dall’odio. Il sindaco, però, non aveva alcuna intenzione di revocare il permesso alla marcia: era profondamente e indubitabilmente convinto che si trattasse di un diritto costituzionale e che, se proprio bisognava puntare il dito contro qualcuno, lo si doveva fare contro le teste calde che ogni volta impedivano al Klan di manifestare in pace.
Supportati dagli articoli compiacenti del quotidiano “Citizen”, anche gli incappucciati rappresentavano loro stessi come poveri perseguitati da gente violenta e senza morale.
“Siamo noi le vittime a causa della nostra religione”, avevano dichiarato; chi ci avversa sono “degli infuriati emarginati, prevalentemente stranieri di nascita, che tentano di mostrare che le regole del crimine sono più forti di quello dello Stato. Non sono altro che nemici della Repubblica, spinti dalle forze nascoste del sovietismo e dell’anarchia, con nessuna conoscenza di Dio”, aveva rincarato la dose il Grand Dragon dell’Ohio, Clyde W. Osborne. Perciò ribadivano il loro pieno diritto a manifestare e, per di più, armati.
Ad ottobre, gli italiani e gli irlandesi avevano affisso dei volantini sui muri della città in cui invitavano la gente, e specialmente “tutti i potenziali” combattenti, a partecipare a una contro-manifestazione che sarebbe di sicuro sfociata in scontri. Le prove tecniche della rivolta erano cominciate.
Quando mancavano due giorni alla parata, una bomba scoppiò nel giardino di casa del sindaco Kistler, lesionando il portico e frantumando i vetri delle finestre. Nessuno rimase ferito, per fortuna, ma erano quasi le due di notte e molti, in una Niles stremata, si svegliarono di soprassalto, con il cuore sbalzato in gola.
A quel punto, per non peggiorare una situazione che in troppi consideravano pronta a deflagrare, Osborne aveva emanato alcuni divieti che i partecipanti alla manifestazione del primo novembre erano tenuti a osservare: niente tunica bianca, niente cappuccio, niente maschere, niente armi. Nessun Kluxer era autorizzato a svolgere azioni di polizia come Special Police né di regolatore del traffico, aveva disposto.
Il clima era torrido in tutta la valle, nonostante le temperature fossero tutt’altro che miti. In una sala del museo dedicato al 25esimo presidente degli Stati Uniti, William McKinley, la Camera di Commercio aveva indetto in fretta e furia un incontro con i commercianti, i cittadini e diverse autorità, tra le quali l’ex senatore repubblicano John Mc Dermott – uno dei pochi a rimanere convinto della necessità di cancellare del tutto la parata -, per decidere come agire davanti a questa nuova minaccia. Se la manifestazione si doveva per forza tenere, che almeno non fosse accompagnata da scontri e da guerriglie, era stata la considerazione finale dell’assemblea, e i presenti si erano impegnati a rispettare questa decisione. In quelle stesse ore il Governatore dell’Ohio, il democratico Alvin Victor Donahey, anch’egli sostenuto dal Klan nella corsa alla poltrona del 1923, aveva ritenuto invece di non prendere alcun provvedimento, quantomeno immediato, per rendere più sicura la manifestazione: al sindaco, che gli domandava invece rinforzi da subito, rispose che non era mai successo che delle truppe fossero inviate in via preventiva. Suggerì quindi a Kistler di darsi da fare e di organizzarsi con i suoi uomini poiché di tempo a disposizione ne aveva a sufficienza.
I giornalisti erano già arrivati in città da tutto il Paese e anche da New York quando, a pochissime ore dall’inizio della marcia e dal sorgere del sole, le diverse decine di migliaia di Knights of the Flaming Circle da tutta la Mahoning valley, con in testa Joseph e James Jennings insieme con l’amico Tony “White” Nigro, avevano deciso di pattugliare le strade, fermando tutti gli sconosciuti che incontravano.
C’erano state un paio di risse e alcuni Kluxers, sorpresi a girare armati, erano finiti dritti alla centrale di Polizia. A casa Jennings – diventata poco a poco il cuore della resistenza -, i due fratelli avevano predisposto un arsenale di armi, incluse parecchie machine guns e bombe artigianali, da usare all’occorrenza. Anche Rosa, la madre, maneggiava le armi e teneva nascoste sotto il grembiule da massaia diverse pistole che man mano distribuiva ai partecipanti alla rivolta.
Già dal mattino presto quelli del Cerchio si erano appostati agli angoli delle vie cruciali e lungo le strade limitrofe al campo della General Electric Glass Works, e avevano dato il via alla caccia al Kluxer. Fermavano minacciosi tutte le auto che attraversavano la cosiddetta deadline – la linea, cioè, che separava il centro della città dalla zona nord e che nessuno degli sgraditi masked guys doveva oltrepassare -: imbracciavano i mitragliatori, impugnavano coltelli, stiletti e martelli, qualcuno indossava anche dei solidi brass knuckles, i tirapugni, da sfoderare alla prima occasione.
“Non devono passare” era stata la parola d’ordine per tutti, e affinché queste non rimanessero soltanto delle intenzioni, fermavano tutte le auto, costringevano i conducenti a uscire e poi le perquisivano da cima a fondo, in due o tre: quando scoprivano tuniche o cappucci, li sequestravano e li distruggevano, sotto gli occhi del proprietario. Spesso capitava che un nordic si trovasse al volante già con la tunica, in barba ai divieti del Grand Dragon: in questo caso veniva tirato fuori dall’auto, malmenato e legato da qualche parte. Se invece si rifiutava semplicemente di uscire, o gli trovavano un’arma addosso, ad attenderlo c’erano calci, colpi e pugni assestati con una certa ferocia, anche da più persone contemporaneamente, che di solito finivano quando il Kluxer era a terra, malconcio.
Un reporter del “Cleveland News-Leader”, inviato in città per documentare la giornata e l’annunciata rivolta, aveva ottenuto dal manager del Klan il lasciapassare per visitare il campo e fotografare gli occupanti: aveva così potuto descrivere la rilassante mattinata dei Klansmen e delle Kamelias tra chiacchiere, sandwich, caffè e armi. Un altro, mandato a Niles dallo “Youngstown Vindicator”, aveva riportato le parole proferite da uno dei partecipanti alla marcia: “Combatteremo finché anche l’ultimo nemico sarà caduto”.
Il primo incidente era accaduto poco dopo mezzogiorno lungo la via principale: una serie di spari aveva lasciato a terra, ferite, diverse persone. La raffica era partita da un fucile che spuntava dal finestrino di un furgone Ford; a questa erano immediatamente seguiti i colpi esplosi da una mitragliatrice nascosta da qualche parte, lungo il lato opposto della strada. Esattamente un attimo prima che il rumore delle raffiche sovrastasse ogni cosa, l’improvviso suono di una sirena aveva pietrificato le rare persone che in quei minuti si trovavano a passare lungo la via.
A questo primo conflitto ne era seguito un altro, per nulla rapido: anch’esso, come il precedente, cominciato da un’auto in corsa, e anche in questo caso seguito da una fragorosa replica degli avversari. Poco più in là, verso la deadline, tre anti-Klan erano stesi a terra, feriti: due, peraltro, lo erano in modo abbastanza grave. C’era gente che urlava, piangeva – tra queste anche un’anziana donna italiana -, mentre l’auto dei protestanti da cui erano partiti i colpi si era dileguata in tutta fretta. Dopo pochi minuti era possibile sentire il rumore di una nuova, prepotente raffica di spari avvicinarsi a gran velocità: erano gli italiani, stavolta, a puntare le armi contro i rivali. Anche loro avevano tanta voglia di premere il grilletto e continuavano a sparare all’impazzata, da una macchina, in direzione del campo dove si trovavano i 100% americans.
Nelle ore in cui la furia brutale era ormai chiaramente fuori controllo, qualcuno aveva capito che il sindaco non si trovava al proprio posto, e nessun traccia vi era, di lui, nemmeno in città: da buon codardo, aveva lasciato la “sua” Niles, spaventata e afflitta, nelle mani del capo della Polizia e dei suoi nove uomini, scesi in strada solo dopo la sparatoria al campo e subito messi da parte dalla Ohio National Guard, giunta nel frattempo.
Il terrore correva più veloce delle auto, che spesso finivano capovolte in mezzo alla strada e, talvolta, anche incendiate. La maggior parte degli abitanti di Niles era barricata in casa; chi aveva deciso di uscire aveva raggiunto a passo svelto la chiesa di St. Stephen per recitare il rosario e per trovare conforto nelle parole o negli abbracci degli altri fedeli; anche le suore dell’Umiltà di Maria pregavano, unite. A un certo punto, però, le loro invocazioni erano state interrotte dalle grida concitate che arrivavano dalla strada. E le parole che avevano colto le avevano lasciate sgomente. Era infatti girata la voce, tra gli italiani, che i Kluxers volessero oltraggiare le monache, stuprandole. Per difenderle, parecchi del Cerchio infuocato si erano quindi messi di guardia, armati fino ai denti, intorno al convento.
Da un’altra parte della città, nel tempo in cui lo sceriffo John E. Thomas ed il senatore Mc Dermott stavano tentando di raggiungere una sorta di gentleman agreement con il capo del Klan, un’altra loro macchina aveva attraversato a gran velocità la deadline mentre i suoi occupanti sparavano a destra e a sinistra, più scatenati che mai, prima di fermarsi di colpo. In una manciata di istanti una cascata di proiettili arrivati da chissà dove si era abbattuta sull’automobile, dilaniandone la carrozzeria.
Spinti dall’adrenalina, i due Kluxers erano riusciti a scendere non si sa come dall’auto distrutta e, correndo più forte che potevano, avevano tentato di seminare gli inseguitori e mettersi al sicuro, ma erano stati raggiunti e picchiati brutalmente.
Tutto stava succedendo in fretta a Niles, in quei giorni. Sembrava non esserci soluzione di continuità tra un’aggressione e l’altra. Per la mattinata era previsto l’arrivo, alla locale stazione, di un treno carico di gente diretta alla parata e quando gli oppositori l’avevano saputo, si erano organizzati per dare loro il benvenuto, sistemando, bene in vista, fucili, coltelli e bombe artigianali. A guidare la spedizione di una cinquantina di persone era un giocatore di football del Jennings Athletic club, Carmine Di Cristoforo, un gigante di quasi un e metro e novanta di altezza e poco meno di un quintale di peso. Il migliaio di suprematisti bianchi aveva liberato le decine di vagoni ed era pronta per uscire dalla stazione, ma quando si era accorta dell’arrivo del branco e ne aveva intuito le intenzioni, per nulla benevole, aveva preferito tornare in fretta sui propri passi.
Nel pomeriggio i soldati della Ohio National Guard avevano fatto la loro comparsa al campo e avevano trovato i Kluxers con le armi spianate, machine guns comprese, pronte a fare fuoco. Venticinque di loro, con funzioni di Polizia Speciale, vennero arrestate.
Dopo diciotto ore di tensioni e di (vani) tentativi di riportare la pace, in città era stata introdotta la legge marziale, destinata a rimanere in vigore una decina di giorni. Il Governatore lo aveva comunicato con un telegramma al Procuratore distrettuale, che a sua volta aveva informato lo sceriffo (il sindaco era ancora fuori) il quale, sfidando la paura, si era recato personalmente al campo per leggere ai niente affatto accomodanti Kluxers il contenuto del documento. Nonostante questo e, noncuranti dell’arrivo di molte forze di sicurezza dal Nord dell’Ohio, non tutti avevano deciso di obbedire agli ordini impartiti dal Grand Dragon: c’era ancora, infatti, più di qualcuno che quella marcia intendeva farla, per dimostrare agli italiani chi comandava lì. Alla fine più di cento persone finirono agli arresti, mentre un membro del Klan e della Akron National Guard, arrivato in città per partecipare alla parata, era stato richiamato subito ad Akron dai suoi superiori e fatto tornare a Niles, questa volta con la divisa, per supportare gli altri militari.
Mentre il buio della notte avvolgeva di nuovo la cittadina della Mahoning valley, le strade erano tornate tranquille. Solo il rumore delle pattuglie di soldati, armati di baionette e fucili, spezzava il ritrovato silenzio. La città era stata gravemente sfregiata e il rancore, non solo dei due giorni appena trascorsi ma dei mesi precedenti, era ancora vivo nell’aria; tuttavia la comunità italiana sentiva di aver vinto.
Un centinaio di persone, tra Klan e “Cavalieri”, furono comunque fermate; la gran parte di queste appartenevano al Jennings Athletic club ed erano note alla giustizia per le loro attività illegali.
I processi si erano tenuti tra febbraio, marzo e aprile 1925: tutti gli accusati dovevano rispondere di reati che andavano dalla sedizione al possesso e trasporto di armi fino all’assalto con l’intento di uccidere (sebbene nessuna persona, per fortuna, avesse perso la vita). I true americans dovevano anche spiegare alla giustizia perché tra le sue file fossero presenti, nel ruolo di Special Police, anche membri della Polizia dell’Ohio.
Alla fine, solo quattro dei cento fermati furono condannati: tre di essi scontarono per un certo periodo la pena nella casa di lavoro di Canton, a una cinquantina di miglia da Niles. Anche uno dei capi della rivolta, “Joe” Jenning, in un primo momento accusato di assalto con l’intenzione di uccidere, fu scagionato, e così anche il figlio del Senatore Mc Dermott, Frank, un imprenditore che stava dalla parte dei “ribelli”e che aveva riportato delle serie ferite in un agguato notturno del KKK. Un altro Kluxer, molto vicino a Kistler, venne invece condannato per il trasporto di un’arma. Ai venticinque suoi “colleghi” dal cappuccio bianco e la croce appuntata al petto, il giudice inflisse una multa di 300 dollari, poi parzialmente sospesa; a tutti gli altri impose un’ammenda per un totale di 3 mila dollari e con forza chiese la rimozione del primo cittadino – entrato in rotta di collisione con il Klan, dopo la rivolta – e del capo della Polizia. (monica zornetta\aise) 

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