Uomo contro carbone: 75 anni fa l’accordo italo – belga

CHARLEROI\ aise\ - Il 23 giugno 1946 viene firmato a Roma il protocollo italo-belga per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio. In cambio il governo belga si impegna a vendere mensilmente all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone ogni 1.000 minatori immigrati. La manodopera non doveva avere più di 35 anni e gli invii riguardavano 2.000 persone alla volta (per settimana). Il contratto prevedeva 5 anni di miniera, con l’obbligo tassativo, pena l’arresto, di farne almeno uno.
Per commemorare il 75° anniversario dell'accordo denominato "uomo per carbone", il Bois du Cazier (Marcinelle) ha organizzato ieri, 23 giugno, un evento alla presenza di Paul Magnette, sindaco di Charleroi, Francesco Genuardi, Ambasciatore d’Italia a Bruxelles, Sergio Aliboni, Presidente dell’associazione dei minatori della Vallonia, Elio Di Rupo, Ministro Presidente della Vallonia, Sophie Wilmes, Ministro degli Affari Esteri del Governo Belga in videocollegamento, e David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo.
Presenti anche il presidente dell’Intercomites belga Raffaele Napolitano ed Eleonora Medda, consigliere Cgie. Tra i presenti anche una ventina di ex minatori italiani, arrivati in Belgio tra il 1946 e il 1956.
“Gratitudine e rispetto per gli italiani venuti in Belgio a partire dal 1946” è stata espressa dall’Ambasciatore Genuardi, intervenuto ieri anche alla RTBF - emittente belga - per sottolineare gli storici legami tra Italia e Belgio, anche nella costruzione dell’Europa.
Lo stesso ha fatto il sindaco Magnette secondo cui “la presenza italiana nel nostro paese ha un valore inestimabile. Impossibile immaginare Charleroi, La Louvière, Mons o Liegi, ma anche Bruxelles, il Limburgo, senza gli italiani, senza tutti i figli e nipoti di immigrati italiani”. Persone, ha aggiunto, “che non solo hanno contribuito alla nostra prosperità, ma cha hanno portato con sé anche il sole, i profumi e la cucina dell'Italia”.
“Abbiamo scambiato il nostro carbone con l’oro”, ha aggiunto il sindaco riferendosi alla variegata comunità italiana e italo-belga formata dai primi migranti, ma anche da “chi è nato qui”, “da voi più giovani, che vi sentite belgi prima di tutto, ma che non taglierete mai il cordone che vie lega ai vostri nonni. Della loro eredità avete fatto un vero tesoro, e questo tesoro è ormai condiviso da tutti gli abitanti del nostro Paese”. Certo, non furono rose e fiori: “fu doloroso. Questa commemorazione ci ricorda le realtà della miniera, delle baracche, della miseria e talvolta anche del razzismo”, ha ricordato Magnette rivolgendo un “pensiero commosso a quanti hanno dovuto pagare il prezzo dell'ingiustizia”. Fortunatamente “i tempi cambiano”, ora “la vita degli italiani del Belgio è decisamente migliorata. Siamo una sola famiglia, felici di andare avanti insieme”. L'immigrazione italiana in Belgio “è un grande successo, un esempio da seguire e un incoraggiamento per chi arriva da noi oggi”.
Figlio di uno dei minatori che arrivarono 75 anni fa in Belgio, ora Ministro Presidente della Vallonia, Elio Di Rupo ha sostenuto l’importanza di “celebrare quello che è stato uno dei primi accordi europei, ma anche una parte importante della storia della nostra Regione”.
“Intere famiglie, tra cui mio padre, sono immigrate in Belgio nella speranza di una vita migliore. I minori italiani – ha rimarcato – hanno contribuito fortemente allo sviluppo economico della Vallonia, talvolta a rischio della loro vita. Lasciano oggi un'eredità considerevole che non bisognerà mai dimenticare. Un patrimonio storico e culturale”.
Una lunga riflessione sul lavoro “che non deve diventare schiavitù” è stato il contributo di David Sassoli alla celebrazione: “oggi siamo qui per ricordare la vita e il sacrificio di tanti italiani e tanti europei venuti in Belgio in cerca di un futuro migliore”, ha esordito ricordando la durezza del lavoro – “pesante, mal retribuito e soprattutto destinato, fino a quel momento, ai prigionieri di guerra” – che attendeva gli italiani in Belgio.
Siglato l’accordo, “nelle diverse città e paesi italiani iniziarono a comparire manifesti di “reclutamento” che promettevano lavoro e salario. Sui diritti dei lavoratori, sulla sicurezza e sulle condizioni di lavoro non c’era una riga. Unico requisito richiesto, una buona salute e un’età massima di 35 anni. La partenza di tanti italiani e tanti europei, emigrati con la speranza di una vita migliore in questo Paese, fu per moltissimi una esperienza drammatica, di sofferenza e di stenti”.
Quando non di morte, come tristemente ricorda l’8 agosto del 1956 quando 868 italiani morirono a Marcinelle, una “catastrofe” che “ha segnato, in un certo senso, anche la storia dell’integrazione europea”, perché “la tragedia di Marcinelle segnò uno spartiacque in molti modi. Innanzi tutto vi fu la presa di coscienza della inaccettabile condizione umana di quei lavoratori - e le battaglie politiche e sindacali che seguirono quella tragedia hanno portato nel tempo al riconoscimento formale e poi sostanziale dei lavoratori italiani come cittadini di questo Paese a pieno titolo e come lavoratori con eguali diritti”. Inoltre “il sacrificio di quei lavoratori ha contribuito a formare una forte coscienza europea del lavoro, un percorso che è stato parte della costruzione delle prime Comunità europee e ha creato le condizioni affinché il processo di integrazione avesse al centro non solo il mercato ma anche i diritti delle persone”.
La tragedia del Bois du Cazier “ha contribuito ad accendere una luce non solo sulle migrazioni ma anche sulle politiche di sicurezza sui luoghi di lavoro e sulla costruzione di un welfare europeo”.
Oggi il tempo è passato ma si deve ancora combattere per i diritti, ha osservato Sassoli: “è soprattutto in tempi di crisi che il progetto europeo deve dimostrare di essere un progetto per il bene di tutti, proteggendo le persone, sostenendo le imprese, investendo nell’uguaglianza, nel progresso sociale e nel benessere economico. Soddisfare i bisogni dei cittadini europei di assistenza, lavoro, dignità, sicurezza e prosperità per il loro futuro è il cuore di questo progetto”.
“L’insegnamento e la memoria di quanti persero la vita a Marcinelle e nelle altre miniere del Belgio impone scelte coraggiose ispirate alla solidarietà” ha aggiunto perché “anche oggi molte persone nel mondo guardano all’Unione europea come a una meta per costruire una vita migliore, degna. Molti arrivano nei nostri Paesi dopo drammatici viaggi, avendo sperimentato stenti, torture, la morte di familiari o amici. Vengono per lavorare - come venivano i nostri migranti. E di quel lavoro le nostre società che invecchiano hanno sempre più bisogno”. Quindi occorre “definire regole comuni in Europa perché non si debba morire per arrivare in modo irregolare - e perché non si debba lavorare in condizioni illegali e disumane, come accade purtroppo ancora, ad esempio, a molti immigrati extracomunitari nei campi o nelle fabbriche dei nostri Paesi”.
Sulla “sfida migratoria”, ha detto ancora Sassoli, “è tempo che l’Europa prenda un’iniziativa” e “adottare un approccio coordinato, più coraggioso basato sui principi della solidarietà, della responsabilità”.
“Servono regole, regole che umanizzino i meccanismi globali, e questo lo può fare solo l’Europa. Per queste ragioni, nel rendere omaggio alla memoria dei lavoratori e di quanti persero la vita in queste miniere, desidero salutare e ringraziare tutti i cittadini, belgi e italiani e di altre nazionalità europee che – ha concluso – in questi anni hanno contribuito con la loro operosità e generosità alla crescita e allo sviluppo di questa regione”. (aise)