A UDINE LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “L’ISBA DEL TENENTE CIANCETTI”

A UDINE LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “L’ISBA DEL TENENTE CIANCETTI”

UDINE\ aise\ - Domani, alle 17.30 presso la Libreria Tarantola di via Vittorio Veneto, a Udine, si terrà la presentazione del libro “L’ISBA DEL TENENTE CIANCETTI”, Gaspari Editore. All’incontro saranno presenti la professoressa Maria Teresa Giusti, la storica che ha approfondito la tragica vicenda della Campagna di Russia, l’avvocato Lia Lafronte, postulatrice della causa di beatificazione di Giovanni Gheddo, ufficiale dello stesso reparto del tenente Ciancetti, e le due figlie di Ivo Ciancetti, Marialuisa e Mariapia che hanno curato la stesura del diario e delle lettere. Gli interventi saranno presentati e moderati da Paolo Mosanghini, redattore del Messaggero Veneto.
Ivo Ciancetti, ternano di nascita, veronese di adozione ha poi vissuto la maggior parte della sua vita a Udine, dove è mancato nell’agosto del 2003. E’ uno dei pochi che sono tornati dalla campagna di Russia alla quale aveva partecipato in qualità di tenente del reparto trasmissioni della Divisione Cosseria, una delle dieci divisioni che facevano parte di quella sciagurata spedizione; ma di questi fatti in famiglia non ama parlare.
Nel 2002 però accade un fatto imprevisto: la figlia Mariapia gli regala il libro “Il testamento del capitano” scritto da un sacerdote, giornalista e scrittore, padre Piero Gheddo, per ricordare il papà Giovanni, disperso nel dicembre 1942 nel corso della ritirata dell’armata italiana. Il libro riporta le lettere di Giovanni Gheddo e soprattutto le foto da cui subito Ivo Ciancetti lo riconosce, ma non solo, è anche in grado di riferire le circostanze della sua scomparsa, essendo stato probabilmente l’ultima persona ad averlo visto e ad aver parlato con lui. Ne nacque uno scambio di lettere e di notizie con padre Gheddo, e soprattutto in famiglia ci si rese conto del dramma che Ivo aveva dovuto passare in quella tragica vicenda. Si venne anche a sapere della esistenza di un diario di quei mesi, mentre già si sapeva di un album di fotografie in bianco e nero, che lui aveva scattato con la sua macchina fotografica.
Dopo la morte di Ivo si decise di prendere in mano il materiale: i familiari si occuparono di trascrivere quelle pagine scritte con una calligrafia minuta e quasi incomprensibile. Un lavoro lungo, anche per decifrare i nomi delle città russe in cui era transitato, nomi incomprensibili molti dei quali oggi cambiati.
Cosa fare di quel diario? Ancora non si sapeva. Ma poi ci pensò padre Gheddo: era stata avviata la procedura per beatificare i due coniugi Gheddo, il papà Giovanni e la mamma Rosetta e la testimonianza di Ivo aveva una sua importanza. Sollecitati dall’avvocato Lia Lafronte, postulatrice della causa di beatificazione ci si apprestò a riordinare il testo trascritto del diario, quando accadde un altro evento imprevisto: dopo la scomparsa della moglie di Ivo, nel 2014, fu recuperato un pacchetto di lettere che egli aveva spedito dalla Russia ai suoi familiari a Verona. La documentazione stava diventando quindi più cospicua.
Trascritte anche le lettere si decise di accostare in ordine di data il diario e le lettere che, unite alle tante fotografie, venivano a costituire un unicum, una descrizione originale e completa di come era stata vissuta la vicenda: il periodo della preparazione in Italia, la partenza, il contatto con la Russia, i suoi paesaggi e la sua gente, i primi scontri con il nemico, la paura e il timore del grande freddo, poi l’improvviso verificarsi della tragedia. Ivo descrive con precisione quello che accadde anche perché dal suo posto di capo trasmissioni della Divisione aveva modo di sentire gli ordini e gli scambi di comunicazioni fra i vari reparti. Ha chiaro che la tragedia sta incombendo: sente in diretta via radio l’arrivo dei reparti russi nel Comando della Divisione Ravenna posta a fianco della Cosseria, percepisce quello che sta accadendo. Ordina ai suoi uomini di ritirarsi con il camion, ma per poter partire al mattino del 17 dicembre 1942, con 30 gradi sottozero, occorreva che loro si alternassero sotto il mezzo per scaldare con il fuoco i cardani: se così non avessero fatto il camion non sarebbe potuto partire e per loro sarebbe stata la fine. I suoi uomini così fecero e poterono partire; lui invece rimase nella sua isba, l’ultima ancora abitata e scaldata, poiché così gli era stato ordinato. Non era solo, erano rimasti in tre: lui, Giovanni Gheddo, sfinito dalla ritirata e ospitato nell’isba, e un terzo personaggio, padre Pio Chiesa, gesuita piemontese e cappellano militare. In quelle ore si compie il dramma che Ivo racconta: padre Chiesa è rimasto perché vicino all’isba era stata montata una tenda. Non era una tenda qualunque: era la tenda dei feriti intrasportabili, modo pietoso per dire che si trattava del luogo destinato a raccogliere i moribondi che non si poteva o non valeva la pena trasportare. Padre Pio non sa cosa fare, sa che fermarsi vuol dire la prigionia, che con i russi voleva dire la morte certa. Alla fine decide di restare con i moribondi e con lui probabilmente decide di restare Giovanni Gheddo, colpito da questa umanità sofferente e questa tragedia che si sta compiendo. Ivo, attende fino a quando può l’arrivo dei tedeschi, poi sul fare del tramonto prende da solo la via della ritirata alla ricerca dei suoi uomini. La fortuna volle che riuscisse a ritrovarli e riprendere assieme la lunga marcia di oltre 1500 chilometri che li riporterà fino alle sicure retrovie.
Le figlie e i nipoti di Ivo a questo punto si rendono conto del valore e della testimonianza rappresentata da questo materiale, così unico e straordinario e iniziano a pensare ad una pubblicazione a tiratura limitata da distribuire nell’ambito dei familiari, amici e conoscenti. L’avvocato Lafronte però incoraggia a pubblicare il lavoro, suggerendo di chiedere a padre Gheddo di scrivere un suo commento. Dopo poco tempo così giunge la presentazione di padre Gheddo, forse uno dei suoi ultimi scritti prima della sua scomparsa avvenuta nel dicembre dello stesso 2017, mentre di lì a poco sarebbe arrivata una approfondita introduzione da parte di Maria Teresa Giusti, docente universitaria e vincitrice del premio Friuli Storia nel 2017. A questo punto è sembrato giusto far esaminare il testo all’editore Gaspari, specializzato in diari e memorie di vita militare.
L’esito è questo libro “L’isba del tenente Ciancetti”, un titolo dedicato all’isba che per Ivo era il simbolo della sua personalità di uomo preparato e rigoroso e che proprio per questo era divenuta un luogo di libertà, la “Repubblica Ciancetti” come veniva chiamata la sua isba dal reparto comando. La stessa isba che nelle ultime ore diverrà il luogo dove si incontrano le vite di padre Pio Chiesa e del capitano Giovanni Gheddo unite nel sacrificio della propria vita per non abbandonare a se stessi uomini ormai già destinati alla morte. (aise) 

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