Gli Usa annunciano la fine delle operazioni combat in Iraq: l’analisi di Pierluigi Barberini per il CeSI

ROMA\ aise\ - “Lo scorso 26 luglio, il Presidente USA Joe Biden e il Primo Ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi, durante una visita ufficiale di quest’ultimo a Washington, hanno raggiunto un accordo che prevede la fine delle operazioni militari americane di tipo combat nel Paese mediorientale entro il termine del corrente anno. L’accordo prevede inoltre la transizione verso una missione di tipo non-combat focalizzata su attività di addestramento, di advisory, consulenza e intelligence delle Forze Armate irachene”. Ne scrive Pierluigi Barberini per Centro Studi Internazionali. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.
“L’annuncio americano della fine delle operazioni combat in Iraq non costituisce una vera sorpresa, dal momento che nei mesi scorsi Washington aveva già intrapreso una parziale transizione verso attività di carattere addestrativo e di capacity-building e advisory per le forze di sicurezza irachene.
Al momento in Iraq sono presenti circa 2.500 militari americani il cui compito principale è il contrasto allo Stato Islamico. Contestualmente alla cessazione delle attività combat, ci sarà con tutta probabilità un parziale ridimensionamento del contingente americano dislocato nel Paese, processo anche questo in atto da tempo, dato che già nel settembre 2020 fu annunciato il ritiro di parte delle truppe americane presenti in Iraq, allora oltre 5.000.
L’annuncio di questi giorni e più in generale il processo di rimodulazione delle truppe schierate nel Paese mediorientale non vanno tuttavia interpretati come la volontà da parte americana (e occidentale) di ritirarsi completamente dall’Iraq, sulla scia di quanto sta avvenendo in Afghanistan.
Se da un lato, infatti, è evidente la strategia globale di Washington, incentrata sul ridimensionamento della presenza militare nell’intera regione mediorientale al fine di rimodulare i propri sforzi e orientarli nell’ottica del contenimento cinese nell’Indo-Pacifico, dall’altro non bisogna dimenticare che, proprio nel febbraio 2021, la NATO ha annunciato il potenziamento della missione di addestramento delle forze di sicurezza irachene, missione di cui l’Italia assumerà il comando nel 2022. Proprio l’Italia ha iniziato a rimodulare il proprio impegno militare in Iraq con il nuovo decreto missioni per il 2021 che prevede il parziale spostamento di assetti dalla Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico alla missione addestrativa NATO (circa 200 militari in meno alla prima e altrettanti in più alla seconda), per un totale di oltre 1.100 soldati schierati nel Paese. Non un abbandono dell’Iraq, dunque, ma un graduale passaggio di responsabilità dalla Coalizione internazionale a guida americana alla NATO, con Roma che svolgerà un ruolo di primo piano a partire da maggio 2022. Proprio per quanto concerne l’Italia, oltre ad assumere il comando della missione, nei prossimi mesi il nostro Paese potrebbe ulteriormente rafforzare il contingente dispiegato in Iraq, con un’attenzione particolare riservata al contributo fornito dall’Arma dei Carabinieri per le attività addestrative delle Forze di sicurezza irachene.
La conclusione delle operazioni combat statunitensi potrebbe infine avere delle ripercussioni per quanto riguarda il quadro di sicurezza domestico del Paese. Le attività di insorgenza condotte dallo Stato Islamico da un lato, e il crescente ruolo delle milizie sciite filo-iraniane dall’altro, potrebbero ulteriormente destabilizzare il contesto securitario iracheno, già fragile e precario, venendo meno il coinvolgimento diretto da parte delle truppe americane al contrasto di tali minacce. Le forze irachene assumeranno dunque la piena responsabilità della gestione della sicurezza domestica, in un quadro complessivo instabile e in continua evoluzione”. (aise)