L’anno zero delle politiche Nato di controllo e riduzione degli armamenti: su “Affari internazionali” l’analisi di Stefano Silvestri

ROMA\ aise\ - “Dal punto di vista della Nato, il controllo e la riduzione degli armamenti, nucleari o convenzionali, non è un obiettivo a sé stante, ma è parte della strategia complessiva di mantenimento della sicurezza dell’Alleanza. D’altronde la Nato non è un soggetto autonomo: non firma accordi di arms control, ma si limita a seguire, e a cercare di coordinare e indirizzare le politiche dei singoli Stati membri”. Inizia così “L’anno zero delle politiche Nato di controllo e riduzione degli armamenti” analisi che Stefano Silvestri, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), firma per “AffarInternazionali, di cui è direttore editoriale. L’articolo è stato pubblicato il 18 febbraio scorso sul sito dell’Istituto. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.
“Ciò detto, la politica alleata rimane ancorata al doppio approccio definito sin dal 1967 dal cosiddetto rapporto Harmel: assicurare da un lato la dissuasione e la difesa alleata e condurre dall’altro lato un dialogo per il controllo e la riduzione dei rischi e degli armamenti. In questo spirito la Nato ha svolto un continuo processo di consultazione tra gli alleati ed ha contribuito alla conclusione positiva di numerosi importanti accordi, dal Tnp all’Open Skies Treaty, all’Inf (il Trattato sulle forze nucleari intermedie) e al Cfe (il Trattato sulle forze convenzionali in Europa).
Il “peccato originale”
Tra le molte sfaccettature della politica di controllo degli armamenti, quelle che più attirano l’attenzione riguardano gli armamenti nucleari e le altre armi di distruzione di massa. In realtà però il maggiore coinvolgimento della Nato nei negoziati di arms control ha riguardato le armi convenzionali, con il processo di Mutual and Balanced Force Reduction (Mbfr, riduzione mutua e bilanciata delle forze convenzionali) che ha infine condotto, in ambito Osce (l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa), all’accordo Cfe. Il destino di questo trattato venne segnato da uno dei maggiori errori politici commessi dagli alleati atlantici dopo la fine della Guerra Fredda.
La fine del Patto di Varsavia, la dissoluzione dell’Unione sovietica e il rapido allargamento ad est della Nato (sino ad includere le tre repubbliche baltiche che erano state prima incorporate dall’Urss) rendevano del tutto assurdi gli equilibri numerici e territoriali stabiliti da quel trattato. Sarebbe stato un dovere politico, e un chiaro interesse strategico della Nato, iniziare subito un negoziato di profonda revisione di quei parametri ormai obsoleti, riconoscendo così la nuova realtà e le specifiche preoccupazioni della Russia.
Invece, si è cercato mantenere la pretesa di un formale rispetto del trattato, come se nulla fosse cambiato, ottenendo il brillante risultato di convincere Mosca della doppiezza occidentale e di mandare al macero sia il trattato, sia ogni speranza di regolare gli equilibri convenzionali. La Russia è quindi intervenuta in Georgia e in Ucraina, si è annessa la Crimea, ha accresciuto la pressione militare nei confronti dell’Europa e ha rafforzato la sua presenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
In campo nucleare, invece, la Nato ha dovuto fare i conti sia con la propensione russa a violare gli accordi, sia soprattutto con i mutamenti della politica americana. George W. Bush è uscito dal trattato Abm (sulla difesa antimissile), mentre Donald Trump ha abbandonato l’accordo con l’Iran e ha denunciato i trattati Inf e Open Skies. Fortunatamente, l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca ha permesso di salvare l’accordo New Start (negoziati sulla riduzione degli armamenti strategici), almeno per ora.
Fare i conti con Mosca
Tuttavia, la strategia americana della “dissuasione allargata”, che è alla base della politica di difesa e dissuasione della Nato, dovrebbe a questo punto essere completamente riscritta, per tornare ad essere pienamente credibile. Anche perché, a parte la Russia, gli alleati Nato dovrebbero preoccuparsi anche delle questioni legate alla non proliferazione nucleare, dopo l’uscita americana dall’accordo con l’Iran e il fallimento della iniziativa americana di dialogo con la Corea del Nord.
In altri termini, siamo tornati ad una sorta di anno zero delle politiche di controllo e riduzione degli armamenti. La presidenza Biden lascia qualche speranza di un possibile ritorno alla logica del doppio approccio definita dal rapporto Harmel, ma nel frattempo la Nato deve fare i conti con una Russia molto più bellicosa e, almeno apparentemente, ben poco disposta a compromessi.
Anche per quel che riguarda la non proliferazione, le prospettive non sembrano brillanti, anche se la fine dell’era Trump potrebbe aver messo fine, almeno in via provvisoria, al rischio di scelte di riarmo nucleare da parte di alcuni alleati degli Usa.
La variabile Cina
In questa situazione, una ripresa delle politiche di arms control in ambito Nato dovrebbe confrontarsi con i fattori di mutamento della situazione strategica. Non ha molto senso cercare di recuperare i vecchi trattati se nel frattempo gli equilibri geostrategici e gli sviluppi tecnologici hanno creato situazioni del tutto nuove. Ad esempio, pensando al vecchio trattato Inf, mentre rimarrebbe l’interesse europeo ad una abolizione delle armi nucleari a gittata intermedia, gli alleati degli Usa nel Pacifico, che debbono confrontarsi con la crescente minaccia cinese (e nord-coreana), hanno una percezione opposta sulla potenziale utilità di questo sistemi.
Un rilancio della politica di controllo e riduzione degli armamenti richiede quindi alla Nato una profonda riflessione strategica sulla questione della Cina, sulle possibili evoluzioni in corso in Medio Oriente, sul crescente ruolo strategico dello spazio e del cyber nonché sulla importanza e l’uso delle nuove capacità convenzionali in ambito strategico.
È un discorso di grande complessità, che la Nato, ed in particolare gli alleati europei, dovrebbero affrontare sia chiarendo quali siano i loro interessi e i loro obiettivi, sia ricercando un nuovo consenso transatlantico che consenta di tracciare le linee di nuove iniziative negoziali”. (aise)