SERVONO PONTI E NON MURI – DI GIANNI LATTANZIO

SERVONO PONTI E NON MURI – di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Sono ormai spenti i fuochi d’artificio alla Porta di Brandeburgo, a Berlino, per il trentesimo anniversario della caduta del Muro ed è tempo di riflessioni su tutte le barriere che sopravvivono, a partire dalla crescente ostilità e litigiosità del discorso politico che trincera tante insoddisfazioni dietro presunti sovranismi. E che tenta di sgretolare quella capacità di unità dell’Europa che Giovanni Paolo II ha figurato come un continente capace di respirare con due polmoni: l’ovest e l’est.
Il Muro nella capitale tedesca, dopo il secondo conflitto mondiale, è rimasto come una lama conficcata nel cuore dell’Europa che scommetteva sulla pace e sullo sviluppo con il progetto di integrazione. Una lama tagliente come il dolore di tante famiglie divise e di tante prospettive di vita mortificate ad est, ma anche immobile e congelata come l’inquietante fase storica che abbiamo definito guerra fredda, tra il blocco occidentale e quello sovietico. Rimossa quella lama, l’Europa ha ritrovato la possibilità di respirare a pieni polmoni, ma troppo spesso ultimamente si parla di rischi di disgregazione, anche se il voto europeo di maggio scorso ha arginato le spinte populistiche più distruttive. Ma niente è scontato per l’Europa in un mondo che vive quella che Papa Francesco definisce “la terza guerra mondiale a pezzi”, osservando il moltiplicarsi innegabile di scenari di conflitto e di morte proprio in questi ultimi 30 o 20 anni.
I Muri nel mondo erano sette alla fine della seconda Guerra mondiale. Trent’anni fa nel 1989, quando è caduto quello di Berlino, erano diventati 16. Nei 10 anni dopo la fine della Guerra fredda ne sono stati costruiti 14. Oggi gli studiosi ne contano 77. Tra i più citati, ci sono quelli tra Stati Uniti e Messico, tra Ungheria e Serbia, tra India e Pakistan, tra India e Bangladesh, tra Corea del Nord e Corea del Sud, tra Georgia e Ossezia meridionale, tra Iraq e Kuwait, tra Arabia Saudita e Yemen, tra Marocco e Sahara Occidentale, tra Ucraina e Russia o il muro che attraversa e circonda Gerusalemme e tanti altri. Resta anche la barriera tra la Repubblica di Cipro, paese membro UE, e la parte nord dell’isola occupata dalle truppe turche dal 1974, ancora una volta nel cuore del vecchio continente.
Ma come dicevamo quello che spaventa di più è il dilagare di una mentalità di chiusura, un lessico di difesa tra popoli che alimenta espressioni come “America first” e dunque anche “British first” o “prima gli italiani”. In un mondo che ha faticosamente cercato il consesso di pace delle Nazioni Unite e in un’Europa che ha stabilito le fondamenta della costruzione della casa comune sui valori della fratellanza e della solidarietà, un linguaggio di contrapposizione e divisivo è come un muro eretto a fermare un cammino comune di civiltà.
Non sono un segreto i dati sulla recrudescenza dell’antisemitismo in Europa. Un drammatico “muro” di odio che dopo Auschwitz difficilmente pensavamo di vedere rialzarsi, sempre meno in sordina, mentre ancora alcuni sopravvissuti ne portano i segni sulla propria pelle e nella propria esistenza.
La gioia per i festeggiamenti a Berlino e altrove, per la caduta del Muro che resta e resterà emblematico, deve nutrirsi di consapevolezza. Il linguaggio può essere la dimora dell’essere, insegnano i filosofi. E il linguaggio che attualmente imperversa sui social e nel discorso politico troppo spesso è frutto di una logica da tribù che ergono e non superano barriere. È d’obbligo più che mai ricordare il monito di Primo Levi: “È accaduto, può accadere di nuovo”. Vale per la Shoah e per altri massacri e genocidi, e vale per tutti i processi divisivi che allontanano i popoli e generano conflittualità.
Resta urgente più che mai la raccomandazione che è stata di Giovanni Paolo II e che riecheggia nelle parole di Papa Francesco: servono ponti e non muri. (gianni lattanzio*\aise)
* Gianni Lattanzio – Segretario Generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE) 

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