Il mare che unisce: gli italiani di Tabarka nel documentario di Habib Mestiri

TUNISI\ aise\ - In occasione della Giornata Mondiale del Cinema Italiano, l’Ambasciata d’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura a Tunisi presentano domani, 19 giugno, “Il mare che unisce. L’epopea dei tabarkini”, documentario originale sugli italiani di Tabarka del regista Habib Mestiri.
La presentazione inizierà alle 11.00 (le 12 in Italia) sulla pagina facebook dell’IIC. 
Il progetto intende raccontare, in un documentario di un’ora, l’incredibile epopea della comunità dei Tabarchini.
Fondata nel 1500 in seguito ad accordi fra la ricca famiglia genovese dei Lomellini e il Bey di Tunisi, questa comunità, originaria di Pegli nei pressi di Genova, ha resistito ai cambiamenti storici e attraversato i secoli per arrivare ai giorni odierni mantenendo vive le caratteristiche culturali dei propri antenati.
Tabarka, città del Nord Ovest tunisino oggi quasi ai confini con l'Algeria, ha origini assai antiche: si tratta infatti di un insediamento fenicio originariamente chiamato Thabraca, “luogo ombreggiato”,
È forse il luogo della Tunisia che ha maggiori legami con l'Italia.
Nel 1167 l'allora Bey di Tunisi, Abdallah Bockoras, cedette ai Pisani la proprietà dell'isola prospiciente, oggi unita alla terraferma. I Pisani la mantennero sino alla metà del Cinquecento, con l'esclusivo privilegio dello sfruttamento di quella che allora costituiva la maggiore risorsa locale: il corallo.
Nel 1542 la medesima isola fu data in concessione da Khair ed-Din Barbarossa (probabilmente come riscatto del suo alleato Dragut) alla famiglia genovese dei Lomellini (della cerchia di Andrea Doria e imparentati con i Grimaldi), anch'essi interessati al corallo. I Lomellini colonizzarono Tabarka con un gruppo di abitanti di Pegli, quartiere di Genova.
La presenza dei Pegliesi a Tabarka durò circa due secoli.
Nel 1738, a causa dell'esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni locali, un folto gruppo di tabarkini si trasferì in Sardegna, nell'isola di San Pietro, dove fondò un nuovo comune, Carloforte, così chiamato in onore di Carlo Emanuele III di Savoia, che aveva favorito l'insediamento.
Tre anni dopo il Bey di Tunisi invase l'isola e ne ridusse in schiavitù gli abitanti. Questi ultimi, una volta riscattati, si recarono o nuovamente a Carloforte, o a Calasetta nell'isola di Sant'Antioco (pure in Sardegna) o sull'isola di San Pablo presso Alicante, in Spagna, dove fondarono Nueva Tabarca.
A differenza di questi ultimi, i tabarkini di Carloforte e Calasetta hanno mantenuto integra la loro identità culturale: il dialetto di queste due località, il cosiddetto tabarchino, è un idioma di tipo ligure in un territorio linguisticamente sardo. (aise)