"È VIVA. È MELODIOSA IN OGNI FREMITO E IN OGNI BRIVIDO" - DI FRANCESCO D’ARELLI

"È VIVA. È MELODIOSA IN OGNI FREMITO E IN OGNI BRIVIDO" - di Francesco D’Arelli

MONTREAL\ aise\ - Dal febbraio 2004, è attivo operosamente nella città di Montréal l’Institut Canadien d’Art Vocal (ICAV), fondato da Faigie Zimmerman dell’Israel Vocal Arts Institute, montrealese d’origine e residente a Tel Aviv, e da Denise Massé, nota e affermata pianista. L’alto prestigio di tale istituzione si rivela nella sua lodevole missione: curare la crescita e la formazione ad alto livello dei giovani con la vocazione del canto lirico. Annualmente, l’ICAV, in collaborazione con la Faculté de musique dell’Université de Montréal, sede anche dell’Institut, organizza, sotto la direzione artistica di Joan Dornemann e Paul Nadler, il Festival d’Art Vocal, una festa internazionale dell’arte lirica in cui giovani cantanti d’opera, diversi per origine e formazione, trovano l’occasione durante tre settimane di perfezionare il proprio talento. Nell’edizione di quest’anno, programmata dal 22 luglio al 9 agosto, si assisterà il 7 agosto a un “Grand Concert”, cioè alla messa in scena de “La bohème” (1897) di Ruggiero Leoncavallo. Di tale evento l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal è il principale promotore, ché il “belcanto” è da sempre la via più naturale per la diffusione nel mondo della lingua italiana e della sua musicalità.

La poesia di un testo – il cosiddetto libretto –, la musica, le scenografie, i costumi e a volte i movimenti coreografici: ecco il melodramma o l’opera, un genere la cui forza teatrale si rivela proprio con la musica e il canto. Anche l’opera vanta i suoi natali in Italia, tant’è che si originò a Firenze verso il 1600, grazie a un vivace cenacolo umanistico. La dimora del conte Giovanni Bardi (1534-1612), insigne umanista, divenne una bottega del rinnovamento musicale, più rispondente alle corde dei saperi rinascimentali. Un luogo, animato da amici, poi noti come quelli della “Camerata fiorentina” o “Camerata de’ Bardi”, dove si speculava su come contrapporre alle fughe gotiche del contrappunto lo stile dei Greci e dei Romani, sovrattutto per rianimare il vigore della parola e la sua musicalità. “Dafne” (1598 circa), composta da Ottavio Rinuccini (1562-1621) e musicata da Jacopo Peri (1561-1633), fu in assoluto il primo esempio di libretto d’opera. Poi seguirono “Euridice” (1600), opera degli stessi autori ed eseguita a Palazzo Pitti in Firenze, e nello stesso anno Emilio de’ Cavalieri (1545/1553-1602) mise in scena a Roma la “Rappresentazione di anima, et di corpo”, l’evento di certo più memorabile di quell’Anno Santo.
Al nuovo genere di spettacolo, legò il suo nome anche Claudio Monteverdi (1567-1643) con l’“Orfeo” (1607) e principalmente con “L’incoronazione di Poppea” (1643). Napoli, Venezia e Roma divennero le città dove l’opera germogliò diffusamente, raggiungendo poi il resto dell’Europa (Francia e Inghilterra). In particolare a Napoli, la cui innata vocazione canora richiama sempre il sacrificio mitico della Sirena Partenope, si sviluppò a fianco dell’opera seria anche quella buffa: un melodramma nutrito dalle sensibilità e dai sentimenti popolari. “La serva padrona” (1733) di Giovan Battista Pergolesi (1710-1736) ne fu l’emblema, sebbene in breve tempo la vena creativa e dirompente di Niccolò Piccinni, Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa, Baldassarre Galuppi invadessero l’Europa intera.
L’Italia dell’inizio del XIX secolo fu pervasa dal genio di Gioacchino Rossini, fedele alla tradizione del belcanto, ma al contempo innovatore con “Il barbiere di Siviglia” e il “Guglielmo Tell”. La temperie romantica, intrisa di tensioni e contrasti d’amore e di idee, già si percepisce nell’opera creativa sia di Vincenzo Bellini che di Gaetano Donizetti.
Tuttavia, il gigante italiano del XIX secolo fu Giuseppe Verdi, la cui opera è imponente per passioni romantiche e padronanza di mezzi tecnici e drammatici. Il “Rigoletto” (1851), “Il Trovatore” (1853), “La Traviata” (1853) sono, tra i suoi capolavori, le opere eccelse, sebbene piegate dalla censura dell’epoca e accolte da reazioni di pubblico tutt’altro che entusiasmanti. Fra il XIX secolo e la prima metà del XX, risuonano ovunque i nomi di Ruggiero Leoncavallo, Giacomo Puccini, Pietro Mascagni e Umberto Giordano, tutti maestri italiani d’opera e in più Puccini acclamato e considerato dappertutto come il vero erede di Verdi.
Di Leoncavallo, napoletano d’origine, si sa che fu alunno al Conservatorio di S. Pietro a Majella di Napoli, ove studiò pianoforte con Beniamino Cesi, armonia con Michele Ruta e composizione con Lauro Rossi e Paolo Serrao. Infatuato di Richard Wagner, Leoncavallo concepì una trilogia operistica, intitolata “Crepusculum” e ispirata al Rinascimento fiorentino. Dal 1879 al 1882, visse in Egitto, come pianista e maestro di pianoforte, e poi dal 1882 a Parigi, dove dimorò per ben sei anni, tornando infine in patria, a Milano, elevata a sua residenza definitiva. Mosso dal successo dilagante della “Cavalleria rusticana” di P. Mascagni (1890), Leoncavallo concepì un’opera altrettanto breve e ambientata nelle terre di Calabria, indubbiamente un ricordo dell’infanzia colà trascorsa. L’opera intitolata “Pagliacci”, un dramma in due atti e composto su un libretto della stessa mano di Leoncavallo, fu rappresentata il 21 maggio 1892 al teatro Dal Verme di Milano. Il successo apparve strabiliante, merito anche della direzione di Arturo Toscanini e di una compagnia di prim’ordine: Adelina Stehle, Fiorello Giraud, Victor Maurel… L’opera in sé vanta tuttora una serie impressionante di allestimenti, tanto che “Nei soli paesi di lingua tedesca, in una trentina d’anni, – come appuntava circa tre lustri fa Johannes Streicher – quest’opera avrebbe totalizzato 6578 recite, in ciò superata unicamente da “Cavalleria rusticana” (9236 recite tra il 1891 e il 1921), mentre le opere del maggiore compositore italiano coetaneo del Leoncavallo e di Mascagni, G. Puccini, avrebbero raggiunto cifre decisamente meno alte. Alla Metropolitan Opera di New York “Pagliacci” totalizzò ben 407 recite tra il 1893 e il 1985 (un numero superato solo da alcuni titoli di G. Verdi, Puccini, G. Bizet e Gounod) …”. Non ottennero altrettanto successo sia l’opera giovanile intitolata “Tommaso Chatterton” che “La bohème”, messa in scena al teatro La Fenice di Venezia il 6 maggio 1897 e ricavata dal romanzo di H. Murger. “La bohème” di Leoncavallo subì in verità il trionfo e il gran clamore suscitati dall’omonima opera di Puccini inscenata quindici mesi prima e a detta dello stesso Leoncavallo ispirata proprio dal suo soggetto. Tra le sue opere successive e di considerevole successo, vale infine ricordare quella intitolata “Zazà”, un soggetto mutuato dalla commedia di Pierre Berton e Charles Simon e diretta per la prima assoluta dal maestro Toscanini il 10 novembre 1900 al teatro Lirico Internazionale di Milano. (francesco d’arelli*\aise)
* direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Montreal


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