“DI BELTÀ SI FARAN GLI ANIMI ALTERI, DI NOBILTÀ S’ACCENDERAN LE FRONTI” - DI FRANCESCO D'ARELLI

“DI BELTÀ SI FARAN GLI ANIMI ALTERI, DI NOBILTÀ S’ACCENDERAN LE FRONTI” - di Francesco D

MONTREAL\ aise\ - Il decimo anniversario (6 aprile 2009-2019) del violento terremoto che sconvolse e danneggiò la città de L’Aquila e molte altre località limitrofe è stata l’occasione per l’Istituto Italiano di Cultura e il Consolato Generale d’Italia a Montréal di ricordare il 4 aprile scorso quella drammatica esperienza umana, ravvivata dalla presenza di Claudio Palmisano, aquilano di adozione, ingegnere, pianista, compositore e commediografo, e, via video, di Franco Narducci, regista, poeta, scrittore e figura storica della compagnia teatrale “La Piccola Brigata”.
L’Aquila è sempre stata, come tutta l’Italia, un crocevia di culture e di tradizioni d’ogni sorta. Nota in latino come Aquiliae o Acculae, recava sino al 1939 il nome di Aquila, poi divenuto L’Aquila. Nell’ampia conca aquilana sorgevano già in epoca romana alcuni intraprendenti centri urbani: Amiternum (San Vittorino), Forcona (Civita di Bagno), Foruli (Civita Tomassa) e Aveia (Fossa), distrutti poi dalle diffuse invasioni barbariche. L’attuale città sorse nel XIII secolo, subito distintasi per uno sviluppo rapido, tant’è che verso il 1350 si narra che superasse già i cinquantamila abitanti e fosse il maggior centro cittadino dell’Italia meridionale, dopo Napoli. La città ha spesso patito nei secoli la furia tellurica: così nel 1315, nel 1347 e nel dicembre del 1456 fu addirittura devastante a detta dei cronisti, che riferirono di una città “quasi disfatta”. Alla complessa e variegata struttura della città dell’Aquila contribuirono nel XIII secolo anche i monasteri cistercensi, dall’abbazia di Santo Spirito d’Ocre (1222) sino alla grangia di S. Maria del Monte (1289), presso Campo Imperatore. La città occupò col tempo, grazie alla sua naturale posizione, un ruolo vitale nel controllo politico-militare dell’alto Abruzzo, una vocazione ben chiara già agli Svevi, quando col diploma (1254) di Corrado IV (1228-1254) ne sancirono formalmente la nascita. Tuttavia, nel 1259, Manfredi (1232-1266) – figlio naturale dell’imperatore Federico II – la distrusse interamente, perché considerata da sempre città ribelle. Al sovrano Carlo I d’Angiò si deve, dal 1266, l’inizio della ricostruzione, segnandone direttamente lo sviluppo urbano, anzi la città fu ricostruita “con più spazioso circuito che prima” e il suo territorio, diviso in lotti (“locali”), fu assegnato ai castelli fondatori. In questa epoca il lotto o “locale” divenne un’unità autonoma, dotata di una chiesa, di una piazza e di una fontana. Oggi si comprende perché la città conservi ancora vivida la traccia di tale antica volontà urbanistica. Il perimetro urbano assai vasto della città fu delineato definitivamente con l’edificazione della cinta muraria, iniziata nel 1272, sotto Lucchesino da Firenze, e conclusa nel 1316 con Leone di Ciccio da Cassia. Più o meno negli stessi anni fu realizzata la magnifica Fontana delle Novantanove cannelle, divenuta l’emblema inconfondibile della stessa città. Il disegno della Fontana è unico, semplice e imponente, grazie sovrattutto ai mascheroni porta-getto di foggia umana, animale e floreale, nell’insieme un capriccio di immaginazione e di acqua, che a zampilli riempie una vasca sottostante, a sua volta alimento di un’ulteriore vasca. La Fontana, ricca di segni della cultura gotica, è opera del “Magister” Tancredi da Pentima, come anche recita l’iscrizione frontale. La Basilica di S. Maria di Collemaggio è, tuttavia, il monumento più rappresentativo dell’Aquila. Già consacrata nel 1289, dopo appena due anni dall’inizio dei lavori, che furono ultimati alla fine dello stesso secolo. La chiesa fu poi luogo di un evento memorabile: l’elevazione al soglio pontificio di Pietro da Morrone con il nome di Celestino V, accaduta il 29 agosto 1294 al cospetto di re Carlo II e di suo figlio Carlo Martello. Il terremoto del 2009 ha profondamente colpito la struttura dell’intera Basilica: crollo della volta in corrispondenza della tomba di Celestino V, gravi lesioni delle due absidi e distruzione totale degli altari maggiori e di quello laterale. La potenza tellurica ha investito anche il castello, o Forte Spagnolo, cominciato dagli Spagnoli nel 1530 e ultimato nel 1635. Con pianta quadrata, robusti bastioni angolari e cinto da un profondo fossato, il castello resta ancora oggi un eccellente esempio di opera difensiva.
Insomma, L’Aquila è una nobile città, ricca di storia e civiltà, alla quale l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal dedicherà in ottobre prossimo la XIX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (21-27 ottobre 2019), intitolata quest’anno “L’italiano sul palcoscenico”. La compagnia teatrale “La Piccola Brigata”, istituita a L’Aquila nel marzo del 1950 e protagonista di oltre un centinaio di testi teatrali di autori italiani messi in scena in Italia e all’estero, presenterà a Montréal un’opera teatrale scritta da Franco Narducci e con la partecipazione di Claudio Palmisano. L’evento sarà anche l’occasione per raccogliere fondi e promuovere così le attività culturali della stessa compagnia de “La Piccola Brigata”, da un decennio priva di teatro, andato distrutto con il terremoto del 2009. E allora, ancor di più ha senso ciò che lo scrittore greco Diogene Laerzio (III d.C.) attribuiva ad Aristotele nelle “Vite dei filosofi”: “la cultura è un ornamento nella buona sorte, un rifugio nell’avversa” (V 19). (francesco d'arelli*\aise)
* direttore Istituto Italiano di Cultura di Montreal



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