DIO NON È UN GIUDICE SEVERO MA UN SALVATORE MISERICORDIOSO

DIO NON È UN GIUDICE SEVERO MA UN SALVATORE MISERICORDIOSO

foto Osservatore Romano

 ROMA\ aise\ - “Dio a Pasqua azzera le distanze, mostrandosi nell’umiltà di un amore che domanda il nostro amore”. Così Papa Francesco che, nell’udienza generale di questa mattina, ha dedicato la sua meditazione al tema “Pasqua: la preghiera al Padre nella prova”, richiamando in particolare su alcune parole con cui Gesù, durante la Passione, ha pregato il Padre. Tra i presenti a piazza San Pietro anche Greta Thunberg, la giovane attivista svedese a Roma per la manifestazione ambientalista in programma venerdì.
“La prima invocazione – ha ricordato Francesco – avviene dopo l’Ultima Cena, quando il Signore, “alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo – e poi – glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse””. Gesù domanda la gloria, una richiesta che sembra paradossale mentre la Passione è alle porte. Di quale gloria si tratta? La gloria nella Bibbia, indica il rivelarsi di Dio, è il segno distintivo della sua presenza salvatrice fra gli uomini. Ora, Gesù è Colui che manifesta in modo definitivo la presenza e la salvezza di Dio. E lo fa nella Pasqua: innalzato sulla croce, è glorificato. Lì Dio finalmente rivela la sua gloria: toglie l’ultimo velo e ci stupisce come mai prima. Scopriamo infatti che la gloria di Dio è tutta amore: amore puro, folle e impensabile, al di là di ogni limite e misura”.
“Fratelli e sorelle, - ha quindi esortato il Santo Padre – facciamo nostra la preghiera di Gesù: chiediamo al Padre di togliere i veli ai nostri occhi perché in questi giorni, guardando al Crocifisso, possiamo accogliere che Dio è amore. Quante volte lo immaginiamo padrone e non Padre, quante volte lo pensiamo giudice severo piuttosto che Salvatore misericordioso! Ma Dio – ha sottolineato Bergoglio – a Pasqua azzera le distanze, mostrandosi nell’umiltà di un amore che domanda il nostro amore. Noi, dunque, gli diamo gloria quando viviamo tutto quel che facciamo con amore, quando facciamo ogni cosa di cuore, come per Lui. La vera gloria – ha rimarcato – è la gloria dell’amore, perché è l’unica che dà la vita al mondo. Certo, questa gloria è il contrario della gloria mondana, che arriva quando si è ammirati, si è lodati, si è acclamati: quando io sto al centro dell’attenzione. La gloria di Dio, invece, è paradossale: niente applausi, niente audience. Al centro non c’è l’io, ma l’altro: a Pasqua vediamo infatti che il Padre glorifica il Figlio mentre il Figlio glorifica il Padre. Nessuno glorifica sé stesso. Possiamo chiederci oggi, noi: “Qual è la gloria per cui vivo? La mia o quella di Dio? Desidero solo ricevere dagli altri o anche donare agli altri?””.
E ancora: “dopo l’Ultima Cena Gesù entra nel giardino del Getsemani; anche qui – ha ricordato Papa Francesco – prega il Padre. Mentre i discepoli non riescono a stare svegli e Giuda sta arrivando coi soldati, Gesù comincia a sentire “paura e angoscia”. Prova tutta l’angoscia per ciò che lo attende: tradimento, disprezzo, sofferenza, fallimento. È “triste” e lì, nell’abisso, in quella desolazione, rivolge al Padre la parola più tenera e dolce: “Abbà”, cioè papà. Nella prova – ha spiegato il Papa – Gesù ci insegna ad abbracciare il Padre, perché nella preghiera a Lui c’è la forza di andare avanti nel dolore. Nella fatica la preghiera è sollievo, affidamento, conforto. Nell’abbandono di tutti, nella desolazione interiore Gesù non è solo, sta col Padre. Noi, invece, nei nostri Getsemani spesso scegliamo di rimanere soli anziché dire “Padre” e affidarci a Lui, come Gesù, affidarci alla sua volontà, che è il nostro vero bene. Ma quando nella prova restiamo chiusi in noi stessi ci scaviamo un tunnel dentro, un doloroso percorso introverso che ha un’unica direzione: sempre più a fondo in noi stessi”.
“Il problema più grande – ha osservato – non è il dolore, ma come lo si affronta. La solitudine non offre vie di uscita; la preghiera sì, perché è relazione, è affidamento. Gesù tutto affida e tutto si affida al Padre, portandogli quello che sente, appoggiandosi a Lui nella lotta. Quando entriamo nei nostri Getsemani – ognuno di noi ha i propri Getsemani o li ha avuti o li avrà – ricordiamo questo: quando entriamo, quando entreremo nel nostro Getsemani, ricordiamoci di pregare così: “Padre””.
“Infine, - ha proseguito il Papa – Gesù rivolge al Padre una terza preghiera per noi: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Gesù prega per chi è stato malvagio con Lui, per i suoi uccisori. Il Vangelo specifica che questa preghiera avviene nel momento della crocifissione. Era probabilmente il momento del dolore più acuto, quando a Gesù venivano conficcati i chiodi nei polsi e nei piedi. Qui, al vertice del dolore, giunge al culmine l’amore: arriva il perdono, cioè – ha sottolineato – il dono all’ennesima potenza, che spezza il circolo del male. Cari fratelli e sorelle, pregando in questi giorni il “Padre nostro”, possiamo chiedere una di queste grazie: di vivere le nostre giornate per la gloria di Dio, cioè vivere con amore; di saperci affidare al Padre nelle prove e dire “papà” al Padre e di trovare nell’incontro col Padre il perdono e il coraggio di perdonare. Ambedue le cose vanno insieme”, ha concluso. “Il Padre ci perdona, ma ci dà il coraggio di poter perdonare”. (aise)

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