EMOTIVITÀ E CONCRETEZZA: IL TURISMO DELLE RADICI IN CALABRIA

Emotività e concretezza: il turismo delle radici in Calabria

ROMA\ aise\ - I protagonisti dei viaggi delle radici non sono semplici turisti. Cercano esperienze, emozioni, hanno interesse a viaggiare in Italia e addentrarsi nei piccoli borghi per vedere, conoscere i luoghi dei loro discendenti, le loro origini. Parte da questo assunto la ricerca che l’Università della Calabria - con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale - Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie – sta portando avanti da anni e che continua ad evolversi, passo dopo passo, adesso con una nuova sezione dedicata specificatamente all’Argentina.
E di questo si è parlato questo pomeriggio durante la presentazione che il sito “Lavorare in Calabria”, assieme all’Università della Calabria, rappresentata dalle due curatrici, le dottoresse Tiziana Nicotera e Sonia Ferrari, ha voluto fare con il webinar “Il ruolo dei territori per lo sviluppo del turismo delle radici”.
Di senso, infatti, in questa ricerca ce ne è più di uno: c’è quello morale, ossia aiutare gli italiani e i discenti italiani all’estero nella ricerca delle loro origini; ma c’è anche, ovviamente, quello economico, perché questo genere di turismo ha forti ritorni per i territori, soprattutto per quei piccoli borghi che spesso sono snobbati dai turisti canonici; e poi c’è quello del legame, che si riferisce soprattutto alla capacità, attraverso questa ricerca, di “fare rete” tra i diversi territori e tra tutti gli interessati da questo fenomeno, perché difficilmente si potrebbe condurre un’analisi seria senza avere un partenariato solido con associazioni che si muovono sul territorio, compresi partner internazionali, come i vari piccoli comuni, con i loro Sindaci, le associazioni italiane in Argentina (e non solo), o come le Università di Mar del Plata, di Torino e di Bari.
A condurre il webinar, dove sono intervenuti molti sindaci della Regione Calabria e anche esponenti politici come Vincenzo Carrozzino, uno dei fondatori dell’USEI - Unione Sudamericana Emigrati Italiani, ed esponenti dell’Unione delle Pro Loco - Unpli, rappresentati da Filippo Capellupo e Antonelli Grosso La Valle, sono state proprio le dottoresse Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera, che hanno toccato l’argomento centrale da molti punti di vista. In primo luogo hanno spiegato come questa ricerca, che ormai va avanti da anni, prima fosse un argomento molto poco battuto, sul quale raramente si faceva un’analisi completa, mentre “ora c’è più interesse”, compreso quello del Ministero degli Affari Esteri, ha sottolineato la professoressa Ferrari.
Ma ci sono da colmare diversi gap, secondo la Professoressa Ferrari. Un gap da colmare sia rispetto ad altri paesi a forte emigrazione, e di conseguenza interessati anch’essi al turismo di ritorno, come Irlanda e Scozia, che “sono molto più avanti di noi”, sia dal punto di vista formativo, per chi deve accogliere questi turisti, che infine un gap dal punto di vista di ricerca, che è fondamentale per capire questo fenomeno che racchiude un turismo diverso dal canonico. Infatti, da quanto rivelato dalla professoressa, questo tipo di turisti “non si considerano turisti a tutti gli effetti, perché non vanno a Venezia, Roma, Napoli o Palermo, ma vanno a visitare i piccoli borghi. Sono turisti che vogliono interagire col territorio, e che hanno un forte attaccamento con questo. E di conseguenza, poi, possono diventare dei veri e propri testimonial che sono felici di riconnettersi con le proprie origini”. E per questo chi li accoglie deve essere formato e preparato per questo genere di turismo.
L’altra curatrice della ricerca, Tiziana Nicotera, ha cercato di spiegare la finalità ultima di questa analisi: “concentrarsi su quella che è la motivazione principale che spinge queste persone a viaggiare”. E per farlo “noi dobbiamo imparare a stimolare questo desiderio, aiutarli a fare capire cosa fare una volta arrivati, e poi avere la capacità di promuovere l’Italia nei paesi dove risiedono”. La dottoressa, infatti, parte da una domanda: “quali sono i vantaggi per i territori?”. Sono molti, da molti punti di vista, non ultimo quello economico. Ma per farlo c’è bisogno di “sviluppare un senso di appartenenza”. Questo tipo turismo, inoltre, crea una “minore competizione fra territori, perché ogni territorio ha i suoi emigrati” e dunque non cerca di sottrarli agli altri. E poi, essendo attirati dai piccoli borghi, oltre a rivitalizzarli, può essere un modo più sostenibile di visitare e viaggiare, anche perché “sono maggiormente portati a soggiorni che durano molto più tempo, a comprare case. E qui c’è un ritorno grande anche perché sono investitori e ambasciatori informali dell’Italia”.
“La nostra ricerca - ha aggiunto Nicotera - ha carattere internazionale, ma siamo partiti dalla Calabria, che conosciamo bene e che ha, e ha avuto, un forte ruolo emigratorio”. Proprio per questa ragione, questa ricerca si propone come “modello di riferimento” per far sì che questo possa essere replicato in altre regioni, Puglia, Molise, Basilicata, con i quali già ci sono i primi contatti.
Ma anche la professoressa Nicotera ha parlato delle molte “informazioni da colmare”, specialmente riguardo la comunicazione online, che è “molto carente”, poiché la ricerca degli italo-discendenti parte sempre da una ricerca pre-viaggio su internet, “ma non si trovano informazioni”. “Il turismo dei piccoli borghi si dovrà organizzare per accogliere questo tipo di turismo”.
Ha concluso, infine, il webinar il Consigliere Giovanni Maria De Vita, Capo ufficio I della Direzione Generale per Italiani all’Estero della Farnesina, che ha spiegato come sia ormai da circa “un anno e mezzo che il Maeci si sta interessando al Turismo di Ritorno”. Non a caso ha fatto i suoi vivi complimenti per la ricerca, che ha definito “importante”, principalmente perché può servire per dare “strumenti concreti a un fenomeno che può avere valenze importanti per la ripresa del turismo (gravemente colpito dalla crisi), ma soprattutto perché si rivolge a un pubblico che non è interessato al cosiddetto mainstream del turismo”. “Ho raccolto storie bellissime su italiani all’estero di terza o quarta generazione che - ha raccontato - arrivavano in Italia e incontrando per caso i loro lontani parenti sviluppano storie incredibili”. Ma non è solo il lato emotivo a rendere importante il turismo delle origini e questa ricerca che se ne occupa. C’è anche “concretezza: è necessario, infatti, guardare al turista delle radici con professionalità e capacità, offrire servizi adeguati. Questa è la finalità che ci ha spinto, come Maeci, a riunire per la prima volta tutti gli enti e i centri di ricerca interessati a questa forma di turismo. Nel 2018 al Forum eravamo 24, ora, nel 2020, l’interesse è cresciuto ed eravamo in 60. E il Maeci in questo caso può fungere come cassa di risonanza per iniziative attivate sul territorio e destinate agli italiani all’estero. Che sono un bacino enorme, un bacino che gli altri paesi non hanno: 80 milioni tra italo-discendenti e italiani di passaporto”. E per far sì che “questo tipo di legame possa avvenire in maniera efficace bisogna seguire alcuni modelli e impegnarsi nei tavoli tecnici, che possono essere utilizzati per affinare le proprie competenze”.
“Il turista delle radici viene in Italia a ricostruire una storia emotiva - ha detto in conclusione -, ed è dunque necessario fornire gli strumenti giusti a loro e a chi li accoglie. L’emigrazione è un tratto culturale presente in tutta la Calabria ed è una grossa opportunità per i nostri paesi, anche se resta fondamentale il coordinamento per sfruttare il potenziale del Turismo delle Origini. Come è molto importante definire un’offerta, fare formazione sul territorio (importante il master che partirà a breve di Uni Calabria), la ricerca (come questa e quella di AsSud a livello nazionale), e continuare a sostenere “La Guida al Turismo delle Radici”, realizzata da Raiz Italiana, di cui sta per uscire il secondo numero con altre 4 regioni, tra cui anche la Calabria”. (lu.ma.\aise) 

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