PLENARIA CGIE: VERSO IL VOTO TELEMATICO?

PLENARIA CGIE: VERSO IL VOTO TELEMATICO?

ROMA\ aise\ - “Analisi e messa in sicurezza dell’esercizio del diritto di voto degli italiani all’estero”: questo il tema della seconda sessione mattutina per la plenaria del Cgie, riunita alla Farnesina. A molto però quel “messa in sicurezza” proprio non piace perché nulla c’è da mettere in sicurezza: piuttosto c’è da migliorare. In che modo? Usando la nuova tecnologia e virando verso il voto telematico, almeno secondo quanto contenuto nel documento approvato dalla Commissione Diritti Civili, Politici e Partecipazione. Anche qui però nel corso del dibattito è emersa qualche perplessità. Ma andiamo con ordine.
Ad aprire la sessione il segretario generale Michele Schiavone, il quale ha spiegato che la discussione è stata sollecitata al Cgie dal sottosegretario Merlo, sebbene da tempo il Cgie se ne occupi, consapevole “necessità di modifiche profonde” alla legge che lo regolamenta. Sono passati 16 anni dall’approvazione della legge Tremaglia e si è votato per quattro legislature: “tocca a noi dare indicazioni su cui il parlamento dovrà esprimersi”, ha detto Schiavone. “Qui ci giochiamo gran parte della credibilità del Cgie”.
Che il voto all’estero vada migliorato, ma non eliminato lo ha detto anche Marco Galdi, professore associato di diritto pubblico all’università di Salerno, invitato in plenaria per portare il suo contributo accademico.
Poi è stata la volta del direttore centrale della DIGIT per i servizi degli italiani all’estero, Roberto Martini, che ha ricordato le misure di messa in sicurezza del voto attuate in occasione delle ultime votazioni con “effetti positivi”.
Quindi Paolo Da Costa ha illustrato il contenuto stilato del documento della terza Commissione, partendo da un assunto: “il diritto di voto all’estero è sancito dalla Costituzione” e dunque “le rappresentanze parlamentari e il voto per corrispondenza, con le dovute misure che ne garantiscano un maggior grado di sicurezza, non devono essere messe in discussione” né tanto meno usati ai fini dello “scontro politico”.
Poi il documento arriva al nocciolo e, “in considerazione dell’evoluzione tecnologica”, sancisce che “il voto telematico è da ritenersi l’unico che permetterà di mettere in sicurezza il meccanismo elettorale con cui votano gli italiani nel mondo”.
Da Costa lo ha ribadito: “il futuro sarà il voto telematico”, ma, ha aggiunto, ci sarà una “fase transitoria”, durante la quale si dovrà costituire “una commissione tecnica che determini quale sia il sistema informatico che offra maggiori garanzie di sicurezza e allo stesso tempo faciliti l’operazione di voto, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle esperienze messe in campo da altri Stati”.
Nel frattempo il documento propone alcune misure per rendere più sicuro il voto per corrispondenza: inversione dell’opzione, con l’istituzione di un elenco dei cittadini iscritti all’Aire che manifestano la volontà di esercitare il diritto di voto; trasparenza nella stampa e nell’invio dei plichi, ad esempio tramite lettera raccomandata; tracciabilità e corretta identificazione dell’elettore, mantenendo le misure già in atto come il codice a barre; espletazione di voto, come già avviene; scrutinio dei voti, sinora centralizzati a Castelnuovo di Porto e da dividersi invece in quattro distinte sedi, una per ogni ripartizione, nelle Corti d’appello di Roma, Milano, Firenze e Napoli; campagna informativa, che sia capillare per dare le giuste e dovute informazioni all’elettore.
Nel documento si auspica infine che il già esiguo numero dei parlamentari eletti all’estero non sia ridotto da alcun intervento legislativo e che si ristabilisca la norma che consente solo a chi è residente all’estero di candidarsi all’estero.
Infine Da Costa ha invitato i colleghi consiglieri e i parlametari – oggi presenti numerosi in plenaria – a “non aprire lo scontro”, ma a trovare insieme le “modalità che assorbano le criticità” per “non prestare il fianco a coloro che ci guardano con disturbo”.
Il dibattito è stato acceso ed è partito dal parlamento, con l’intervento del senatore Pessina (FI), il quale ha proposto cinque suggerimenti: che la stampa delle schede sia fatta in Italia e in un unico centro di natura pubblico; che si punti al perfezionamento del controllo tramite il codice a barre; che lo scrutinio delle schede, il “punto più critico, che ha registrato il maggior numero di brogli”, sia diviso in 4 sedi diverse; che il voto telematico sia introdotto in via sperimentale e in parallelo al metodo tradizionale in una o due ripartizioni della circoscrizione; ed infine che sia adottata l’inversione dell’opzione, come “elemento di tranquillità e sicurezza”, da indicare anche al momento dell’iscrizione all’Aire.
Il primo a dissociarsi dal concetto di “messa in sicurezza” definendolo “esercizio penitenziale” è stato il consigliere Lombardi (Pd), che ha invitato a parlare semplicemente di “modifica migliorativa di una legge, la 459, che ha consentito di trasformare dei cittadini virtuali in cittadini reali. La prima cosa da riaffermare è che c’è stato un passaggio storico che rivendichiamo e riaffermiamo: il diritto di voto”, che ha sancito “la partecipazione democratica alla vita del Paese”. La legge 165/2017, il Rosatellum, ha inoltre “intaccato” la rappresentanza introducendo una modifica all’art.8 comma 3 della legge 459 che ha limitato l’elettorato passivo ai soli cittadini residenti all’estero e rendendo invece candidabili all’estero i residenti in Italia. “Dobbiamo chiederne l’abolizione”, ha detto Lombardi, per il quale bisognerebbe anche modificare la 459 “in direzione del rispetto della parità di genere”. Lombardi ha infine suggerito l’adozione di pratiche – vedi il blockchain – come quelle contenute nella nuova proposta di legge del PD, illustrata oggi alla plenaria dalla senatrice Garavini.
D’accordo con Lombardi anche Gazzola (Argentina): il concetto di “messa in sicurezza a qualche disattento potrebbe far capire che abbiamo dubbi sul voto all’estero”, ma il punto centrale è un altro: “le rappresentanze non devono essere messe in discussione”. Gazzola è d’accordo anche con l’ipotesi dell’inversione dell’opzione. Non si può infatti delegare il problema della sicurezza del voto a chi ha ricevuto i plichi ma non vuole votare e non sa che fare delle schede che gli sono state recapitate: “il registro degli elettori serve a questo. Deve votare chi manifesta la volontà di votare”. Non è invece convinto, Gazzola, che il voto telematico sia il futuro, perché “chissà cosa il futuro ci riserva”.
Anche Mangione (Stati Uniti), pur lodando “l’ottimo lavoro” della Commissione, si è detta in disaccordo su un paio di questioni, legate alla sua realtà territoriale. Non bisogna chiudersi al nuovo che avanza, certo, ma le elezioni di Midterm appena concluse negli USA, dove si sta ricontando la stampa dei voti perché si teme che i seggi elettronici non abbiano dato risultati certi, dimostra che la tecnologia non sempre è la scelta migliore. È giunto “cominciare ad esplorare, ma facciamolo con calma”, l’invito di Mangione, “passo passo”, e, prima di applicare il voto telematico alle politiche e ai referendum, sarebbe bene sperimentarlo durante le elezioni dei Comites. Quanto all’inversione dell’opzione, Mangione è stata lapidaria: “è anticostituzionale”.
Per la senatrice PD Laura Garavini il documento licenziato dalla Commissione del Cgie riporta “concetti condivisi”: dall’importanza della circoscrizione estera al mantenimento del numero dei suoi parlamentari, dall’invio dei plichi tramite raccomandata con ricevuto di ritorno alle quattro sedi per lo spoglio. Di fatto si registra la necessità condivisa di una riforma del voto, perché “tutti noi siamo stati infangati” e sappiamo che oggi non è il “momento dello scontro”, ma quello di “operare in modo il più sinergico e aperto possibile perché qui si tratta di definire una legge che varrà per tutti”. Lunedì scorso, mentre i consiglieri del Cgie iniziavano i lavori preparatori dell’assemblea alla Farnesina, il Partito democratico ha presentato a Montecitorio la sua proposta di riforma non con “arroganza”, ma per mantenere il dialogo aperto (VEDI AISE). E al Cgie Garavini ha chiesto di ritornare sui propri passi e “ripensare alla inversione di opzione”, perché l’esperienza fatta con i Comites, “indipendentemente dal partito di appartenenza, è stata terribile”. Una scarsa adesione al registro degli elettori, inoltre, ha riflettuto Garavini, rischierebbe di “delegittimare la rappresentanza italiana all’estero: dopo non si parlerebbe più di brogli, ma di fine del voto all’estero”. Per la senatrice PD basterebbe l’applicazione di tecnologie come il Blockchain e il QR Code per ottenere buoni risultati in termini di sicurezza del voto, mantenendo quello per corrispondenza.
Blasioli (Brasile) si è detta “sorpresa” dalla presenza dell’inversione di opzione nel documento del Commissione Cgie, mentre ha definito “da valutare” la proposta del blockchain che consentirebbe di “seguire il voto in tutto il suo percorso”, mentre ora con il codice a barre la tracciabilità si ferma alla consegna dei plichi all’elettore. Serve infine una “amplissima campagna informativa, pena il rischio di una partecipazione ridotta che non è certo espressione del nostro impegno e degli stessi cittadini che vogliono partecipare”.
Per Rucci (Argentina) “il processo di voto deve essere chiaro e trasparente, qualunque modalità si sceglierà di usare”.
E così si è chiuso il dibattito, ma solo per il momento. Il Cgie vuole continuare a parlarne e lo farà in una delle prossime sessioni, di dovesse “far notte”. Parola di Michele Schiavone. (r.aronica\aise)


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