Dalla carta alla rete: i giornali italiani all’estero

ROMA\ aise\ - Diversi nella sostanza e nei costi, forse nei lettori, sicuramente nel mezzo. La stampa italiana all’estero tra carta e web è stata protagonista dell’ultima parte del lungo convegno dedicato all’informazione promosso oggi pomeriggio dalla senatrice Laura Garavini (Iv).
Ad accomunare gli interventi degli editori e direttori l’entusiasmo di un lavoro che va oltre l’informazione, consci delle difficoltà – e dei costi - , ma anche consapevoli di essere un “punto di riferimento” per le collettività, oltre che “parte del Sistema Italia”.
Dal Lussemburgo si è collegata Maria Grazia Galati, che 18 anni fa insieme a Paola Cairo ha fondato “Passaparola”, una rivista che “rispondeva all’esigenza della collettività italiana”, cioè 35mila persone sulle 650mila residenti in totale in Lussemburgo, nata “per parlare con e agli italiani e italofili”.
Nel loro bagaglio “passione e pochi mezzi”, e tanto “entusiasmo”, che ha fatto crescere la rivista sia nel numero delle pagine – con una quota ora anche in francese – che nell’area di diffusione. “Siamo un ponte” tra paese di origine e quello di residenza, dice Galati, spiegando poi l’evoluzione della rivista che “racconta agli italiani il Lussemburgo e l’Italia agli stranieri” e che ora propone “Voices by Passaparola” su Radio Ara e che è coinvolta dal Comites in vari progetti di informazione e orientamento dei nuovi arrivati. “Il giornale è stato l’inizio, c’è molto altro intorno”, conferma, citando i libri pubblicati o la realizzazione di un film, ora in corso. Il giornale copre le spese di produzione “grazie ai fondi del Maeci, alla pubblicità e agli abbonamenti”, ma chi lo fa svolge “lavoro volontario”.
La dimensione cartacea “sebbene con fatica e con costi” sempre maggiori per Galati rappresenta anche “l’identità di una rivista” di fronte alla “bulimia del web” e alla “confusione digitale”.
Alla guida de “L’eco” della Svizzera dal marzo 2020, cioè in piena pandemia, anche Maria Bernasconi parla dell’“entusiasmo” con cui ha deciso di dirigere la testata al suo 56° anno di pubblicazione.
“Editare un settimanale all’estero è un’impresa molto costosa, la carta oggi è molto cara”, ricorda Bernasconi, secondo cui, al contrario del web, un giornale di carta “è un’opera collettiva, che coinvolge professionalità e sensibilità diverse”. Uno strumento che quando muore porta con sé un pezzo di Sistema Italia.
Se è vero che online il 94% dei lettori legge solo i titoli degli articoli, allora la carta stampata può rivendicare il suo essere “strumento di formazione di pensiero critico”. I giornali italiani all’estero “hanno un ruolo fondamentale nella comunità, veicolano informazioni, aggiornano i connazionali sul Paese ospitante, ma anche sull’Italia, in momenti importanti come il recente referendum”. E ancora: “sono fonte di orientamento”, che danno “informazioni affidabili”. Non è vero, aggiunge, “che il giornale serve a dare informazioni solo agli anziani” che non sanno collegarsi in rete; è anche “indispensabile per la promozione della lingua e della cultura, della storia e delle tradizioni alle seconde e terze generazioni oltre che agli amanti dell’italianità”.
Un giornale è “un punto di riferimento e di contatto con l’Italia”, e quindi svolge “una funzione anche sociale”. Per tutte queste ragioni “è imprescindibile il sostegno diretto dei media” che sia rivolto al “giornalismo di qualità”. “La nostra – conclude – non è una stampa di serie b”.
La grande storia de “L’arena di Pola” inscindibile da quella travagliata delle terre al confine e degli esuli istriani è stata brevemente ripercorsa da Viviana Facchinetti, direttrice da 5 anni della testata al suo 77° anno di pubblicazione. Nato come “organo di stampa libero”, finanziato dalla collettività, “voce del patriottismo polesano”, ancora oggi il mensile mantiene “un legame spirituale con la nostra gente sparsa esule in Italia e nel mondo”. Sono stati “77 anni vissuti tra aspettative, risposte e delusioni”, al fianco del popolo esule che ora, grazie al mensile e ai “video doc” pubblicati sul sito riesce “a ritrovarsi”.
Lunga la storia anche di “Trentini nel mondo”, mensile dell’omonima associazione diretto da Maurizio Tomasi. Nato nel 1958, poco dopo l’associazione, oggi la rivista – giunta al suo 728° numero – viene distribuita in 26 Paesi.
“Si parla sempre poco dell’informazione per gli italiani all’estero”, stigmatizza Tomasi, auspicando che “oltre agli addetti ai lavori le nostre annotazioni siano sentite da chi può supportarle”.
“Non è una editoria di secondo piano, ha detto il sottosegretario Moles, e sono parole da scolpire nella roccia, perchè è vero”, aggiunge. Si tratta di una stampa che “si rivolge ad una realtà che rappresenta un patrimonio enorme per un paese come il nostro”.
“Qualche anno fa, nel 2018, - ricorda – c’era chi voleva fare tabula rasa dei contributi per la stampa italiana all’estero. Un vero e proprio delitto che non è andato in porto, ma bisogna stare attenti e ribadire la sua importanza perchè c’è molta disattenzione”. Bisogna valorizzare “professionalità e responsabilità dei giornalisti”, conclude, e dare “attenzione e sostegno agli organi che rispettano questi criteri”.
Da Londra si è collegato Francesco Ragni, fondatore e direttore di LondraItalia.com, quotidiano esclusivamente online nato nel 2014. Una testata che “si rivolge ad una comunità sempre più numerosa”, diventata “il punto di aggregazione che mancava”, che viene scritto “in italiano per valorizzare storia, cultura e la nostra lingua”.
Anche per Ragni i media italiani all’estero hanno un “ruolo fondamentale", ma il punto è “la sostenibilità economica di una attività editoriale”.
L’editoria “per due secoli è stata un’attività molto profittevole”, anche perché “aveva il monopolio dell’informazione”, ma “oggi non è così ed è inutile pensare che la carta stia attraversando momento difficile, la carta sta sparendo”.
Ragni si dice “fautore del libero mercato, cioè di uno Stato che interviene il meno possibile, ma in questo caso è necessario che lo Stato faccia del suo meglio per supportare l’editoria”. La “professionalità per noi valore è essenziale”: se è vero che “chiunque può scrivere, chiunque può prendere ragazzi sottopagati e fare un sito online” allora “è fondamentale saper “riconoscere chi fa un lavoro professionale e sostenerlo”.
Non lo fa la legge attuale, che è “inadeguata”. LondraItalia, spiega, “non ha mai preso contributi”, perché la legge sull’editoria “è palesemente scritta per la carta stampata, con un addendum per l’online scritto da chi non ha capito” come si fa un giornale digitale.
In particolare, Ragni contesta i requisiti delle “copie vendute” e della provenienza dei clic: “per l’online si è imposto modello di business con contenuti gratuiti. Solo le grandi testate, che possono permetterselo, stanno provando a far pagare gli articoli. Vincolare i contributi alla percentuale di copie per me è impossibile: introdurre un paywall mi farebbe perdere lettori”.
L’altro parametro prevede che non più del 50% degli accessi al sito debba giungere dall’Italia: “la logica era giusta”, riconosce Ragni, ma nella realtà presenta diverse sfumature. “Se scrivo in italiano un articolo che parla di Londra e in Italia più di 1 italiano su 2 ha un parente o amico nel Regno Unito, è inevitabile che quell’articola possa avere un’eco molto forte, in Italia”. Anche per questo il suo giornale raggiunge “quasi il 50% degli accessi dall’Italia” ma questo “non può diventare penalizzante”. È un requisito “da modificare”.
Quanto al titolo del suo panel – “Il futuro è digitale?”, per Ragni “i presente è il digitale, il futuro è il metaverso”. Ci sono generazioni che non hanno mai comprato un quotidiano: i giovani tra i 18-24 anni dichiarano che come fonte primaria di informazione usano i social media, il 34% siti web o altro, e “ognuno usa i suoi”, in base all’età, da Tik Tok a Facebook, passando per Instagram e Twitter.
Quello che “dobbiamo chiederci è se come Italia stiamo sfruttando bene questi mezzi per mantenere i contatti tra expat e madrepatria”. Perché “per gli expat è inevitabile rivolgersi all’online per seguire entrambe le realtà: il digitale dà l’immediatezza della notizia”.
L’online “ha dei costi oggettivamente molto più bassi, un impatto ambientale più basso e permette di supportare la multimedialità”. Bisogna “prendere atto che il mondo è cambiato, incoraggiare uno spostamento maggiore verso digitale, cambiare la legge per supportare realtà come la mia, supportata solo dalla pubblicità, che è difficile da raccogliere e un’arma a doppio taglio”. Occorre anche “riflettere su un processo di aggregazione di questa miriade di piccole realtà sparse nel mondo, fatte da gente che ha passione e motivazione”. Per Ragni “metterle a sistema potrebbe avere un grosso potenziale, creando un soggetto più grande con un’economia di scala, che sappia muoversi in modo strutturale e profittevole”.
Radio, tv, agenzie, carta e web: organi di stampa “che hanno una ragione di esistere, un futuro”, secondo Garavini che evidenzia le “particolarità diverse” di “strumenti di informazione pregevoli” che possono contare e valorizzare “tre particolarità”: il fatto di usare l’italiano, la possibilità di veicolare cultura e infine “l’empatia” verso il lettore o l’utente che fa diventare le testate un “interlocutore amico”.
“Conosco le fatiche che affrontate”, conclude la senatrice, così come “la vostra capacità di cambiare pelle e anche per questo siete destinati ad avere un grande compito anche per il futuro”. (ma.cip.\aise)