Francesco: pregare non è una passeggiata

ROMA\ aise\ - “Sono contento di riprendere questo incontro faccia a faccia, perché vi dico una cosa: non è bello parlare davanti al niente, a una telecamera. Non è bello”. Così Papa Francesco ha salutato i fedeli che questa mattina, nel Cortile di San Damaso, hanno partecipato all’udienza generale del mercoledì che da oggi, dopo mesi, è tornata all’aperto e in presenza.
Nella sua meditazione, Bergoglio ha proseguito il ciclo di catechesi sulla preghiera soffermandosi sul “combattimento della preghiera”.
Pregare, insomma, non è facile, così come non è facile la vita: “la preghiera cristiana, come tutta la vita cristiana, non è una “passeggiata”. Nessuno dei grandi oranti che incontriamo nella Bibbia e nella storia della Chiesa ha avuto una preghiera “comoda”. Sì, si può pregare come i pappagalli – bla, bla, bla, bla, bla – ma questa non è preghiera”, ha osservato Francesco. La preghiera, ha aggiunto, “certamente dona una grande pace, ma attraverso un combattimento interiore, a volte duro, che può accompagnare periodi anche lunghi della vita”.
“Pregare non è una cosa facile e per questo noi scappiamo dalla preghiera”, ha ipotizzato il Papa. “Ogni volta che vogliamo farlo, subito ci vengono in mente tante altre attività, che in quel momento appaiono più importanti e più urgenti. Questo succede anche a me: vado a pregare un po’ ... E no, devo fare questo e l’altro … Noi fuggiamo dalla preghiera, non so perché, ma è così. Quasi sempre, dopo aver rimandato la preghiera, ci accorgiamo che quelle cose non erano affatto essenziali, e che magari abbiamo sprecato del tempo. Il Nemico ci inganna così”.
Che pregare non sia facile si evince anche dalle testimonianze di “tutti gli uomini e le donne di Dio” che “riferiscono non solamente la gioia della preghiera, ma anche il fastidio e la fatica che essa può procurare: in qualche momento è una dura lotta tenere fede ai tempi e ai modi della preghiera”.
Anche il Catechismo, ha ricordato il Papa, “elenca una lunga serie di nemici della preghiera, quelli che rendono difficile pregare, che mettono delle difficoltà. Qualcuno dubita che essa possa raggiungere veramente l’Onnipotente: ma perché Dio sta in silenzio? Se Dio è Onnipotente, potrebbe dire due parole e finire la storia. Davanti all’inafferrabilità del divino, altri sospettano che la preghiera sia una mera operazione psicologica; qualcosa che magari è utile, ma non vera né necessaria: e si potrebbe addirittura essere praticanti senza essere credenti. E così via, tante spiegazioni”.
“I nemici peggiori della preghiera sono però dentro di noi”, ha sottolineato Francesco. “Il Catechismo li chiama così: “Scoraggiamento dinanzi alle nostre aridità, tristezza di non dare tutto al Signore, poiché abbiamo “molti beni”, delusione per non essere esauditi secondo la nostra volontà, ferimento del nostro orgoglio che si ostina sulla nostra indegnità di peccatori, allergia alla gratuità della preghiera”. Si tratta chiaramente di un elenco sommario, che potrebbe essere allungato”.
Tutti i “maestri dell’anima” hanno vacillato e ciascuno ha trovato una soluzione. “Non si tratta di teorie elaborate a tavolino, no, quanto di consigli nati dall’esperienza, che mostrano l’importanza di resistere e di perseverare nella preghiera”. Il Papa ha quindi citato Sant’Ignazio di Loyola e i suoi esercizi spirituali, Sant’Antonio abate, e raccontato una vicenda che ha vissuto di persona quando era vescovo in Argentina.
La preghiera “fa dei miracoli, perché la preghiera va proprio al centro della tenerezza di Dio che ci ama come un padre. E quando non ci fa la grazia, ce ne farà un’altra che poi vedremo con il tempo”, ha sottolineato. “Ma sempre occorre il combattimento nella preghiera per chiedere la grazia. Sì, delle volte noi chiediamo una grazia di cui abbiamo bisogno, ma la chiediamo così, senza voglia, senza combattere, ma non si chiedono così le cose serie. La preghiera è un combattimento e il Signore sempre è con noi”.
“Se in un momento di cecità non riusciamo a scorgere la sua presenza, ci riusciremo in futuro. Capiterà anche a noi di ripetere la stessa frase che disse un giorno il patriarca Giacobbe: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Alla fine della nostra vita, volgendo all’indietro lo sguardo, anche noi potremo dire: “Pensavo di essere solo, ma no, non lo ero: Gesù era con me”. Tutti – ha concluso – potremo dire questo”. (aise)