“UNICO RAMMARICO, LA MANCATA RIFORMA DI DUBLINO”

“UNICO RAMMARICO, LA MANCATA RIFORMA DI DUBLINO”

di Alessandro Butticè

BRUXELLES\ aise\ - Dopo la maturità classica al liceo Torquato Tasso e la laurea in giurisprudenza all’Università “La Sapienza” a Roma, ed un periodo di servizio come Ufficiale dell’Aeronautica Militare italiana, negli anni Ottanta Antonio Tajani è stato giornalista professionista. Inviato speciale in Libano, Unione Sovietica e Somalia, dal 1987 al 1993, e poi direttore della sede romana de “Il Giornale” di Indro Montanelli. Tra i Fondatori di “Forza Italia”, e parlamentare europeo dal 1994 al 2008, sotto la presidenza Barroso, dal 2008 al 2014, è stato Vicepresidente della Commissione Europea. Prima con delega ai Trasporti, e dal 2010 con delega all’Industria e all’Imprenditoria.
Nel 2014, rieletto europarlamentare e Primo Vicepresidente del Parlamento Europeo, rinuncia all'indennità transitoria di fine mandato (circa 13 mila euro al mese per tre anni, pari a un totale di quasi 500 mila euro) che gli sarebbe spettata quale ex vicepresidente della Commissione Europea. Una decisione che ha dichiarato essere una "scelta di coscienza”.
Tra i numerosi riconoscimenti internazionali ricevuti (Gran Croce dell'Ordine di Bernardo O'Higgins cileno, Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Fedele Servizio rumeno, Ufficiale dell'Ordine della Legione d'Onore francese, Gran Croce dell'Ordine al Merito Civile spagnolo e Socio Onorario del Club Giornalisti bulgari contro la corruzione), anche quello di una via che porta il suo nome (Calle Antonio Tajani) a Gijon, nel principato delle Asturie, in Spagna. Un riconoscimento dell’opera svolta durante il mandato di Vicepresidente della Commissione Europea. In particolare per la mediazione nel negoziato, nel settembre 2013, con l'impresa nordamericana Tenneco (presente anche in Italia) determinata a cessare l'attività del suo stabilimento nelle Asturie e a licenziare i 210 dipendenti. Dopo mesi di intensa trattativa con l'azienda e le parti sociali, Tajani riuscì, nell'aprile 2014, a ottenere la riapertura degli impianti, salvaguardando l'occupazione di due terzi del personale. Mentre un terzo fu posto in mobilità e prepensionamento. L'intitolazione della strada - chiesta dai lavoratori di Tenneco, di concerto con la federazione delle imprese Asturiane - è stata approvata all'unanimità dalla Giunta di Gijon.
Dopo essere stato il candidato in quota PPE alla presidenza dell’europarlamento, dal gennaio del 2017 è il primo Presidente italiano del Parlamento Europeo eletto dai suoi stessi membri. Con 351 voti ricevuti dall’Assemblea di Strasburgo, contro i 282 ottenuti dal candidato PSE Gianni Pittella, nel ballottaggio finale tra i due.
Abbiamo voluto intervistarlo, prima delle elezioni europee del 26 maggio, nella sua veste di Presidente uscente del Parlamento Europeo, e non in quella di candidato alle elezioni europee in Italia - capolista per Forza Italia nella Circoscrizioni 3, Italia Centrale (Lazio, Toscana, Umbria, Marche) - e potenziale candidato del PPE a succedere a sé stesso.
D. Presidente Tajani, qual è il risultato della sua presidenza del Parlamento europeo di cui va più fiero?
R. Sono soddisfatto del lavoro realizzato durante il mio mandato. Difficile scegliere un risultato tra i tanti ottenuti in questi due anni e mezzo d’intensa attività. Se proprio dovessi citarne uno per tutti, allora non ho dubbi: lo sblocco dei fondi europei di solidarietà per le popolazioni del centro Italia colpite dai terremoti del 2016 e 2017. Il giorno della mia elezione alla presidenza, avvenuta il 17 gennaio 2017, avevo rivolto a loro il mio primo pensiero come nuovo Presidente, impegnandomi a fare tutto il possibile per assicurare un contributo concreto dell’Europa a favore della ricostruzione. Grazie ad un lavoro attento e costante, è stato possibile stanziare la cifra record di 1,2 miliardi di euro, cui va aggiunta una cifra analoga proveniente dai fondi strutturali che potranno essere utilizzati senza il cofinanziamento del 50%, ridotto alla soglia simbolica del 5%. Parliamo, quindi, di denaro liquido. In totale, l’Unione europea è intervenuta con oltre 2 miliardi di euro per gli aiuti alle popolazioni terremotate. Ecco, questa è l’Europa del fare di cui sono orgoglioso.
D. Cosa avrebbe invece voluto realizzare e non le è stato possibile fare?
R. Avrei voluto assistere, entro la conclusione della mia presidenza, alla riforma dell’accordo di Dublino per la redistribuzione dei chiedenti asilo. In realtà, non si tratta di un mancato successo del Parlamento. Al contrario, la plenaria di Strasburgo aveva approvato a larga maggioranza tale proposta già nell’ottobre 2017. Quel documento, in seguito, è divenuto il simbolo dell’immobilismo degli Stati membri: invece di utilizzarlo e realizzarlo, lo hanno lasciato marcire sui tavoli del Consiglio. Oltre alla mancata soluzione di un problema urgente e concreto, l’inconcludenza dei governi nazionali ha avuto l’ulteriore conseguenza di alimentare populismi, sovranismi e sentimenti euroscettici. In politica l’immobilismo non è mai privo di conseguenze. Questo vale anche, e soprattutto, in ambito europeo.
D. Spesso lei ha sottolineato la necessità di rafforzare la funzione legislativa del Parlamento europeo. Ma concretamente come pensa possa farsi ciò alla luce delle difficoltà di modificare i Trattati?
R. La prima riforma che serve all’Europa è il ritorno alla politica. Per troppo tempo, l’Unione europea è stata sinonimo di burocrazia. La politica deve tornare a prevalere sui tecnicismi, sulla finanza e sulle derive burocratiche. Per questo serve una riforma che, personalmente, ritengo di importanza cruciale: riconoscere un pieno potere di iniziativa legislativa al Parlamento europeo, oggi detenuto dalla Commissione. Allo stesso modo, è fondamentale avere un bilancio in grado di sostenere investimenti e progetti più vicini ai cittadini e alle imprese, nel quadro delle vaste competenze dell’Unione.
D. Crede si potrà riuscire un giorno ad avere una sola sede del Parlamento europeo? E quali ostacoli bisognerà superare?
R. Non è una scelta del Parlamento europeo di avere più sedi. Si tratta di una decisione presa dagli Stati membri e sancita, di conseguenza, nei trattati. Questa regola può essere modificata soltanto con un voto all’unanimità degli Stati membri in Consiglio. Quindi, se ad esempio la Francia si oppone alla soppressione della sede a Strasburgo, non si potrà cambiare la situazione attuale. Al Parlamento europeo abbiamo tenuto, anche di recente, un dibattito in plenaria sulla questione della sede unica, la quale è sostenuta da un’ampia maggioranza. Tuttavia, la stessa Corte europea di Giustizia si è espressa a favore delle due sedi, come previsto dai trattati. Detto questo, non dobbiamo mischiare il tema della sede unica con la vicenda delle città candidate ad ospitare le sedi delle agenzie europee destinate a lasciare Londra, per effetto della Brexit. Un metodo ridicolo di mercanteggiare, al quale mi oppongo con forza, in quanto le agenzie europee devono essere attribuite sulla base di criteri ben precisi, fissati dall’Ue, su infrastrutture, servizi, capacità di accoglienza e così via.
D. Quale ruolo pensa giocherà il nuovo Parlamento europeo nella nomina del futuro Presidente della Commissione europea?
R. Un ruolo centrale e decisivo. A cominciare dalla decisione di organizzare e tenere nell’emiciclo del Parlamento il dibattito trasmesso in eurovisione degli Spitzenkandidaten, i candidati principali designati dai diversi gruppi politici europei alla carica di futuro Presidente della Commissione europea. Weber, Timmermans, Vestager e tutti gli altri candidati delle famiglie politiche europee, avranno la possibilità di illustrare i propri programmi per l’avvenire del progetto europeo. Nel prossimo autunno, il futuro collegio dei Commissari europei, a cominciare dal candidato alla successione di Juncker, dovrà comparire in plenaria a Strasburgo, per presentare pubblicamente la propria strategia ed ottenere il sostegno politico del nuovo parlamento.
D. Lei si è candidato alle prossime elezioni, comprese quelle per la presidenza del Parlamento. Questa intervista però è nella sua funzione di presidente uscente (e non di candidato). In questa veste, quindi, quale eredità pensa di lasciare e quale consiglio si sentirebbe di dare al suo successore, che non fosse lei stesso?
R. Al mio successore lascio un Parlamento che, oggi, come ci indicano tutti gli ultimi sondaggi di Eurobarometro, è l’istituzione considerata più affidabile, più efficace e più vicina ai problemi concreti di 500 milioni di cittadini europei. Essendo l’unica istituzione Ue eletta direttamente e democraticamente dai popoli europei, una delle mie precise priorità è stata quella di rimettere il Parlamento al centro del dibattito politico, sociale e culturale. Ci sono riuscito, ad esempio, con l’iniziativa di invitare i capi di Stato e di governo a riferire, in plenaria, la propria visione sull’avvenire dell’Unione. Ne è scaturito un confronto aperto, ricco e democratico che ha permesso a tutti - governanti e deputati europei - di conoscere un punto di vista diverso, sempre prezioso, basato sulle idee e sui progetti. Il principio di confrontarsi e collaborare ne è uscito confermato e rafforzato. Nel mondo di oggi, nessuno può vincere da solo le sfide della competitività, dell’immigrazione, della sicurezza e dell’ambiente.
Per quanto riguarda l’Italia, devo esprimere la mia preoccupazione. Il nostro Paese appare politicamente isolato in Europa. Non trova sostegno da nessuna parte, anche a causa delle esternazioni di molti suoi ministri. Se il nostro Paese intende ottenere incarichi di rilievo, partecipando con un autentico peso specifico alla partita per i cosiddetti “top job” europei, è necessario cambiare registro ed essere più presenti a Bruxelles, nelle sedi di dialogo e negoziato che contano. L’unica possibilità è quella della presidenza del Parlamento europeo. Se toccherà al Partito popolare europeo, mi candiderò per guidare l’istituzione per un secondo mandato. Ma questo dipende dal risultato elettorale.
D. Anche come ufficiale in congedo dell’Aeronautica militare e socio benemerito della Sezione di Bruxelles-Unione europea dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia, cosa pensa potrà fare il Parlamento europeo per favorire la creazione di un vero esercito europeo?
R. La crisi iraniana e la guerra in Libia sono due esempi recenti di come l’Europa non riesca ad assumere posizioni unitarie, in tutti quei teatri vitali per i nostri interessi. In uno scenario geopolitico sempre più instabile e complesso, i cittadini europei chiedono un’Unione che sappia proteggerli, tenendo testa a giganti come Stati Uniti, Cina, Russia o India. Per questo è indispensabile una vera politica estera e di difesa. Non siamo all’anno zero. C’è già un Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza, responsabile anche per la Difesa, che cerca di coordinare, con grande fatica, le diverse posizioni degli Stati Ue nello scacchiere internazionale. Inoltre, abbiamo “ambasciate” UE in molti Paesi del mondo. Da Commissario all’Industria ho lavorato per un mercato e un’industria europea della difesa, con appalti e standard comuni. Da Presidente del Parlamento, ho spinto per il Fondo per la Difesa Europeo, che nel prossimo bilancio Ue avrà una dotazione di 13 miliardi di euro. Ma c’è ancora molto da fare. Siamo lontani da quanto realizzato, anche su mio impulso, nella politica spaziale Ue. Grazie a EGNOS, Galileo e Copernico, abbiamo messo in orbita sistemi satellitari all’avanguardia per GPS, osservazione della terra, sicurezza dei trasporti, che nessun Paese europeo, da solo, avrebbe potuto realizzare. Questo modello di successo, va replicato per la Difesa e la Sicurezza, senza le quali non esiste politica estera credibile. Gli USA, con una popolazione inferiore all’Ue, spendono 650 miliardi di dollari l’anno per la difesa. L’Europa meno della metà.
Il vero punto è che la nostra spesa si disperde in mille rivoli. I Paesi Ue hanno complessivamente 17 modelli di carri armati, a fronte dell’unico modello USA. 29 diverse navi da guerra, contro le 4 statunitensi. 20 aerei da caccia, contro i 6 americani. Per non parlare della diversità di standard e sistemi operativi. Partendo dal Fondo della Difesa, dobbiamo realizzare economie di scala e interoperabilità nella costruzione di navi, aerei, elicotteri, carri armati, droni, sistemi di sicurezza e cyber sicurezza. Questo permetterebbe risparmi di decine di miliardi per i cittadini, evitando duplicazioni e sperperi, e creando un’industria europea più forte e competitiva. Sistemi di difesa e sicurezza comuni, favorirebbero inoltre il controllo delle frontiere esterne dell’Ue, limitando l’immigrazione illegale. (alessandro butticé\aise) 

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