Abruzzo nel mondo/ Il contributo degli emigrati di ritorno – di Franco Ferrarotti

PESCARA\ aise\ - “Come le rondini in una serena mattinata di primavera tornano, ogni anno, a sfrecciare nei cieli chiari della bella stagione, così tornano gli emigrati, per la festa del Santo patrono del paese o per un compleanno importante nella famiglia o, più semplicemente, per le vacanze estive. Sul piano psicologico individuale, era la nostalgia degli anni della prima adolescenza. Ma sul piano sociale, il ritorno degli emigrati aveva una duplice funzione, economica e culturale”. Partono da qui le riflessioni che il sociologo Franco Ferrarotti affida alle pagine di “Abruzzo nel mondo”, periodico diretto da Antonio Bini.
La funzione economica è nota. Per secoli, l’Italia è stato un Paese esportatore della propria carne fresca e vigorosa, cioè dei propri giovani, maschi e femmine. Con le loro rimesse – un fatto spesso dimenticato – hanno costituito non solo i mezzi di sopravvivenza delle famiglie rimaste in patria. Hanno anche costituito quell’accumulazione primitiva di capitale, necessaria per lo sviluppo industriale dell’Italia settentrionale, che volentieri dimentica questo dono fondamentale per il proprio benessere.
Ma la funzione culturale degli emigrati è altrettanto importante. Gli emigrati che tornano nei villaggi dove sono nati portano con sé, inevitabilmente, novità culturali. Per cominciare, una nuova lingua. La lingua è lo strumento di comunicazione interpersonale, a parte il linguaggio del corpo. Ma è molto di più. Gli antichi Romani lo sapevano.
Accettavano le pratiche di vita, i miti rituali e le credenze religiose dei popoli sottomessi. Ma la lingua, no. Doveva essere il latino, e solo il latino. Così nasceva il ceppo linguistico neo-latino, con le lingue che ancora oggi si parlano correntemente, vale a dire l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese e il romeno. Essi sapevano che la lingua non è solo uno strumento di comunicazione.
È anche uno strumento di dominio. In ogni caso, scalfisce la chiusa “morale del villaggio”, comporta novità sia sul modo di pensare che sulle pratiche quotidiane di vita. È il veicolo fondamentale dei valori culturali. Negli Stati Uniti, in base ai principi democratici, si è accettato in pieno, specialmente negli Stati del Sud, lo spagnolo, a favore degli ispanici, con la conseguente confusione linguistica negli uffici pubblici di certi Stati dell’Unione in cui i comunicati ufficiali vanno dati nelle due lingue, inglese e spagnolo.
È un problema, ma è anche un arricchimento, un prezioso ampliamento dell’esperienza vitale. Questa relativa confusione linguistica, a mio giudizio, va anche considerata come la premessa a quelle “co-tradizioni culturali”, dalla cui pratica, nelle condizioni odierne dell’era nucleare, dipende per gran parte l’avvenire dell’umanità. Mi permetto di rinviare in proposito il lettore volenteroso a miei vecchi e recenti contributi (per esempio, La convivenza delle culture, Bari, Dedalo, 2003; Confronti e interscambio fra le culture, Roma, Armando, 2021).
L’odierna pandemia ha bloccato i viaggi, ci priva del prezioso apporto degli emigrati di ritorno. Ma la pandemia non è eterna. Passerà. La vita riprenderà tutti i suoi diritti.
Ben diversa è la situazione degli immigrati extra-europei che, affrontando viaggi per mare e per terra estremamente pericolosi, bussano oggi alla porta di Paesi europei, come la Francia e l’Italia e soprattutto la Germania.
Con riguardo all’Italia, siamo al paradosso: un Paese afflitto da una grave denatalità e con una popolazione senescente, ha un bisogno crescente di infermieri, badanti, operai dell’industria e braccianti agricoli, e tuttavia persiste in atteggiamenti di discriminazione e di esclusione sociale degli immigrati.
Verso la fine dell’Ottocento, lo scrittore francese Daniel Halévy notava una inquietante “accelerazione della storia”. All’inizio del Terzo Millennio, questa accelerazione conosce un aumento esponenziale. La pandemia ha determinato, indubbiamente, un arresto, che però è soltanto relativo e, malgrado tutte le intuibili difficoltà, in alcuni casi viene superato.
Le condizioni di vita, dalla Siria al Sahel in Africa e a certe regioni dell’India presentano difficoltà notevoli, tali da indurre intere popolazioni a muoversi e ad affrontare viaggi insidiosi. Il Mediterraneo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto. Le risultanze delle ricerche dell’Istituto di Sociologia, sotto la mia direzione e condotta per conto del Comune di Roma, ci hanno fatto comprendere che il problema dell’emigrazione è stato generalmente posto in termini “imperialistici”. Si usa qui questo termine, tolto a prestito dal linguaggio politicoideologico, con deliberata volontà di provocazione. Con esso si vuole indicare l’atteggiamento di mite, paterna sopraffazione che caratterizza le interpretazioni scientifiche accreditate del fenomeno. Queste cadono in due grandi categorie, corrispondenti al “fattore dominante” o variabile indipendente e prioritaria cui fanno ricorso come chiave esplicativa:
a) la prima categoria è inclusiva di tutte le “teorie domandiste”, o economicistiche o marxistiche ingenue e sindacaleggianti, le quali tendono a vedere nel grandioso fenomeno migratorio un puro e semplice scambio della manodopera. Le masse umane si muoverebbero sul piano internazionale a seconda delle opportunità di impiego, legate alla domanda che certe aree del mondo, relativamente più progredite dal punto di vista tecnico ed economico-sociale, metterebbero in essere nei confronti della manodopera di Paesi meno sviluppati – manodopera che si offre come più comoda, sindacalmente non organizzata e quindi più malleabile, più docile, più facilmente sfruttabile (salvo poi ad accorgersi che “avevamo chiesto delle braccia, ed ecco: sono arrivati degli uomini” e delle donne e intere famiglie);
b) la seconda categoria comprende le concezioni sociopsicologizzanti del fenomeno migratorio, profondamente imbevute di spirito paternalistico liberal-confessionale, che si muove e va incontro, evangelicamente, al povero immigrato in una prospettiva essenzialmente caritativa – naturalmente per aiutarlo, per appoggiarlo, ma anche, altrettanto naturalmente, per inserirlo, per omogeneizzarlo, per integrarlo nel quadro della cultura e della pratica sociale del Paese di accoglimento.
Le due concezioni, prescindendo dai loro effetti pratici immediati, sono profondamente erronee anche dal punto di vista conoscitivo e costituiscono esempi deprimenti, seppur comuni, di come le culture dominanti, dietro la facciata delle migliori intenzioni filantropiche, in realtà proiettino e impongano i loro valori alle altre culture, non ne riconoscano il valore di culture, non abbiano rispetto della loro alterità e specificità come esperienze umane e finiscano per distruggerle in un abbraccio che si proclama fraterno, ma che riesce soffocante e mortale.
Nessun dubbio che l’immigrazione ponga dei problemi.
Ma l’immigrazione non è solo un problema. È anche una grande occasione. Offre la chance, forse unica, di un discorso dialogico vero, storicamente importante, fra culture diverse, che finalmente si incontrano al di fuori dello schema irrigidito dei rapporti di forza o delle eleganti finzioni dei rapporti diplomatici.
L’immigrazione di colore in Italia, ma specialmente a Roma, pone una sfida che l’Italia e Roma dovrebbero raccogliere, fedeli al loro passato, punto di convergenza delle culture mondiali, stazioni straordinariamente inventive e recettive di arrivi e partenze e di irrobustimento reciproco per uomini e donne provenienti da tutti i Paesi del mondo.
Forse ancora una volta l’immigrazione odierna in Italia offre ad essa l’occasione di dare la misura piena della sua statura storica, di provare ancora una volta la sua vocazione universale, alla lettera “cattolica”. Ma per questo è necessario non perdere di vista la portata complessiva del problema, che certamente non si esaurisce in misure economico-politiche né in interventi di pronto soccorso.
Alcuni punti andranno a suo luogo approfonditi:
a) Stiamo entrando in una nuova fase storica. È semplicistico attribuirne la genesi ad un solo fattore. Una molteplicità di forze sono all’opera: imperativi morali, fattori produttivi, esigenze del mercato mondiale. Ciò che peraltro emerge è la nuova possibilità, offerta dallo sviluppo tecnologico, della trasmissione a grande distanza delle informazioni e della elaborazione rapida dei dati.
b) Elettronica, informatica e telematica conferiscono una dimensione planetaria alle comunicazioni di massa. Tramonto del concetto di sviluppo storico diacronico. Avvento della compresenza sincronica. Declino del primato europeo occidentale, nella sua accezione vetero-umanistica, come fonte unica dei valori culturali e dell’obbligazione morale.
c) Non è la “fine della storia”. È la fine della storia eurocentrica, legata ai nazionalismi esclusivistici e alle “culture imperiali”. Nasce una nuova storia, fondata sul concetto antropologico di cultura come insieme di esperienze e di valori condivisi e convissuti.
d) Lo spirito ecumenico e il riconoscimento della comune umanità degli esseri umani. Ogni gruppo umano, indipendentemente dal suo livello di progresso tecnico, vive in quanto elabora sistemi di significato. La planetarizzazione attuale costringe questi sistemi a comunicare tra loro. La sola alternativa al riconoscimento teorico-pratico dell’alterità degli altri consiste nella loro distruzione. Il dilemma, per il Duemila, è semplice: o collaborare o perire.
e) In termini pratici e di convivenza quotidiana ciò comporta la concezione della società non più come compagine omogenea e compatta, bensì come struttura globale, articolata, multi-culturale. Si notano in proposito, al di là dell’accettazione puramente teorica, resistenze psicologiche e difficoltà esistenziali di ordine pratico, che solo la ricerca sul terreno può chiarire.
f) Il primo passo in questa direzione è probabilmente l’affermazione dello spirito ecumenico che si va profilando fra tutte le religioni mondiali. I convegni di Assisi sono in questo senso significativi. L’iniziativa più importante del Vescovo di Roma, in questi Convegni, non è stata una dottrina o una parola, ma un gesto: l’aver preso posto non nella sua Mercedes privata, bensì nell’autobus comune, accanto agli altri rappresentanti religiosi, convenuti ad Assisi da ogni parte del pianeta”. (aise)