AMBIENTE, RAPPORTO ONU: INQUINAMENTO CAUSA DI UNA VERA E PROPRIA STRAGE - DI C. ALESSANDRO MAUCERI

AMBIENTE, RAPPORTO ONU: INQUINAMENTO CAUSA DI UNA VERA E PROPRIA STRAGE - di C. Alessandro Mauceri

NEW YORK\ aise\ - “Non aver fatto nulla di concreto dopo la COP 21 di Parigi (e successive) e la decisione di molti paesi, a cominciare dagli stati Uniti d’America, di abbandonare le misure in favore dell’ambiente o di rimandare tutto a tempo indeterminato sta causando milioni di morti in tutto il pianeta. A confermarlo è l’ultimo rapporto dell’ONU sullo stato del pianeta, uscito proprio alla vigilia dello sciopero globale degli studenti per il clima di oggi 15 marzo, organizzato grazie alla determinazione della studentessa svedese Greta Thunberg. Il rapporto si chiama Global Environment Outlook – 6 (GEO), ed è spesso indicato come la valutazione ambientale principale dell’ONU”. A scriverne è di C. Alessandro Mauceri su “La voce di New York”¸ quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
“La sua importanza deriva dal fatto che fa riferimento agli obiettivi principali delle NU (che risalgono alla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha istituito il Programma ambientale delle Nazioni Unite nel 1972) e per questo è il documento di base su cui devono essere prese le decisioni in materia ambientale. È sulla base dei risultati contenuti nel Global Environment Outlook che i Paesi aderenti alle NU devono valutare l’efficacia della risposta politica alle sfide ambientali e le possibili vie per raggiungere gli obiettivi concordati a livello internazionale.
I risultati della GEO – 6 sono stati presentati oggi all’United Nations Environment Assembly in corso a Nairobi. La direttrice ad interim dell’United Nations environment programme (Unep) Joyce Msuya, ha detto che “i dati scientifici sono chiari. La salute e la prosperità dell’umanità sono direttamente legate allo stato del nostro ambiente. Questo rapporto ci dà delle prospettive per l’umanità. Siamo a un bivio. Continueremo sulla via attuale che porterà a un futuro oscuro per l’umanità, o adotteremo una via dello sviluppo sostenibile? È la scelta che i nostri leader politici devono fare, subito”.
Impressionanti i numeri riportati nel rapporto: un quarto delle morti premature e delle malattie nel mondo sono collegate all’inquinamento provocato dall’uomo. “I danni causati al pianeta sono così gravi che, se non verranno prese delle misure urgenti, la salute delle popolazioni sarà sottoposta a delle minacce crescenti”, si legge nel rapporto. “Se le misure di protezione dell’ambiente non verranno considerevolmente intensificate, nelle città e in intere regioni in Asia, in Medio Oriente e in Africa potrebbero verificarsi milioni di decessi prematuri entro la metà del secolo”. Il rapporto prevede che “A causa degli inquinanti presenti nei nostri sistemi di acqua dolce, la resistenza anti-microbica diventerà la prima causa di decesso” entro pochi anni e che “I perturbatori endocrini danneggeranno la fertilità degli uomini e delle donne, così come lo sviluppo dei bambini”.
Aria, acqua, alimenti: buona parte di ciò che è essenziale per la vita e la salute umana oggi appare seriamente compromesso. È questo il risultato al quale sono giunti i 250 scienziati di 70 Paesi dopo sei anni di ricerche. L’inquinamento atmosferico (e i prodotti chimici che hanno contaminato l’acqua potabile e mettono a rischio l’ecosistema) è responsabile del “25% circa della mortalità e delle malattie a livello mondiale”, nove milioni di morti solo nel 2015. Ai quali si aggiungono altri 1,4 milioni di persone che muoiono ogni anno per malattie legate alla scarsità o assenza di acqua potabile. E poi gli agenti chimici: molti di questi quando non uccidono direttamente, arrivano nei mari e provocano effetti negativi sulla salute a livello “potenzialmente multi-generazionale” (è di questi giorni la notizia che l’esposizione ad erbicidi a base di glifosato è dannosa per lo sviluppo e il sistema riproduttivo anche a dosi considerate “sicure”, secondo i ricercatori del Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” dell’Istituto Ramazzini di Bologna, pubblicato dalla rivista scientifica “Environmental Health”).
Una strage: un numero di morti superiore a quello di qualsiasi guerra o “missione di pace”.
E poi la deforestazione e il degrado del suolo che colpisce aree sempre più vaste della terra privando 3,2 miliardi di persone della possibilità di vivere (e costringendole a migrare) e causando gravi problemi geopolitici: lo studio evidenzia che, al contrario di quanto promesso fino ad ora negli ultimi decenni, il divario tra Nord e Sud del pianeta, tra paesi ricchi e paesi poveri, sta aumentando.
Sono anni che si sentono ripetere sempre le stesse raccomandazioni. Sembra quasi di essere tornati alla COP21 di Parigi, con buona parte dei leader mondiali riuniti, sorridenti e festosi dopo aver partecipato a decine di cene incontri e banchetti. Già allora era evidente che molti dei problemi non sarebbero stati risolti (ne parlammo tre anni fa, subito dopo la fine dei lavori, in un libro dal titolo Guerra all’Acqua).
Sono passati molti mesi e la situazione non solo non è migliorata, anzi è peggiorata. Del resto era evidente che la strada intrapresa era quella sbagliata. Lo dimostra il fallimento di quasi tutti gli obiettivi del Millennio (i Millenium goals), per questo sostituiti con gli Obiettivi Sostenibili del Millennio, SDGs e anche questi oggetto in questi mesi di revisioni perché irraggiungibili.
Un fallimento così evidente che ormai per distrarre dai risultati delle decine di incontri che si tengono ogni anno, si pensa a distrarre la gente con appelli fatti dal bambino di turno (l’ultimo, a Davos, quello di Greta, diventata ormai una star mediatica) o dall’attore ultrafamoso (Di Caprio è stato recentemente sostituito da Harrison Ford)…
Quello dell’ONU è solo l’ennesimo ultimatum: “Si impongono delle misure urgenti, perché ogni ritardo nell’azione per il clima aumenta il costo della realizzazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi o annulla i nostri progressi, rendendoli semplicemente impossibili”.
In realtà, le misure da adottare sono ben chiare. E da decenni (dai tempi del protocollo di Kyoto, quando per non dar fastidio alle grandi industrie e ai paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento globale venne introdotto il principio della “compensazione”).
Non è una novità ciò che riportato nel rapporto GEO-6, ovvero che sarebbe necessario “adottare dei regimi alimentari meno ricchi di carne e di ridurre lo spreco alimentare nei Paesi sviluppati e in sviluppo, il che ridurrebbe la necessità di aumentare la produzione alimentare del 50 % per nutrire i 9 – 10 miliardi di abitanti del pianeta previsti entro il 2050. Attualmente, il 33% degli alimenti commestibili prodotti nel mondo vengono sprecati e il 56% di tutti i rifiuti sono prodotti nei Paesi industrializzati” (di sprechi alimentari e impronta idrica si parla da decenni).
O che sarebbe meglio arrestare la folle corsa verso la costruzione di megalopoli: “Può offrire una possibilità di migliorare il benessere dei cittadini, riducendo allo stesso tempo la loro impronta ambientale grazie a una governance migliorata, alla gestione del territorio e alle infrastrutture verdi. Inoltre, degli investimenti strategici nelle zone rurali ridurrebbero le pressioni esercitate sulle popolazioni perché emigrino”.
O che bisogna ridurre i rifiuti: il rapporto GEO-6 ha invitato i leader mondiali a prendere “misure per limitare la quantità degli 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici riversati negli oceani ogni anno”. Ben sapendo, però, che sarà difficile ottenere risultati concreti dato che “benché il problema sia stato oggetto di un’attenzione crescente nel corso degli ultimi anni, non esiste ancora un accordo internazionale sulla questione dei rifiuti marini”.
Sono tutte iniziative che richiedono investimenti. Ma che, a lungo andare, sarebbero decisamente meno costosi dei disastri causati dai cambiamenti ambientali o dei danni (si pensi al costo per la sanità pubblica) sulla salute dei cittadini. Ma decidere di cambiare porterebbe i leader mondiali a scontrarsi con le multinazionali. E a loro, finora, non sembra essere importata la salute dei cittadini (fatta eccezione per le BIG5 che lucrano con le malattie spesso evitabili con uno stile di vita sano e un ambiente non inquinato). A loro interessano i numeri. Quelli legati al fatturato. E malattie e inquinamento sono un giro d’affari multimiliardario al quale nessuno, oggi, pare essere disposto a rinunciare”. (aise) 

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