CARO DIARIO – DI GIANGI CRETTI

CARO DIARIO – di Giangi Cretti

ZURIGO\ aise\ - “In quel lembo della regione Toscana, che volge a Levante e confina con Umbria, Marche ed Emilia Romagna, in una valle circondata da monti (nel caso specifico che non sono “sorgenti dall’acque”), protetto dall'Appennino, sorge il piccolo borgo di Pieve Santo Stefano. Un incipit di domestica vaghezza manzoniana, per collocare geograficamente un luogo, che, fino a qualche anno fa, un posto nella storia se l’era ritagliato unicamente perché, nell’agosto del 1944, aveva visto il suo centro storico distrutto dalle mine dei tedeschi in ritirata, che, proprio poco più a Nord, avevano tracciato la Linea Gotica. Nulla, d’altronde, aveva potuto la ricostruzione concitata del dopoguerra, incapace di rivitalizzare la personalità architettonica dell'antico borgo”. È dedicato all’archivio e al progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano” l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il nuovo numero de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.
“A rilanciare l’interesse per questo angolo della provincia di Arezzo, rassegnato all’anonimato in cui pareva condannarlo la cronaca, sono state altre linee, quelle senza le quali Plinio il Vecchio riteneva non potesse trascorrere nemmeno un giorno (nulla dies sine linea). Linee che danno forma alla memoria, consentono al passato di raccontarsi, alla vita di lasciare una scia. Linee a cui si affidano sogni, speranze, dolori e riflessioni, come ad un amico che non tradirà le confidenze; ammobiliate da parole che solitamente abitano le stanze segrete dell’intimo (o quelle intime del segreto?).
Linee che tracciano, una dopo l’altra, le righe degli scritti di gente comune in cui si riflettano, in varie forme, le microstorie della storia d’Italia.
Linee che tessono la trama di diari, epistolari, frammenti autobiografici.
Raccolti nell’ala di uno dei pochi edifici sopravvissuti alle macerie della guerra - il palazzo comunale, “a forma di L come un libro aperto sul leggio”, con gli stemmi delle casate alle pareti – questi testi determinano quella che oggi è una casa della memoria: una sede pubblica per conservare scritti di emozioni private. Che attirano l’attenzione internazionale su quella che, come si legge nell’indicazione ormai ricorrente della toponomastica ufficiale, è diventata la “Città del Diario”.
Un borgo di 3300 anime che, dopo aver vista cancellata la memoria del proprio passato, della memoria è diventata la capitale, ospitando tracce di vita di oltre 8’000 persone comuni, che hanno raccontato frammenti della storia d’Italia da un punto di vista inedito, catalogate in un archivio che nasce nel 1984 da una felice intuizione del giornalista e scrittore Saverio Tutino. Un luogo che, alla stregua di un museo, non solo vuole conservare testimonianze di scrittura popolare, ma intende valorizzare, anche in modo originale, la ricchezza che in esso viene depositata. Fra taccuini delle trincee di guerra, lettere d’amore dei secoli scorsi, diari di giovani pudicamente chiusi a chiave con il lucchetto e segreti affidati a pagine di quaderni, anche un lenzuolo a due piazze. Quello che la contadina Clelia Marchi ha segnato con le linee che ripercorrono la storia della sua vita, colmando il vuoto lasciato dalla morte del marito Anteo. Una notte, Clelia non trova un foglio di carta in tutta la casa. Di colpo la memoria le restituisce il volto della sua maestra elementare.
“Martini Angiolina raccontava che gli Etruschi avvolgevano le mummie nelle lenzuola”. Apre l’armadio e prende un lenzuolo bianco del corredo, di una dote che ormai per lei non ha più alcun senso. Lo poggia su un cuscino che adagia sulle ginocchia. Incolla sulla sinistra la foto del marito, sulla destra la sua e al centro il sacro cuore di Gesù. Prende un pennarello e di getto, incomincia a scrivere la storia della sua vita: solo verità e “Gnanca na busia” (Neppure una bugia).
Con gli anni il numero dei manoscritti cresce sempre di più: giungono da tutte le regioni d’Italia diari inediti, scritti autobiografici non romanzati, che riferiscono dell’intimità di stanze di vita quotidiana arredate con gioia, nostalgia, fiducia e rimpianto.
Dentro questo prezioso archivio è nato il progetto “Italiani all’estero, i diari raccontano”.
Costituito dalla selezione delle parti più significative delle testimonianze raccolte catalogate alla voce “emigrazione”, seguendo le singole traiettorie umane, ha l’obiettivo di recuperare il vissuto comune a tutte le esperienze migratorie, mettendolo a disposizione dei lettori di tutto il mondo. Fruibili, grazie alla pubblicazione online, sono le testimonianze scritte da più di 200 persone, in un arco temporale che va dagli ultimi decenni dell’800 fino ai nostri giorni.
Ogni pagina è stata digitalizzata dal documento originale, diario o memoria o lettera che fosse, trascritta, titolata, introdotta, collocata nel tempo, geolocalizzata, indicizzata con delle parole chiave. Riconosciuto nel 2009 di interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il progetto ha un’esplicita ambizione: entrare nell’aule scolastiche come parte integrante delle lezioni di storia.
D’altro canto, l’emigrazione è il tema dei temi per il nostro paese, e il progetto poggia su una coralità di voci che merita di essere conosciuta e valorizzata.
Nota per la foto di copertina
Riproduciamo un’immagine delle pagine del diario di Luca Pellegrini, nato nel 1806 a Palmanova è un capitano della marina asburgica che gira il mondo in nave, scrittore virtuoso capace di raccontare un naufragio con la bravura dello sceneggiatore, uomo cosmopolita e illuminato che riflette sui pregi e i difetti del mondo islamico, a Smirne e Costantinopoli, e si scaglia contro la schiavitù e il razzismo degli europei in Sud America”. (aise) 

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